Quelli che al ristorante urlano

[Immagine tratta dal web.]
Ho già detto che gli avventori di buona parte dei ristoranti italiani, quando ci vanno e sono a tavola, chiacchierano, ridono, schiamazzano, sbraitano a un tono di voce consono ben più a una pubblica piazza durante una sagra se non alla curva di uno stadio quando una delle squadre segna un goal piuttosto che a un luogo di ritrovo e di culinaria convivialità?

Sì, l’ho già detto.

E ALLORA LO RIBADISCO, CRIBBIO!
Non potete essere tanto bifolchi e maleducati, voi maledetti avventori casinisti, da impedire una conversazione civile a chi vive la sfortuna di ritrovarsi con voi al ristorante!

Fate una bella cosa, che sono certo praticate similmente alla caciara di qui sto dicendo: quando siete a tavola, statevene incollati ai vostri smartphone. Così soffocherete la socialità del vostro tavolo e agevolerete la critica di quelli che ce l’hanno con la dipendenza da devices permanentemente connessi al web, ma di contro lascerete chiacchierare gli altri sui tavoli intorno a voi senza provocare raucedini e problemi d’udito, rendendo al contempo il ristorante un luogo più elegante o meno paragonabile a una bettola – dacché altrimenti è così, egregi proprietari dei locali in questione, rendetevene conto.

INTESI?

Ecco. Grazie.

La lettura rende il mondo più mondo

Allora, avevo sei anni, leggevo libri da bambini, non me ne ricordo uno, mentre mi ricordo, cinque anni dopo, il primo libro da grandi che ho letto; sono passati più di quarant’anni e io, di quel momento lì che ho scoperto i libri da grandi, quante cose ci possono essere dentro un libro senza figure, mi ricordo tutto: mi ricordo dov’ero, sotto il portico di casa nostra in campagna, mi ricordo il cantar di mia nonna dalla cucina, mi ricordo che passava mio babbo con dei secchi di cemento, mi ricordo la sedia arancione dove ero seduto, mi ricordo la polvere che c’era nell’aria, mi ricordo la sensazione stranissima dovuta al fatto che io, incantato dal libro, non ero per questo incanto estraniato dal mondo, ero dentro, nel mondo: leggere produceva un effetto stranissimo, faceva diventare il mondo più mondo.

(Paolo Nori, La grande Russia portatile, Salani Editore, 2018, pagg.12-13.)

La buona azione

[Photo credit: Deedee86 da Pixabay]
Il tizio che guidava l’auto davanti alla mia, poco fa, giunge all’incrocio, getta in terra dal finestrino il mozzicone della sigaretta che stava fumando, poi si sposta a destra per svoltare senza mettere la freccia. Io, che dovevo svoltare a sinistra, mi affianco, abbasso il finestrino e a piena voce gli dico che «la prossima volta il mozzicone glielo spengo in fronte!».

La mia buona azione quotidiana, già.
Dandogli pure del “lei”, per evitare di cadere in maleducazioni per me inaccettabili.

Non so se abbia capito, in certe teste vuote le parole rimbalzano in mille eco e diventano incomprensibili, per i proprietari di quelle teste. Forse hanno ragione quelli che sostengono che contano ben più i fatti, delle parole. Ecco.

Un futuro “dispiacevole”, per i libri?

(Photo credit: Angel Hernandez da Pixabay)

In lettura sono stati constatati dei passi indietro nella maggior parte dei 36 paesi dell’Ocse. Rispetto al primo rilevamento effettuato nel 2000 si delinea un calo del piacere della lettura da parte dei quindicenni.

Così riporta questo articolo di “SwissInfo” dedicato ai risultati dei test PISA dell’OCSE, resi pubblici qualche giorno fa (ne ho già detto qui) e che stanno suscitando notevoli dibattiti, anche per certe situazioni nazionali – ad esempio quella italiana, sì – non esattamente rosee.

Insomma, a stare ai risultati suddetti, giustamente evidenziati dalla testata svizzera, il futuro dei libri e della lettura appare quanto mai incerto, se non già inquietante, in considerazione del fatto poi che la fascia d’età citata è una di quelle fondamentali per la formazione dei lettori adulti nonché una di quelle più “performanti”, a livelli di vendite, del mercato editoriale.

Ma non solo il futuro appare buio in tal senso. Torna in mente quel famoso adagio, «un bambino che legge sarà un adulto che pensa», e constatare che possa venir meno quella insuperabile e irrinunciabile educazione al pensiero, all’intelligenza, alla civiltà, alla libertà che sanno dare i buoni libri letti nell’età della formazione, è veramente qualcosa di preoccupante.

C’è una speranza, almeno: vista la giovane età dei soggetti in questione, ci può essere il tempo necessario per migliorare tale realtà e farla tornare virtuosa per il bene di tutti. È un compito fondamentale che devono assumersi la scuola, l’istituzione statale, i media e l’opinione pubblica e in primis la famiglia. E di questi elementi, temo che solo uno (in rari casi due) abbia o abbiano la volontà e la consapevolezza necessaria – salvo eccezioni che mi auguro sporadiche – ad assumersi questa responsabilità. Ma ne va del futuro dell’intera società: sarebbe il caso di riflettere su ciò e di agire con la dovuta sollecitudine e con altrettanta efficacia.

 

L’ignoranza è vanesia

(Photo credit: https://pixabay.com/it/users/ben_kerckx-69781/)
È sempre parecchio interessante e al contempo significativo (e pure un po’ inquietante, a dire il vero) constatare come le persone veramente intelligenti e colte non danno mai a vedere di esserlo se non per qualche buon (e utile) motivo, le persone incolte e ignoranti fanno di tutto per dimostrare quanto lo siano anche quando non ne avrebbero motivo.