Davide Sapienza, “uomo-mappa”

Venerdì 3 marzo, a Ciserano con Davide Sapienza per il Festival “Tierra!”, è stata un’altra bellissima serata di parole, dialoghi, scritture, incontri, considerazioni, idee, opinioni, visioni, intorno al tema de La natura piccola ma non solo, per la quale ringrazio il folto pubblico presente, Ornella Bramani che con la solita competenza e cordialità ha organizzato il tutto, e ovviamente Davide, innanzi tutto amico prezioso oltre a tutto quanto di prestigioso è e fa.

Nei giorni precedenti ho pensato più volte a come poter presentare Davide in un modo ovvero con parole che ancora non avessi utilizzato nei già numerosi eventi tenuti insieme e che non fossero meramente dettate dall’ammirazione che ho nei suoi confronti in quanto uomo di lettere, di pensiero, d’azione e, per tutto ciò, ispirazione potente per me fin da prima che lo conoscessi (grazie a Mirella Tenderini, altra persona meravigliosa). Poi, nella prefazione de La Valle di Ognidove scritta da Raul Montanari, libro nel quale si trova il capitolo che ha dato il titolo all’incontro di Ciserano, ho letto alcuni passaggi che mi hanno subito attivato il pensiero e la fantasia: ad esempio la citazione di Robert Louis Stevenson che si chiede, riguardo il suo celeberrimo L’isola del tesoro: «Come è possibile raccontare una storia senza partire da una mappa?» E poi, più avanti: «Uno scrittore vero, e Davide lo è, va incontro a un’esperienza inevitabile, che molti hanno descritto: non è lui a decidere cosa deve diventare parola e racconto. Lo scrittore è più piccolo delle storie che racconta; è il servo della storia e della pagina, il servo di due padrone sensuali ed esigenti. […] È la mappa continuamente ridisegnata di un sogno infinito, che come tutti i sogni – ci insegna Freud, quest’altro grande esploratore – è fatto di realtà. È preciso e mai mistificatorio: come gli angoli e le anse del mondo, come le pagine di questo libro.» Poi ho ripensato a un’affermazione tratta da uno dei libri di Davide (da Camminando) che più di altre in assoluto mi è rimasta in mente e ho reso una sorta di principio cardine della mia relazione con il mondo: «La mappa è il ricordo più antico che può essere scritto nel codice umano». E ancora, da I Diari di Rubha Hunish: «Mi piace tracciare parole sulla carta, quasi fossero passi sicuri lungo un sentiero sconosciuto.»

Mappe, sentieri, passi, esplorazioni: ecco, se metto insieme tutti questi elementi e li riferisco a Davide, per come lo conosco e per ciò che ho tratto dai suoi libri, posso certamente affermare che io, Davide, lo concepisco (anche) proprio come una mappa, un uomo-mappa, un narratore che non solo ha raccontato e racconta luoghi, nature, paesaggi, idee, visioni, utopie, ma li rappresenta in una rete di connessioni che posso veramente immaginare come quelle che uniscono le località di una carta geografica, la cui consultazione e conoscenza sa dare una direzione, un’indicazione precisa e comunque utile a capire dove si è, cosa si ha intorno e verso dove ci si può dirigere. Montanari dice che «Lo scrittore è più piccolo delle storie che racconta» esattamente come la mappa è più piccola della parte di mondo che rappresenta, eppure senza di essa quella parte di mondo non la possiamo conoscere, non vi ci possiamo relazionare compiutamente e consapevolmente, non possiamo sapere se la direzione intrapresa sia quella giusta: e Davide rispetto alle storie che racconta e al mondo, ai mondi, alle dimensioni e a i paesaggi che narra è proprio questo. Poi Montanari scrive che lo scrittore «È la mappa continuamente ridisegnata di un sogno infinito, che come tutti i sogni è fatto di realtà», e Davide è esattamente questo, è un narratore che trae le proprie storie da un «sogno infinito» per il quale ci fa da tramite (ovvero lo fa certamente per i suoi lettori) ma nelle quali la realtà è sempre reale, precisa, non è mai campata per aria, mistificata o romanzata al punto da disconnettersi dalla verità delle cose. In questo modo Davide di questa realtà e delle sue verità sa offrirci una visione alternativa, più compiuta, più lucida e ampia, assolutamente utile a poterle comprenderle con maggior consapevolezza intellettuale e più vivida sensibilità spirituale.

Per tutto questo, così come Stevenson si chiedeva se sia possibile raccontare una storia senza partire da una mappa, mi viene da dire che certe storie si possono raccontare in mille modi ma, per conoscerle al meglio e non smarrircisi dentro, il lavoro letterario, culturale e intellettuale di Davide in quanto “scrittore-mappa” è qualcosa di assolutamente importante e necessario. Al punto che credo che in Italia certe narrazioni Davide le abbia letterariamente maneggiate come nessun altro, con una profondità e una pienezza narrativa e di significati veramente rara se non, ribadisco, unica.

(An)Notare ciò che altri non notano

La relazione tra immagina­zione e territorio è l’esplorazione della poetica di una vita da scrittore, l’atto di scrutare dove tutti gli altri sono passati senza notare altro che spazio o oggetti.

[Davide Sapienza, I Diari di Rubha Hunish (Redux), Lubrina Editore, Bergamo, 2017, pag.205.]

Trovo molto bella questa definizione di Davide Sapienza sull’atto della scrittura letteraria in relazione al territorio, ovvero al mondo, ai luoghi, ai paesaggi dei quali si scrive. Lo scrittore è un autore, e l’accezione originaria di tale vocabolo è “accrescitore”: lo scrittore deve essere colui che nota ciò che gli altri non constatano, dunque colui che attraverso la propria scrittura, e la narrazione che vi scaturisce, accresce la realtà a cui fa riferimento ovvero il citato “territorio” – sia esso spazio fisico o ambito immateriale, ne arricchisce il senso, il valore, la sostanza, lo spettro dei significati, mettendo il tutto a disposizione del lettore e da esso tutto fruibile.
Ciò rimette al centro della questione “scrittura letteraria” qualcosa che io ritengo del tutto fondamentale: bisogna scrivere quando si ha qualcosa da dire e da comunicare, e qualcosa che sia nuovo dacché frutto del proprio ingegno (“L’arte o è plagio o è rivoluzione”, diceva Gauguin), dunque che possa accrescere il bagaglio culturale e/o emozionale del lettore, accrescendone la conoscenza della realtà che ha intorno – anche in riferimento a opere di fantasia, ribadisco. D’altro canto anche la fantasia è un territorio da esplorare, esattamente come lo spazio fisico – anzi, le due esplorazioni devono procedere in consonanza. Da qui nasce la poetica, da qui si genera quella visione aumentata del mondo che ogni autore, ma in fondo qualsiasi individuo, dovrebbe sapientemente coltivare.

P.S.: cliccate sulla copertina del libro per leggere la personale recensione de I Diari di Rubha Hunish.

Immaginare il futuro

Pensare a un futuro implica l’esistenza di un tempo, quell’entità invisibile che regola le nostre esistenze e che nel corso dei secoli è drammaticamente cambiato nella nostra percezione, perché il tempo è inserito in uno spa­zio che è la sua unica realtà e dunque, mutati gli spazi dell’esistere, sono mutati i tempi della nostra vita. Que­sto è uno snodo chiave della comprensione di ciò che è accaduto: più gli spazi sono invivibili, più il tempo di­venta frenetico e sfuggente. (Pag.213)

L’uso dell’im­maginazione è la più potente delle armi e la più temuta delle doti di qualsiasi animale: uomo incluso. Fu la chiave della conquista dello spazio. (Pag.215)

(Davide Sapienza,  I Diari di Rubha Hunish, Lubrina Editore, Bergamo, 2017.)

Leggere in sequenza questi due passaggi del celebre libro di Davide Sapienza (cliccate sull’immagine qui sopra per leggere la personale “recensione”)  mette in luce una verità tanto fondamentale quanto terribile: se nel mondo contemporaneo mutano gli spazi dell’esistere, al punto che con essi muta e si distorce il tempo, è anche perché la potenza dell’immaginazione umana e il relativo uso, nonostante quello che si potrebbe credere, è in rapido e funesto degrado. Così, come fu grazie all’immaginazione se l’uomo ha conquistato lo spazio – e come, mi viene di aggiungere, l’immaginazione è testimonianza evidente di vitalità intellettuale – la mutazione dello spazio è il segno della crescente mancanza d’immaginazione, ovvero del suo costante deperimento.

Come nota bene Davide (la cui amicizia ritengo una delle mie cose più fortunate e belle), la concezione del futuro non è solo una questione di tempo ma anche, o forse soprattutto, di spazio: solo concependo lo spazio nel modo più virtuoso possibile, e la nostra vita ovvero l’esistenza in esso, possiamo pensare ad un buon futuro. Spazio e tempo sono intimamente legati, in fondo Einstein confermò scientificamente ciò che è la realtà naturale del mondo fin dalla notte dei tempi – come non casualmente si usa dire. Altrimenti, se non va così, è tutta fatica sprecata, meglio rendersene conto.

L’insicurezza degli artisti

Credo che gli artisti tendano a parlare troppo del proprio lavoro dimostrando, così facendo, insicurezza nei confronti della propria opera, come se non parlasse abbastanza per loro già questa.

(Tom Verlaine intervistato da Davide Sapienza in Attraverso le Terre del Suono, Edizioni Underground?, 2019, pagg.142-143.)

Questa affermazione di Tom Verlaine – raccolta dal leggendario geopoeta rock Sapienza – me ne fa venire in mente un’altra, simile nella sostanza, di scrittore Patrik Ouředník – ne parlai tempo fa qui – il quale sostiene che i libri dovrebbero essere pubblicati senza il nome dell’autore sulla copertina ma con solo una sigla, come fosse una “targa”, così che l’editore e solo lui possa conoscere chi ne sia l’autore e corrispondergli i soldi in banca nonché, soprattutto, perché i libri possano vivere di vita propria e non di quella riflessa dalla notorietà più o meno (ma quasi sempre più) mediatica dei loro autori. I quali spesso si dimenticano che quelli “famosi” e conseguentemente celebrati devono essere i libri che hanno scritto, non loro, perché se invece così accade – e accade quasi sempre, nell’editoria mainstream contemporanea – c’è qualcosa che non va affatto bene. In primis in loro stessi e nella loro effettiva “solidità” autorale letteraria, ecco.

Davide Sapienza, “Attraverso le Terre del Suono”

La definizione “paesaggio sonoro” la si sente usare spesso, negli ultimi tempi, essendo diventata identificante (seppur in modi diversi) per un elemento fondamentale della dimensione spaziotemporale nella quale tutti viviamo, per questo nostro mondo fatto di territori e geografie fisiche ovvero materiali ma pure di componenti immateriali, tra le quali vi è senza dubbio il suono. Ogni luogo, col suo paesaggio, ha un proprio suono peculiare, formato a sua volta da varie componenti acustiche e armoniche naturali, che contribuisce a identificarne l’identità e a generare il particolare Genius Loci. Ma, volendo fare un passo indietro rispetto a queste considerazioni, lo stesso concetto di “paesaggio” è di natura immateriale e prettamente culturale, direttamente riferibile all’intelletto e allo spirito umani: siamo noi che per un dato territorio “concepiamo” e determiniamo un paesaggio, facendolo poi diventare l’immagine concreta e la definizione fisica di quel territorio. In pratica, il paesaggio nasce dentro di noi, è in noi, e dunque in noi non poteva che nascere anche il suono per esso: la musica. Che nel suo sviluppo artistico lungo la storia, parallelo a quello della cultura umana, è divenuta più volte rappresentazione ed espressione diretta non solo del paesaggio interiore degli uomini ma anche di quello esteriore, in una relazione ineluttabile che ha compendiato matrici estetiche e razionali con matrici spirituali e istintive, passionali, viscerali, a volte primitive – ma come “primitivo” in senso ontologico è il territorio, la terra (elemento, spazio, habitat, dimensione) sulla quale l’uomo si è sviluppato insieme a tutte le altre creature viventi.
E cos’è che nelle arti musicali rappresenta la parte e l’espressione più istintiva, viscerale, passionale, anche selvaggia, se non il rock? Dunque, posto tutto ciò, chi può esplorare un paesaggio sonoro come quello del rock se non un esploratore di paesaggi autentici, di geografie, di narrazioni, di armonie e di poiesis, la cui forma primigenia è proprio quella offerta dalla Natura? Un geopoeta, in buona sostanza: Davide Sapienza. Attraverso le Terre del Suono (Edizioni Underground?, 2019) è il diario delle sue esplorazioni nei paesaggi sonori della musica e in particolare di quella rock, come già rimarcato, che egli ha compiuto come prima forma professionalmente compiuta (come lavoro, insomma) di “cammino” nel mondo, avendo esercitato per lungo tempo l’attività di giornalista, critico, scrittore e curatore editoriale di opere letterarie in ambito musicale, promoter e label manager sul mercato italiano (principalmente, ma non solo) per numerosi musicisti, band, artisti nonché di guida e luminare per un ampio settore della produzione musicale []

(Leggete la recensione completa di Attraverso le Terre del Suono cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)