Davide Sapienza, “Attraverso le Terre del Suono” (Edizioni Underground?)

La definizione “paesaggio sonoro” la si sente usare spesso, negli ultimi tempi, essendo diventata identificante (seppur in modi diversi) per un elemento fondamentale della dimensione spaziotemporale nella quale tutti viviamo, per questo nostro mondo fatto di territori e geografie fisiche ovvero materiali ma pure di componenti immateriali, tra le quali vi è senza dubbio il suono. Ogni luogo, col suo paesaggio, ha un proprio suono peculiare, formato a sua volta da varie componenti acustiche e armoniche naturali, che contribuisce a identificarne l’identità e a generare il particolare Genius Loci. Ma, volendo fare un passo indietro rispetto a queste considerazioni, lo stesso concetto di “paesaggio” è di natura immateriale e prettamente culturale, direttamente riferibile all’intelletto e allo spirito umani: siamo noi che per un dato territorio “concepiamo” e determiniamo un paesaggio, facendolo poi diventare l’immagine concreta e la definizione fisica di quel territorio. In pratica, il paesaggio nasce dentro di noi, è in noi, e dunque in noi non poteva che nascere anche il suono per esso: la musica. Che nel suo sviluppo artistico lungo la storia, parallelo a quello della cultura umana, è divenuta più volte rappresentazione ed espressione diretta non solo del paesaggio interiore degli uomini ma anche di quello esteriore, in una relazione ineluttabile che ha compendiato matrici estetiche e razionali con matrici spirituali e istintive, passionali, viscerali, a volte primitive – ma come “primitivo” in senso ontologico è il territorio, la terra (elemento, spazio, habitat, dimensione) sulla quale l’uomo si è sviluppato insieme a tutte le altre creature viventi.

E cos’è che nelle arti musicali rappresenta la parte e l’espressione più istintiva, viscerale, passionale, anche selvaggia, se non il rock? Dunque, posto tutto ciò, chi può esplorare un paesaggio sonoro come quello del rock se non un esploratore di paesaggi autentici, di geografie, di narrazioni, di armonie e di poiesis, la cui forma primigenia è proprio quella offerta dalla Natura? Un geopoeta, in buona sostanza: Davide Sapienza. Attraverso le Terre del Suono (Edizioni Underground?, 2019) è il diario delle sue esplorazioni nei paesaggi sonori della musica e in particolare di quella rock, come già rimarcato, che egli ha compiuto come prima forma professionalmente compiuta (come lavoro, insomma) di “cammino” nel mondo, avendo esercitato per lungo tempo l’attività di giornalista, critico, scrittore e curatore editoriale di opere letterarie in ambito musicale, promoter e label manager sul mercato italiano (principalmente, ma non solo) per numerosi musicisti, band, artisti nonché di guida e luminare per un ampio settore della produzione musicale. Un mondo che ha conosciuto a fondo ed esplorato (appunto) per tanti anni, prima di deviare verso nuovi cammini in territori diversi, sovente ancor più “primitivi” e selvaggi, che lo hanno reso una delle voci più prestigiose e limpide della letteratura legata ai temi della Natura – oltre che, questo ci tengo a rimarcarlo sempre, uno dei migliori scrittori italiani in assoluto in senso tecnico-stilistico.

Attraverso le Terre del Suono raccoglie testi scritti da Davide lungo più di due decenni nei quali tuttavia confluiscono esperienze  diffuse in un periodo ancora più lungo, che si apre col divertente resoconto dell’avventura vissuta nel 1981 dall’autore e da un amico per andare ad assistere ad un concerto di Bruce Springsteen a Zurigo. Una “ragazzata” di quelle che si possono fare solo con la magica sprovvedutezza dell’età adolescenziale ma che già contiene ed esprime tutta l’irrefrenabile passione di Sapienza per le terre del suono, la musica nelle sue forme più “naturalmente viscerali”, quelle del rock.

Da lì è cominciata la lunga «Via del Tuono» – come l’autore la definisce richiamando proprio la Thunder Road del celeberrimo brano di Springsteen – che ha portato Sapienza «per luoghi incredibili. Dai ghiacciai artici alle montagne di casa mia, dagli oceani alle distese più immense. Dalla musica ai libri, ai film, agli amici innumerevoli incontrati sulla strada e a quelli coi quali la percorro oggi, nell’Ognidove, che è sempre Via del Tuono, l’arteria impossibile da recidere» (pag.30). Un sentiero senza un percorso definit(iv)o ovvero con infiniti tracciati che ha portato Sapienza in “luoghi” musicali, artistici e umani dai nomi fondamentali: Pink Floyd e Syd Barrett, The Who e Pete Townshend,  The Beatles, Scott Walker, David Bowie, Daniel Lanois, Robert Wyatt, Brian Eno, U2 e molti altri, passando per altri “cairn” d’importanza molteplice come John Trudell, Lance Henson o Jonathan Demme, tenendosi sempre al proprio fianco l’”inseparabile” Jack London e avendo come “meta” preziosa Cristina Donà, musa prodigiosa divenuta compagna di vita nonché, è il caso di dirlo, di cammini – perché la meta è il viaggio, come si usa dire, ma anche «i viaggi sono i viaggiatori», come scrisse Pessoa.

Ecco dunque che paesaggi sonori e paesaggi geografici si fondono, e si possono fondere proprio grazie ai viaggiatori, camminatori, esploratori, viandanti con cui poter condividere materialmente e immaterialmente l’andare, in una relazione reciproca e virtuosa che nel principio è la stessa in base alla quale l’uomo si relaziona con i territori in cui vive o che attraversa: alla fine l’arte musicale è anche un fondamentale elemento etno-antropologico, e dunque che rimanda alla relazione che lega tutti noi al mondo in cui viviamo in qualità di esseri intelligenti e senzienti, dunque capaci (necessariamente, come diritto e come dovere) di definire il mondo attraverso paesaggi che siano – e devono essere, appunto – i più armoniosi e virtuosi possibile. Davide lo ha saputo fare e lo ha fatto con diverse modalità: prima quelle musicali, poi quelle geopoetiche; prima mantenendo i due ambiti affiancati, traversando dall’uno all’altro e poi, cioè ora, con questo libro, unendoli e sovrapponendo le relative mappe così da cercare e trovare cammini comuni e condivisi. Nonché condivisibili: Sapienza ha voluto proprio uno dei più fedeli compagni di viaggio nelle terre del suono a chiudere il libro, Marco Grompi, a sua volte pregevole scrittore di cose musicali e raffinato musicista, che firma una postfazione veramente bella, un intrigante mix di ricordi, musica, opinioni, visioni, emozioni in un flusso continuo che non tempo ma ritmo musicale, e che attesta a sua volta tutta l’intensità e lo spessore della visione geopeoetica di Davide Sapienza anche quando diventa geomusica, «praticata da quando sono sulla Terra. Ho capito che non c’è stato un prima e non c’è stato un dopo. Ho capito che esiste la poiesis», come scrive l’autore nella prefazione – e così il circolo virtuoso, il “cerchio che si chiude” si vede bene anche qui, nella consonanza tra pre e postfazione del libro, che fanno da confini senza limiti di un territorio vastissimo tanto quanto denso come il suono del rock: un’armonia compiuta e preziosa, insomma, qui in forma letteraria ma del tutto analoga a quelle musicali – anzi, geomusicali – che il libro offre ai suoi lettori.

Dal 1997 Sapienza non scriveva di musica. Ora lo ha fatto, formando una bilogia (si potrà dire?) con Il Geopoeta. Avventure nelle terre della percezione, il suo precedente libro, che diventa a sua volta un “cairn” fondamentale per il suo autore. Adesso che il territorio è identificato e abitato da un tal possente Genius Loci letterario, dunque in qualche modo “(de)finito”, più che prima e più che mai Davide può dire di aver di fronte un infinito verso il quale dirigersi e da poter esplorare senza paura di smarrirsi. La meta è il viaggio e i viaggi sono i viaggiatori, ma pure i viaggiatori sono il viaggiocome dico io. E Davide Sapienza è “un viaggio” da compiere assolutamente.