Ritornare ad abitare in montagna

[Ostana, Centro culturale Lou Pourtoun, progetto di M. Crotti, A. De Rossi, M.-P. Forsans, Studio Gsp. Foto Laura Cantarella, tratta da www.orticalab.it.]

La crisi che si sta attraversando, geografie in forte mutazione e il dinamismo progettuale di alcune realtà pongono alle montagne un tema inedito: come ritornare a essere un territorio dell’abitare.
Forse il paradigma delle “Alpi patrimonio” sembra conoscere, dopo più di tre decenni di vita, la sua fase discendente. Nato in contrapposizione al processo di turistificazione industriale delle montagne, parallelo al fenomeno di spopolamento, che ha costituito il leitmotiv alpino del “secolo breve” e della fase del fordismo urbano, il paradigma delle “Alpi patrimonio” è venuto a fondarsi sulla centralità dell’attore pubblico e su rilevanti finanziamenti in particolare di matrice europea, avendo al centro un’idea precisa: puntare sulla valorizzazione e la patrimonializzazione delle eredità materiali e culturali (storia, tradizioni, prodotti locali, architettura rurale, turismo soft, ecc.) come “piattaforma” per far fuoriuscire le aree non sog­gette ai processi di sviluppo turistico dalla loro marginalità.
Questa stagione, che indubbiamente è stata importante, e che ha comportato anche una nuova autoconsapevolezza autoctona, ha col tempo dimostrato una serie di limiti. Innanzitutto la centralità nuovamente attribuita al tema del turismo. E soprattutto un’idea di progetto contemporaneo delle montagne fondata essenzialmente su elementi del passato, a partire da “materialità” e valori simbolici tutti inscritti nel retaggio della civiltà alpina storica. Come se fosse impossibile costruire nuove valenze della montagna.
La crisi strutturale odierna, il venir meno dell’azione pubblica, il dinamismo certamente di nicchia ma comunque pionieristico e innovativo di alcune progettualità locali proprio nei luoghi fino a poco tempo fa ritenuti maggiormente marginali, mostrano geografie (di attori, di luoghi, di valori) in forte mutazione. Non più semplice playground turistico, le Alpi di oggi pongono un tema per molti versi inedito: come ritornare a essere un territorio tout court dell’abitare. […]
Sotto questo profilo le Alpi ripropongono nuovamente – secondo un’immagine messa a fuoco per la prima volta da Horace-Bénédict de Saussure – la loro natura di “laboratorio strategico”. È sulle Alpi che possono essere sperimentati nuovi modelli di sviluppo, capaci di conciliare crescita e qualità, innovazione e valorizzazione delle eredità. È sulle Alpi che può essere costruito un nuovo patto tra montagne e città, unica strada percorribile per sfuggire – come ha ricordato Enrico Camanni in La nuova vita delle Alpi – alla falsa alternativa tra trasformazione e conservazione.

Tratto da Antonio de Rossi, Una nuova stagione per le Alpi? pubblicato su architettilombardia.com il 09 giugno 2021.

Mi rivolgo agli amministratori pubblici di certe località montane italiane e ai relativi livelli istituzionali superiori: veramente può essere solo il turismo di massa – quello sciistico in particolare – l’unica forma di sviluppo economico e sociale possibile per le montagne italiane, come voi vorreste farci credere?

La montagna nuovamente al centro

[Vrin, comune nel Cantone dei Grigioni che da anni è al centro di uno dei più interessanti progetti di rigenerazione socioeconomica attivi nelle Alpi, del quale ho scritto qui. Foto di Adrian Michael, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]

Le Alpi sono state negli ultimi decenni un banco di prova interessante che ha tentato di capovolgere al positivo la propria condizione di marginalità a partire dalle peculiarità del proprio territorio, dando vita a esperienze, a volte divenute politiche, in grado di porsi come modelli di riferimento per forme abitative alternative a quelle urbane.
Rarefazione insediativa, qualità paesaggistica e ambientale, disponibilità di oggetti edilizi da recuperare e da trasformare, sono gli elementi su cui le recenti progettualità del mondo alpino stanno lavorando per costruire nuove prospettive per il territorio, attraverso logiche di re-infrastrutturazione, di creazione di servizi di prossimità, di economie circolari e di forme produttive innovative.
Progettualità che vanno viste in una prospettiva “metromontana” che […] consentano di ridare una nuova centralità alla montagna.
La ridefinizione di una “giusta distanza” tra città e territori è dunque […] una questione centrale per ripensare un sistema di infrastrutturazione integrato che garantisca possibilità di vita e di lavoro sulle Alpi.
Molti progetti e esperienze attualmente in atto sull’arco alpino sono riconducibili a due grandi questioni, tra loro fortemente intrecciate e interdipendenti.
Da una parte abbiamo il tema del welfare, ovvero di come l’architettura e il progetto dello spazio fisico collaborino alla messa a punto di una rete di strutture a servizio delle comunità locali, in un’ottica di valorizzazione qualitativa dei luoghi a tutto tondo. Pensiamo ai casi della Val Bregaglia in Svizzera, della Val Pusteria in Sudtirolo o ancora delle valli slovene, in cui l’architettura contemporanea è stata al tempo stesso veicolo ed epifenomeno della creazione di una efficiente rete di servizi alle comunità. Dall’altra, il tema della rigenerazione di quei territori fortemente toccati dallo spopolamento del Novecento e dalle mutazioni socioeconomiche della modernità e che sono diventati oggi dei laboratori in cui si sperimentano nuove forme di sviluppo a partire dalla cultura e dal coinvolgimento sociale delle comunità.

Testo tratto da Per una nuova abitabilità delle Alpi: architetture per il welfare e la rigenerazione, pubblicato su architettilombardia.com il 28 aprile 2021 e adattato dall’editoriale di “ArchAlp – Rivista internazionale di architettura e paesaggio alpino” edita dall’Istituto di Architettura Montana del Politecnico di Torino,  nr.4/2020.

Nota bene: ovviamente qui si parla di quelle Alpi che stanno sviluppando forme e percorsi di sviluppo socioeconomico, e di rimando culturale, ben diversi se non antitetici a quelle altre Alpi che, loro malgrado, vengono ancora sottoposte alle pratiche del turismo consumistico massificato e che per questo vengono rivolte di forza verso il passato – un passato peraltro rivelatosi sovente fallimentare – anziché verso il futuro, provocandone così un inesorabile decadenza.

Il paradossale rapporto odierno tra l’uomo e la Natura

[Quando a fine Ottocento si pensava di poter arrivare in treno fino in vetta al Cervino… Immagine tratta dal sito web del Club Alpino Svizzero.]
Si può identificare una sorta di particolare paradosso – se così lo si può definire – nella relazione tra l’uomo e l’ambiente naturale per come si è sviluppata in maniera crescente nell’era moderna, ovvero dall’industrializzazione in poi e fino ai giorni nostri.

Il paradosso è il seguente: fino a un certo punto l’uomo ha pensato che, con la tecnologia sviluppata grazie al galoppante progresso industriale, avrebbe potuto dominare in maniera concreta e (quasi) assoluta la Natura, soggiogandola ai propri bisogni come mai prima aveva potuto. Lo ha fatto, per certi versi, realizzando spesso opere notevoli e impressionanti ma, tutto sommato, in un modo francamente risibile rispetto alla presenza e alla potenza naturale con le quali si è rapportato. Anzi, a pensarci bene la sua sfida si è rivelata una bella illusione e un frequente sostanziale fallimento, con eccezioni assai rare che col senno di poi non possono certo giustificare qualsivoglia pretesa di “dominazione di successo” sulla Natura come l’uomo credeva e pretendeva in origine, quando pensava di poter giungere ovunque coi propri mezzi di trasporto (vedi l’immagine lì sopra), di colonizzare e costruire città in qualsiasi territorio, anche il più ostico, di controllare i fenomeni meteorologici e i cicli biologici adattandoli alle proprie esigenze, di poter sfruttare e industrializzare le risorse naturali a proprio piacimento e senza limite alcuno, né materiale e nemmeno morale… Be’, invece ecco che la Natura domina ancora e praticamente come secoli fa sulla civiltà umana e la sua tecnologia: basta un nubifragio in un territorio antropizzato/urbanizzato con modalità molto tecnologiche ma poco ecologiche, cioè tramite una forma mentis spadroneggiante e non conciliante, e la suddetta evidenza diventa palese, inutile rimarcarlo. Senza contare che se l’umanità s’è messa da sola nelle grane, climaticamente e non solo, in forza della propria impronta antropica sul pianeta e delle relative conseguenze, la Natura sa e saprà rinnovarsi sempre e come mai l’uomo riuscirà a fare, anche in condizioni che per il cosiddetto Sapiens risulterebbero consone a una potenziale estinzione del suo genere.

Oggi l’uomo contemporaneo, dotato d’una tecnologia ovviamente ben più avanzata che nel passato che parimenti lo potrebbe rendere più dominante d’un tempo, ha piuttosto l’opportunità di rimettersi in equilibrio con la comunque insuperabile dominanza dell’ambiente naturale, di (ri)armonizzarsi meglio che una volta con le sue potenti manifestazioni fenomeniche. Il vero successo odierno del progresso umano sarebbe proprio quello di adattarsi alla Natura senza più pensare di poterla soggiogare, tanto più che l’ambiente naturale di oggi presenta varie criticità ecologiche e climatiche che un tempo non c’erano, o non erano così evidenti, e verso le quali è evidente l’impreparazione umana sia tecnologica che culturale, almeno al momento. Invece, paradossalmente (appunto), l’uomo contemporaneo crede ancora di poter dominare la Natura, di poter vincere sui suoi fenomeni climatici, di poterne ignorare le manifestazioni e gli effetti come se nulla potessero, essi, contro la tecnologia umana, quando invece è del tutto palese che accade il contrario – e sarà ancor più palese, tale realtà, nei prossimi anni.

Se è progredito tecnologicamente, l’uomo, non altrettanto ha saputo fare culturalmente e intellettualmente, almeno in questo ambito. O forse sì, lo avrebbe saputo fare, lo ha fatto, ma non se ne rende conto e, nonostante il suddetto progresso, nei confronti del mondo naturale continua sostanzialmente a ragionare come faceva due o più secoli fa – paradossalmente, ribadisco – convinto di saper sfidare e poter vincere sulla Natura piuttosto di trovare con essa il più proficuo (per l’umanità in primis) e vitale equilibrio. E le conseguenze di questo regresso che l’uomo riesce assurdamente a coltivare nel suo “progresso” le stiamo già vedendo e le vedremo sempre più, nel futuro.

Nelle tracce del Lupo

Verrebbe da pensare che abbia un gran coraggio, Davide Sapienza, a dedicare un podcast su RaiPlay Sound a una creatura che di questi tempi molti considerano il “nemico numero uno” di chi vive in montagna, il lupo. In verità Davide non solo ha tutto il coraggio necessario per questo e per altro, ma ha anche la competenza culturale e l’esperienza in ambiente essenziale a un compito del genere: il risultato è Nelle tracce del Lupo, il podcast in 5 episodi che dal 15 giugno scorso è disponibile su https://www.raiplaysound.it e sull’app RaiPlay Sound.

Si noti la preposizione articolata presente nel titolo del podcast: nelle tracce del lupo, non “sulle”. Quella che propone Davide insieme a Lorenzo Pavolini (testo, registrazioni, sound design) e a Francesco Garolfi (musiche originali) – altri due personaggi che sono garanzia di contenuti di qualità eccelsa – è un’autentica immedesimazione nell’entità-lupo, non una semplice narrazione più o meno elegiaca del suo modus vivendi nel mondo degli umani, è un farsi lupo per indagare e comprendere meglio la relazione che gli uomini dovrebbero intessere non solo con esso ma con la Natura in generale, con il selvatico che abbiamo intorno, che sovente trascuriamo se non disprezziamo e di frequente distruggiamo.

Ben lontano dal dibattito fin troppo superficiale e ideologico che oggi impegna amici e nemici del lupo, Sapienza vuole innanzi tutto invitare l’ascoltatore alla conversazione tra il mondo selvatico e quello umano e raccontare la nostra attitudine culturale verso la Natura muovendosi “nelle” tracce di questo animale elusivo, per quanto studiato e conosciuto, per farci capire come altrettanto elusivi siamo diventati rispetto alla nostra naturale selvatichezza, che abbiamo tutti quanti dentro ma che ignoriamo o soffochiamo per crederci dominatori tecnologici assoluti del mondo, col risultato di causargli innumerevoli e drammatici danni. Forse dovremmo provare – in questo contesto e altrove – a metterci più spesso in dubbio rispetto al mondo che abbiamo intorno, immedesimandoci nella sua essenza selvatica con equilibrio e sensibilità e non solo nella nostra volontà di dominio e nel costante tentativo di giustificarla, per capire finalmente che la realtà nella quale tutti viviamo è parecchio diversa da quella che, per nostro mero comodo, vorremmo fosse. Imparare a guardarci come ci guarderebbero i lupi, ecco, animali ben più razionali degli uomini con i quali dobbiamo gioco forza vivere esattamente come il lupo deve e può vivere con gli umani, per non condannare entrambi – e non solo la specie apparentemente più debole – a soccombere.

Potete visitare la pagina dedicata a Nelle tracce del Lupo su RaiPlay Sound anche cliccando sull’immagine in testa al post, mentre qui potete leggerne il comunicato stampa e saperne di più.

Ciò che ci insegna la civiltà africana

[Un pastore Masai. Foto di Bertrand Lacote, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]

All’equilibrio ecologico corrispondeva un equilibrio nel campo delle relazioni umane, un equilibrio ideale di diritti e di doveri di parentela, talvolta molto semplice, spesso molto complicato e quasi sempre costruito in funzione di pressioni bilanciare tra le diverse sezioni della società: in maggioranza fra discendenze e gruppi di discendenza. Questo equilibrio ideale di relazioni di parentela, considerato essenziale per quell’altrettanto ideale equilibrio con la natura che era di per se stesso garanzia materiale di sopravvivenza, richiedeva specifici modelli di condotta. Gli individui potevano avere dei diritti, ma li avevano in virtù solo dei doveri che assolvevano verso la comunità.

In questo passaggio del suo celebre volume La civiltà africana, Basil Davidson (che di storia dell’Africa è stato considerato tra i massimi esperti in assoluto) rimarca indirettamente – ma non troppo – una colpa che noi civiltà avanzate occidentali manifestiamo rispetto a quelle altre comunità umane che, dall’alto del nostro progresso, abbiamo sempre considerato (più o meno marcatamente) arretrate: l’incapacità, ovvero la capacità perduta, di concepirci in relazione con la Natura proprio come civiltà, come rete strutturata di individui che abitano un territorio e il suo ambiente naturale con i quali dover necessariamente instaurare un equilibrio biologico proficuo per entrambi, umani e Natura, al fine di viverci al meglio e contemporaneamente garantire tale condizione a lungo nel tempo attraverso la salvaguardia del territorio stesso – a prescindere dalle forme attraverso le quali istituire e manifestare tale equilibrio nonché dal grado di progresso tecnologico e culturale raggiunto, ovviamente: non è questo il fulcro attorno a cui ruota la questione. Invece gli occidentali da tempo hanno rotto quell’equilibrio e ne hanno dimenticato l’importanza: avremmo la tecnologia per restare in armonia con il mondo che viviamo e con la sua Natura e invece la utilizziamo da decenni per distruggerlo. Anche in Africa, dove abitano quelli “arretrati” che vivono ancora nelle capanne di fango ai quali, anche sul tema suddetto, vorremmo insegnare il nostro “progresso”, già.