Lunedì mattina

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Lunedì mattina nella New York del 1904.
Perché un tempo la domenica (forse) non si lavorava in fabbrica ma a casa sì (e le donne soprattutto e sempre, viene da pensare).
Ergo, a quei tempi il lunedì forse non era così “tragico” come molti credono sia, oggi.

(Fonte dell’immagine: qui.)

Autodistruzione

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La modifica di Horkheimer e Adorno rispetto al modello weberiano del “disincantamento del mondo” riguarda il trapasso dalla storia universale alla filosofia della storia attraverso l’assoggettamento a quella dialettica di illuminismo e mito, razionalità e follia, progresso e regresso, liberazione e autoasservimento che impronta la storia della civiltà occidentale sin dai suoi inizi. Le prime notizie sull’Olocausto e il pericolo, allora percepito come estremamente reale, di un fascismo mondiale indussero i due autori a diagnosticare una incessante autodistruzione dell’illuminismo. La dinamica di tale processo autodistruttivo va cercata nella struttura dell’illuminismo stesso e del suo principio dominante: “Non solo idealmente, ma anche praticamente la tendenza all’autodistruzione appartiene fin dall’inizio alla razionalità, e non solo alla fase in cui essa emerge in tutta la sua evidenza” (p. 9). Il trapasso immanente dell’illuminismo in una nuova mitologia, il ritorno del primitivo e della barbarie nella società industriale progredita e il rovesciamento della democrazia borghese-illuminata in un dominio totalitario non sono quindi una mera contingenza storica, ma un processo necessario e ineluttabile sinché la storia segue il principio cui si è ispirata sinora: “Ogni tentativo di spezzare la costrizione naturale spezzando la natura cade tanto più profondamente nella coazione naturale. È questo il corso della civiltà europea” (p. 21).

Brano tratto dalla Enciclopedia delle Scienze Sociali Treccani, voce “Razionalizzazione”. Le tesi di Max Horkheimer e Theodor Adorno in esso disquisite vengono dall’opera Dialektik der Aufklärung. Philosophische Fragmente, Amsterdam 1947 (tr. it.: Dialettica dell’illuminismo, Torino 1966). Il “modello weberiano” è ovviamente quello postulato da Max Weber.

I riferimenti agli avvenimenti che stanno caratterizzando la storia del mondo negli ultimi tempi è – altrettanto ovviamente – inevitabile, per come la storia contemporanea sembra divenire sempre più la materializzazione del senso precipuo delle tesi di Horkheimer e Adorno. Un senso, sia chiaro, non banalmente contro qualcuno, semmai riguardo (e contro) qualcosa con il quale concordo da molto tempo, dacché mi pare evidente che la tendenza della (presunta) civiltà umana – nel suo complesso, senza distinzioni di sorta – all’autodistruzione o, in altri termini, a un’ineluttabile implosione di natura principalmente socio-antropologica – oltre che culturale, morale, etica, ovviamente politica nonché d’altri generi assai meno immateriali – sia innegabile. Esattamente come hanno previsto, peraltro, numerose opere letterarie distopiche novecentesche con una perspicacia che, col tempo, sta diventando sempre più impressionante e sempre meno inopinata.

 

Briatore cosa sostiene, in realtà? Che i ricchi sono degli emeriti decerebrati!

article-2384651-1b264127000005dc-428_634x421Come cerco di fare usualmente, vado alla ricerca di una chiave di lettura diversa, ma sempre di matrice culturale, alla polemica innescata da Flavio Briatore – persona che, sia chiaro, da parte mia non trovo giammai degna d’alcun apprezzamento – circa la Puglia e, in generale, il valore concreto di cultura e turismo nell’economia di un luogo, sia esso una regione o un intero paese.
Già, perché al di là dei temi sui quali si è concentrata la polemica, sostanzialmente Briatore ha detto una cosa ben chiara: rimarcando che i ricchi voglio lusso e divertimento sfrenato, ha precisato che  «Io so bene come ragiona chi ha molti soldi: non vuole prati né musei». Cosa ne deduco io, dunque? Molto semplicemente, che nell’epoca contemporanea fa più soldi chi è più ignorante. Dacché se è inutile rimarcare che Natura, musei, arte e cultura in generale sono causa/effetto di teste attive e pensanti ovvero di intelligenza, ne consegue che nel mondo di oggi la ricchezza è nelle mani di emeriti idioti. I quali quindi hanno e fanno i soldi non perché dotati di cervello, acume, perspicacia, ingegno e di doti relative e conseguenti, ma per chissà quali maneggi finanziari di (facile intuirlo) assai poco limpida natura. O per mere botte di culo, certo. Comunque, tramite modi che negano qualsiasi buon uso della testa – sappiatelo, voi che vi sbattete tanto per studiare e farvi una cultura/specializzazione e così costruirvi una buona carriera che vi garantisca pure un comodo tenore di vita… È tutta fatica sprecata. Datevi direttamente al malaffare: tanto la società, tenuta in pugno da personaggi del genere, è comunque destinata al più nero degrado!
Sto speculando troppo? In parte sì, perché so bene che in giro per il mondo esistano miliardari che al lusso nel quale vivono affiancano ben volentieri varie forme di filantropia culturale; e so bene che l’idea di “ricco” a cui fa riferimento Briatore è vecchia e inevitabilmente destinata a implodere in sé stessa perché totalmente priva di spessore civico, oltre che umano. Di contro, non sto troppo esagerando perché, purtroppo, è verissimo che certi personaggi di palese cretinaggine muovono un sacco di soldi e, per questo, sono riveriti e venerati dalla classe politica: poi fa nulla se rovinano mercati, equilibri finanziari, la vita di intere fasce di popolazione o quant’altro in forza della loro stupidità accecata dalla foga per il denaro e l’irrefrenabile volontà di ricchezza… Oppure fa nulla che a ciò, tali personaggi spesso uniscano anche un’inopinata, o forse inevitabile, tendenza alla illegalità: è bene ricordare che il “signor” Briatore, “per affari connessi a bische clandestine e gioco d’azzardo viene condannato in primo grado a un anno e sei mesi di reclusione dal Tribunale di Bergamo e a tre anni dal Tribunale di Milano, evitando il carcere con la fuga a Saint Thomas, nelle Isole Vergini americane, per poi tornare in Italia dopo un’amnistia” (da Wikipedia – ed è solo un caso tra i tanti). Fa nulla, già, visto che nel frattempo tizi del genere si permettono di dire e fare ciò che vogliono, raccogliendo applausi e lodi: e ciò non significa che non possano dire cose anche condivisibili, per certi aspetti – come ad esempio spiega Luigi Caiafa su Cultora – piuttosto significa, e qui sta soprattutto il risvolto culturale della questione, che la nostra civiltà ha un serio problema non solo circa la sperequazione delle ricchezze tra la popolazione ma pure con la gestione di tali ricchezze. A volte tanto ingenti da poter rovinare interi paesi. È una questione culturale, ribadisco, e per diversi aspetti, dacché tocca pure la salvaguardia economica del patrimonio legato alla cultura, così rozzamente tirato in ballo da Briatore: gli tagliamo i fondi, pure più di quanto già non sia stato fatto fino a ora, per costruire enormi e lussuosissimi resort e altre infrastrutture meramente funzionali a tale turismo dei ricchi direttamente sulle spiagge o, come già accaduto, sopra zone archeologiche e altri luoghi di incalcolabile valore culturale? Oppure, magari, facciamo in modo che, come avviene in altri paesi grazie a favorevoli condizioni politiche e fiscali, si solleciti l’ego smisurato dei super-ricchi facendoli diventare i primi difensori e sostenitori del patrimonio culturale pugliese e nazionale? Di sicuro, bisogna contrastare con tutte le forze ciò a cui Briatore inneggia con tanta boria: il più tracotante disprezzo per la cultura e per l’identità di un popolo e di una comunità sociale – regionale, in tal caso, ma non solo. Perché alla fine, da tale punto di vista, di questo si tratta: un ennesimo attacco al nostro patrimonio culturale, come non mancassero quelli già lanciati, direttamente o meno, dalla classe politica nostrana!
Magari, poi, sto sbagliando tutto. Già, forse ha ragione Briatore: meglio tanti mentecatti pieni di quattrini che si danno al divertimento sfrenato dentro resort simili a fortezze ultraprotette da eserciti di body guards mentre fuori musei ricolmi di meraviglie ignorate dai più chiudono per mancanza di fondi. Qualcuno, in tal modo, guadagnerebbe molti soldi, ma credo che parimenti perderebbe tutta la sua identità culturale, oltre che la dignità. D’altro canto si sa: l’idiota mica lo sa di esserlo, anzi: si crede sempre il più furbo di tutti.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Il futuro è femmina!

13686548_10207031217560663_8614862326173843711_nIl futuro è femmina, già.
Per quanti mi riguarda è più di un augurio, quello in evidenza nella suggestiva immagine lì sopra: è una necessità.
Lo è – è banale rimarcarlo tanto quanto inevitabile – perché la storia della civiltà umana ha visto le sue pagine più fosche scritte sempre, con rarissime eccezioni, da uomini, ovvero determinate da atteggiamenti mentali maschili – ovvero maschiocentrici, sotto altri punti di vista.
È altrettanto banale e inevitabile affermare che lo sia, una necessità, pur solo per naturalissime ragioni di equilibrio antropologico. Qualcosa di più profondo, o meno superficiale, delle ormai da tempo in voga “quote rosa” che allo scrivente sembrano tanto un’ennesima amara sconfitta per le donne travestita da conquista comunque magnanimamente concessa dagli uomini. Semmai la riaffermazione, o la messa in atto finalmente effettiva e concreta, di una condizione naturale che, in ogni modo tale non sia, rappresenta una autentica irrazionalità nonché un pesante atto d’accusa verso il genere maschile, che per secoli ha negato alle donne la vita e l’esistenza – con tutti i diritti e doveri del caso – riservata a ogni essere umano, e non solo a una parte. E perché lo ha fatto? Per virtù riservata al sesso forte? No, più probabile il contrario: per malignità tipica di chi è invece più debole e non lo vuole ammettere.
In verità non esiste sesso forte né debole, e non esiste “uomo” o “donna” in ciò che va fatto a favore del bene individuale e collettivo: esistono – appunto – esseri umani più o meno capaci di conseguire in tal senso risultati fruttuosi per chiunque. Tuttavia, ribadisco, la storia ci può appurare in maniera indubitabile – purtroppo per noi maschi – che di danni gli uomini ne abbiano fatti a sufficienza, e che è giunta finalmente l’ora di capire se le donne possano fare peggio oppure – come io credo, almeno in molte situazioni – meglio di loro.
Una cosa però chiedo alle donne che mi auguro guidino, già dal presente, il futuro dell’umanità: di non ripetere quell’errore tremendo sovente fatto da tante di esse che abbiano saputo conseguire posizioni di comando, qualsiasi esse siano. Vi prego, non scimmiottate gli uomini, siate voi stesse! Non dovete arrivare in quelle posizioni di potere imitando ciò che farebbero gli uomini per ottenere gli stessi risultati, dovete arrivarci come donne vere, pensando e agendo da donne, non da “donne brave come uomini”: donne brave, bravissime in quanto donne, punto.
Temo sia provocato, quell’errore, da una sorta di effetto collaterale derivante dalla secolare riduzione della donna ad un livello – di comando, di prestigio, di valore intellettuale, di capacità pratica, eccetera – sempre inferiore e quasi sempre subordinato rispetto a quello degli uomini, il quale “effetto collaterale” si sia annidato nelle donne come una sorta di pericoloso virus o, se preferite, una specie di sindrome di Stoccolma di natura antropologica. Il che le porta, appunto, a dover diventare brave, o più brave, degli uomini, quando invece dovrebbero – devono essere brave per sé stesse. Le soggioga al solito, inesorabile, inamovibile riferimento, dal quale faticano a staccarsi e liberarsi.
Invece solo col mondo nelle mani – ovvero nelle mani molto più di come è stato finora – di donne vere, donne “donne” al 100% emancipate da qualsivoglia pur minimo e ipotizzabile paragone col mondo maschile, potremo tutti quanti godere delle loro virtù, del talento, delle capacità e della loro facoltà di migliorare – e molto, ribadisco questa mia convinzione – il mondo stesso. E in qualsiasi eventuale modo noi uomini cercheremo di frenare questa grande rivoluzione, non sarà che l’ennesima prova della nostra grande debolezza. Dunque non ci conviene fare ulteriori brutte figure, anzi: visto quante ne abbiamo combinate finora, ci conviene non poco metterci da una parte e lasciare spazio, alle donne, affiancandole al fine di fornir loro tutto l’aiuto necessario. Non solo perché glielo dobbiamo, dopo così tanti secoli, ma perché lo dobbiamo al mondo intero e al suo futuro. Che è femmina, ma è pure il futuro di tutti noi.

Valeria Parrella, “Mosca più balena”

cop_parrella_libro3dTempo fa lessi un articolo nel quale si disquisiva del rapporto inversamente proporzionale tra qualità letteraria di alcuni autori e posizione nelle classifiche di vendita ovvero, per conseguenza, della crescente incapacità da parte del grande pubblico di distinguere la letteratura di pregio da quella pseudo-tale, e tra i vari nomi d’esempio citati al riguardo c’era quello di Valeria Parrella.
Che dovevo leggere a tal punto, senza dubbio. Così, ho sottoposto il libro prescelto per fare la di lei conoscenza letteraria alla personale e consueta metodologia: acquisto, messa in vista sullo scaffale della biblioteca domestica tra i libri ancora da leggere, maturazione o decantazione (di durata variabile e comunque imprevedibile) scintilla d’interesse alla lettura (quasi sempre improvvisa e istintiva), lettura.
Per questo giungo solo oggi a scrivere di Mosca più balena (Minimum Fax, Collana Mini, 1° ediz. 2003), pluripremiato esordio della scrittrice napoletana ma non per questo – ovvero non perché esordio e non perché pluripremiato – scelto dallo scrivente per fare la sua conoscenza, appunto.
Mosca più balena è una raccolta di sei racconti di vita vissuta, se così posso dire, nei quali Parrella mette in scena soggetti e situazioni di sostanziale ordinarietà e, dunque, di potenziale ovvietà: una ragazzina appena maggiorenne che accanto a un malavitoso si atteggia a signora dell’alta società, un trentacinquenne cocainomane che vive con la mamma e organizza sgangheratissime campagne elettorali, una giovane donna che ondeggia tra passione etero e omosessuali in una quotidianità precaria e priva di emozioni…

valeria-parrellaLeggete la recensione completa di Mosca più balena cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!