Per una “reiterata” cura dei luoghi abbandonati… lunedì 11/02 in RADIO THULE, su RCI Radio!

Nel nostro sempre più antropizzato, frenetico, svagato mondo contemporaneo, spesso vicino a noi, a volte ai margini delle nostre città e altre volte dentro di esse, ormai ignorati dai più ma in verità sempre ben visibili e presenti, ci sono alcuni posti bellissimi e disperanti che sfuggono ad ogni tentativo di imbrigliarli perché solo nello stupore che puntualmente afferra chi ne varchi la soglia consentono di sperimentare la particolare magia dell’abbandono. Nonostante il silenzio estremo, questi luoghi desueti sono posti intensamente empatici oltre che alquanto affascinanti, i cui muri raccontano – a chi li sappia ascoltare – infinite storie, emozioni, angosce, desideri e ricordi degli esseri umani che li hanno vissuti o che in qualsiasi modo vi ci sono correlati, generando da tutto ciò ulteriori storie, narrazioni, invenzioni, fantasie. Perché spesso in essi “abbandono” non significa assenza, semmai significa quiescenza, una condizione di sospensione nella quale tuttavia basta poco a riportarvi piena vita.

Questi posti qualcuno li ha chiamati, con una definizione suggestiva ed emblematica, “le cliniche dell’abbandono”: luoghi da curare, che hanno curato, che possono ancora farlo. Di essi andremo nuovamente alla scoperta, nella prossima puntata di RADIO THULE, lunedì 11 febbraio alle ore 21 live su RCI Radio, guidati da un ospite speciale che forse già conoscete o che intuirete ma, in caso contrario, che dovete scoprire e conoscere…

A breve ne saprete di più: save the date & stay tuned!

La “civiltà” del malvivere

Natura, ecologia, parchi naturali, paiono parole riscoperte e di moda: ovunque se ne fa un gran parlare; e certe volte, appunto perché di moda, con poca cognizione e a sproposito.
Ma questo argomento è tanto importante e serio che meriterebbe da parte di tutti la massima attenzione, al pari dei grandi problemi che investono il nostro tempo. Mai come oggi l’uomo che vive in paesi industrializzati sente la mancanza di «natura» e la necessità di luoghi: montagne, pianure, fiumi, laghi, mari dove ritrovare serenità ed equilibrio; al punto che viene da pensare che la violenza, l’angoscia, il malvivere, l’apatia e la solitudine, siano da imputare in buona parte all’ambiente generato dalla nostra civiltà.

(Mario Rigoni Stern, Nota all’edizione tascabile in Uomini, boschi e api, Einaudi, 1a ed.1980, pag.V-VI.)

Il cielo di oggi

Oggi qui è una di quelle giornate che, se gli eredi di Vito Pallavicini potessero chiederne i proporzionali “diritti” artistico-cromatico-celesti, camperebbero da supermilionari per generazioni.

(Sì, adesso ve lo dico chi è: Vito Pallavicini è l’autore del testo di Azzurro, una delle canzoni pop italiane più famose di sempre, musicata da Paolo Conte e Michele Virano quindi portata al successo imperituro da Adriano Celentano. Ecco.)

(P.S.: ah, dimenticavo… fate clic sull’immagine!)

Il periodo migliore

Non è mai il momento giusto per morire, inutile rimarcarlo. Ma, a quanto pare, forse ci sono periodi “migliori” per farlo.
Tipo questo, guarda caso. E con “eleganza”, pure.

In fondo lo sosteneva Thomas Mann, ne La Montagna incantata: «La morte di un uomo è meno affar suo che di chi gli sopravvive.» Ecco, infatti!

Bianco

M’è venuto in  mente di pubblicare questa vecchia foto scattata durante una nevicata e intitolata White quiet, e stante questo titolo – sarà che fuori c’è la neve, sarà che le parole mi incuriosiscono sempre dacché sempre svelano “segreti” a volte inopinati, sarà che è sabato (?), mi sono messo a ragionare sul termine “bianco”.

Che in effetti è piuttosto sorprendente, nonostante l’uniformità assoluta di tinta che l’accezione “cromatica” (ovvero quella più popolare) della parola indica, la quale farebbe pensare a una totale assenza di contrasti, metaforicamente e non solo, è invero ricca di contrapposizioni e antinomie semantiche. A partire dal fatto che il colore “bianco”, così uniforme come appare, è in verità generato dall’unione di rosso, verde e blu, colori primari dello spettro – una cosa che già ci insegnano a scuola e ci dimostrano con il classico esperimento del raggio di luce bianca il quale, fatto passare attraverso un prisma di cristallo, si scompone e genera l’intera gamma di colori dell’arcobaleno, a loro volta derivanti dai suddetti colori primari. Insomma: cromaticamente parlando, “bianco” ci appare come un’assenza di colori quando invece è la presenza completa di essi. Uno stato di fatto e il suo opposto nello stesso elemento.

Ma questa non è che l’antinomia più semplice che (il) “bianco” ci regala.

Proprio in tema di clima stagionale, molto facilmente associamo “bianco” alla neve e al paesaggio innevato tipico dell’inverno, dunque a una condizione di freddo e gelo, ma di contro il momento in cui un corpo riscaldato raggiunge la massima temperatura diventando incandescente è detto al “calore bianco”.
Similmente è detta in questo modo una discussione estremamente tesa e rabbiosa ma, all’opposto, il “bianco” è sovente associato alla quiete e al silenzio – peraltro aspetti peculiari proprio del paesaggio ovattato da una nevicata. Viceversa il “rumore bianco” non è un fracasso estremamente rumoroso e fastidioso, totalmente antitetico a qualsiasi quiete?
A proposito di “bianco” associato a quiete e silenzio, dunque a una condizione di assenza, di virtuale solitudine, di isolamento: nella cromoterapia, al contrario, il colore “bianco” è utilizzato per alleviare la sensazione di solitudine.
Altra accezione e associazione sovente fatta con “bianco” è quella dell’assenza di confini e limiti, che alpinisti ed esploratori conoscono bene, definiscono white out e temono parecchio perché estremamente pericoloso: l’unica cosa da fare è stare fermi, in attesa che passi. Ovvero: un’assenza di limiti che in verità blocca e ostacola, un’antitesi notevole.
Inoltre: nella tradizione cinese e indiana il “bianco” è associato alla morte e al lutto, in Occidente niente affatto – vi associamo il nero, colore esattamente opposto. Infatti nella tradizione liturgica cristiana il bianco viene usato nei battesimi, nei matrimoni, nelle festività più importanti e per nulla associabili al lutto e alla morte.
Morte che, nelle guerre di un tempo, veniva cagionata da furiosi assalti all’“arma bianca”, i quali sovente finivano in spaventosi massacri. Ma quando invece si vuole identificare senza alcun dubbio i propri intenti di armistizio e riappacificazione, non si innalza “bandiera bianca”? E non è pure “bianca” la colomba che è il più diffuso simbolo di pace?
Eppoi, come dice quel vecchio proverbio toscano: «Anche le mucche nere danno il latte bianco»!

Ecco.

Mere riflessioni d’un sabato mattina di neve e biancore diffuso, appunto.