Bollettino dell’apocalisse (nevosa)

Aggiornamenti dall’apocalisse

La situazione, qui, è sempre più catastrofica. La strato di neve al suolo ha ormai raggiunto i 5 centimetri, superando addirittura quello della forfora sulle spalle di certi individui.
Si segnalano i primi casi di assideramento di automobilisti rimasti all’aperto per diverse ore senza riuscire a capire come montare le catene sugli pneumatici delle loro auto, mentre ad alcune persone pervicacemente nostalgiche del clima estivo che ancora giravano con bermuda e infradito verrà definitivamente amputato il cervello.
Nel frattempo le Poste hanno fatto sapere che, conseguentemente ai disagi in corso, gli smarrimenti della corrispondenza o le consegne a destinatari errati potranno subire dei ritardi; è invece regolarmente in corso il recapito della posta inviata per le festività natalizie. Del 1986.
È passato un bus delle linee pubbliche alla cui guida c’era uno yeti che sosteneva che Reinhold Messner non esiste, mentre un convoglio di Trenord è transitato in perfetto orario, e ciò denota l’inusitata drammaticità della situazione.
Un sicario della malavita, posto un tale clima polare, nel timore di non avere più il sangue sufficientemente freddo per lavorare ha tentato il suicidio sparandosi ma sbagliando la mira (e per ciò affliggendosi ancora di più). Persino i pusher sono disperati: avevano chiesto più “neve” per soddisfare le richieste dei propri clienti, ma intendevano l’altra!
Infine, per far fronte ad una imminente nuova avanzata dei ghiacciai, assai probabile con il persistere della situazione climatica in essere, molti comuni stanno offrendo agevolazioni per l’apertura di gelaterie.

Se non leggerete più altri bollettini simili, sarà perché la situazione è migliorata oppure perché saremo stati sepolti da una valanga caduta dalla fioriera di un balcone.

GGente che va in montagna

Sono reduce da qualche giorno passato in montagna e, devo confessare, in questo periodo di massima affluenza turistica “automatica” per le vacanze di fine anno in forza della quale giunge tra i monti un pubblico estremamente eterogeneo – fin troppo, in numerosi casi -, lo sguardo mi si fa irrefrenabilmente mordace (chiedo venia fin da ora per ciò) e la mente, di conseguenza, rispolvera le parole di Giusto Gervasutti scritte nel suo Scalate nelle Alpi quasi ottant’anni fa (il librò uscì in prima edizione nel 1945):

Io sono sempre stato fortemente convinto che, tra gli esseri viventi che abitano la Terra, l’uomo sia certamente il più brutto, ma ciò che si può osservare a Chamonix in fatto di campionario umano supera ogni immaginazione. L’ottanta per cento della gente che si vede girare per le strade, la quasi totalità di quella che regolarmente sale a Montenvers a contaminare il ghiacciaio, sembra inviata qui per una mostra particolare, vestiti nei modi più sgraziati possibili, in modo da aumentare la loro bruttezza. Persino i bambini seguono la sorte comune.

Così, di fronte a gente che “ammiro” muoversi su neve e ghiaccio indossando giubbotti di montone e mocassini o di contro bardata come se dovesse affrontare la traversata dell’Antartide a piedi (con relativa espressione facciale sgomenta), che vedo indicare e nominare con sicumera vette di montagne che in realtà si trovano dalla parte opposta a quella indicata o che non s’allontana di più di 50 metri dal proprio hotel per paura di perdersi, mi pongo il consueto quesito: è comunque un bene che siffatte brave persone senza alcuna consapevolezza (tecnica e culturale) dell’ambiente montano ci vadano, in montagna, sperando così che la fascinosa bellezza delle terre alte ne riattivi lo spirito (e agevoli una buona rieducazione al riguardo), oppure – un po’ come sosteneva indirettamente Gervasutti – c’è il rischio che le suddette brave persone finiscano per (o continuino a) contaminare la montagna con i propri modus vivendi bassamente metropolitani e consumistici in base ai quali ricercare nei monti niente più che un ennesimo banale divertimentificio in salsa alpestre?

Personalmente, trovo ancora difficile risolvere il quesito. Propenderei per la prima alternativa – in fondo è ciò che metto in pratica nelle mie attività sui territori montani – ma devo ammettere che la seconda a volte mi sembra ineluttabile e vanificante la prima. Ovvero che sia la prima a essere ineluttabile al fine di riuscire a vanificare l’altra, prima o poi. Ecco.

P.S.: l’immagine in testa al post (presa da qui) in realtà è estiva, ma il concetto è lo stesso. Sono turisti vagabondanti sui ghiacciai del Monte Bianco agghindati come per una passeggiata sul lungomare di Riccione. Già.

Cambiamenti (del clima) e immobilità (dell’uomo)

Mi viene molto difficile non percepire la brutta sensazione che buona parte delle persone, un po’ ovunque nel mondo, non si rendano veramente conto del rischio ambientale che il nostro pianeta sta correndo, dei danni che la nostra civiltà ha già ampiamente causato, della situazione reale in merito ai cambiamenti climatici e al futuro prossimo che ci potrebbe aspettare, se le previsioni più negative dovessero avverarsi.

Senza dubbio negli ultimi anni la sensibilità sul tema è aumentata, i media ne parlano – seppur con troppo frequente superficialità – il tema sembra (sembra!) essere nell’agenda di molti governi. Tuttavia, ribadisco, ancor più del poco impegno dei politici se non del disimpegno di qualcuno di essi, mi preoccupa il sostanziale disinteresse di ancora tanta gente: come se tutt’oggi bastasse un buon condizionatore d’estate, un efficiente riscaldamento d’inverno oppure una per ora normale disponibilità di acqua (per chi gode di tali fortune) a farci credere al sicuro, non toccati dal problema o solo sfiorati, a farci pensare che sì, forse quello che dicono è vero ma la situazione non è così grave, ce la possiamo cavare, tutto sommato.

E se invece fosse già ora ben più grave di quanto sia constatabile? Se, come sostengono molti studiosi, il grosso del cambiamento climatico, che deriva dall’alterazione di meccanismi naturali i cui effetti si sviluppano nel lungo periodo, dovesse ancora realizzarsi e quelli che constatiamo ora è solo l’inizio? Se quello che i vari paesi stanno cerca di attuare – contenimento dei gas serra e degli altri inquinanti, diffusione delle energie rinnovabili, impegni di mantenimento dell’aumento delle temperature entro certi limiti, eccetera – non dovesse fin d’ora essere sufficiente a porre riparo ai danni giù causati? Siamo (saremmo) pronti – non solo scientificamente e tecnologicamente ma pure culturalmente e socialmente – ad affrontare un tale scenario? Siamo capaci di concepire quali conseguenze potrebbe avere, su scala globale? Oppure il nostro bel condizionatore e la doccia di casa col suo abbondante getto di acqua ci continueranno a illudere ancora per lungo tempo? In effetti, ci vantiamo di abitare in un mondo totalmente conosciuto e iperconnesso ma le calotte polari in scioglimento restano ancora così lontane, e lo stesso per le acque oceaniche ricoperte di rifiuti plastici,

Tante domande, certo, ma ben poche risposte, al momento. E a fronte di una domanda – fondamentale, peraltro – se si vuole trovare una buona risposta bisogna pensarci bene, riflettere, ponderare ogni cosa, ogni elemento al meglio, e fare in modo che quella risposta sia la migliore possibile, e non un ennesimo sbaglio. Potrebbe essere quello finale.

(Immagine in testa al post: Jorge Gamboa, “The tip of an iceberg“)

La sQuola e il BurIan

Sarà, ma a me la decisione di tenere le scuole chiuse per maltempo, così solite e tipiche delle nostre italiote parti, mi pare una scempiaggine pari a quella di continuare a chiamare “Burian” un vento che si chiama Buran.

B-U-R-A-N, senza quella “i”!

Il diritto allo studio scolastico e alla frequentazione ordinaria di un luogo deputato ad esso, per principio non deve essere mai negato – semmai soltanto in occasione di eventi climatici realmente eccezionali (e non è affatto il caso di questi giorni) o altri gravi impedimenti – prevedendo per le circostanze come quella attuale attività didattiche alternative per gli studenti che possano essere presenti in modo da non danneggiare quelli che effettivamente non lo possono essere. È un principio tale e quale a quello – ribadisco, metaforizzando –  per il quale nessuno può negare il moto di un vento che giustamente soffia dove e come vuole nonostante quelli che nemmeno sanno come si chiami realmente. Ecco, sovente ho l’impressione che forse nemmeno quelli che impongono certe decisioni sanno veramente cosa significhi “scuola”, né tanto meno quanto sia necessaria l’educazione ai più naturali seppur fastidiosi disagi.

Be’, a questo punto speriamo non torni l’era glaciale, altrimenti ci ritroveremo una società di analfabeti ignoranti!

(L’immagine in testa al post è tratta da Roma Today. Cliccateci sopra per leggere l’articolo correlato.)

Alpinismo letterario

A volte si trova molta più “letteratura” (nel senso più artistico ovvero espressivo del vocabolo) ove mai si potrebbe pensare di trovarla che in certi “libri” – cioè, in tanti di quei prodotti di consumo che gli editori vogliono far credere che abbiano un qualche valore letterario e invero ne hanno ormai meno che lo scontrino d’una salumeria.)

Ad esempio, in un semplice schizzo col quale, con pochi ma illuminanti tratti, la guida alpina Michele Comi propone alcune salite nelle Alpi centrali per l’estate in corso. Così, con (all’apparenza) poco, Comi narra tantissimo: racconta cosa sia la montagna autentica e come possa (debba) essere un altrettanto autentico rapporto tra essa e l’uomo che l’affronta, rimarca che l’avventurarsi alpinisticamente in alta quota non potrà mai essere “un’esperienza programmata” e come tale vendibile come un “prodotto di consumo” (appunto, vedi sopra) oppure affrontabile come una vacanza in un villaggio turistico nella quale essere intrattenuti (da altri) è obbligatorio – dacché non più capaci di intrattenersi da soli, ad esempio proprio con lo spettacolo della Natura e delle vette alpine… Uno spettacolo unico e irripetibile perché autentico, non preconfezionato, non adattato e aggiustato al fine di eliminare la sua complessità e rendere tutto più facile – dunque più facilmente vendibile, ribadisco.

Anche a tale proposito, Michele Comi racconta e ribadisce come, inesorabilmente, anche l’Homo Technologicus contemporaneo di fronte alla Natura ridiventi piccolo e quasi insignificante, impotente ad esempio rispetto una meteo inclemente verso la quale l’unica cosa da fare è adattarsi nel modo migliore possibile, dato che sfuggirvi è invece prova evidente di pochezza antropologica (come se i monti dovessero essere chiusi al pubblico ogni qualvolta minacci pioggia o neve!)

E certo, alla fine Comi narra, in questo suo disegnino così letterario, anche di una possibilità meravigliosa: quella di salire una leggendaria vetta alpina (o più d’una) e da lassù guardare il mondo ai propri piedi. In alto, sopra le umane bassezze quotidiane, sopra una frenesia collettiva sempre più insensata e cognitivamente dissonante rispetto a ciò che ha intorno, sopra una “vita” (o quello che riteniamo tale) che troppo spesso si dimentica di quanto possa essere ricca di bellezza e valore e che, proprio per questo, necessita sempre più di elevarsi: culturalmente, spiritualmente, umanamente in primis, ma se possibile anche altitudinalmente. In fondo una vetta non è che un piccolo, angusto spazio di roccia e neve spazzato dalla meteo più inclemente: ma è anche, ogni vetta, un punto di contatto tra la dimensione terrena e quella celeste, tra il materiale e l’immateriale, tra la parte più pratica, più “fisica” del mondo vissuto e quella più emozionale e ultrasensibile. E starci anche solo per qualche istante, su una vetta, non sarà mai una merce da vendere semplicemente perché non ha prezzo.

Cliccate sull’immagine per aprirla in un formato più grande, oppure cliccate qui per visitare il sito web Stile Alpino e saperne di più.