La verità fa male (e un pò fa ridere)

La verità fa male, recita il vecchio adagio. Però il male a volte fa ridere, recito io (che sto diventando vecchio e non adagio!)

Qualche tempo fa ho pubblicato alcune mie considerazioni in merito a una panchina gigante, che era stata appena inaugurata, su una pagina social di promozione turistica del territorio ove è stata installata. Bannato.

In un’altra e diversa circostanza scrissi alcune opinioni su un evento sportivo palesemente insostenibile nel luogo che l’avrebbe ospitato, sulla pagina di uno dei suoi promotori. Bannato anche qui.

Di recente invece mi sono permesso di postare un commento sulla pagina di un esponente politico locale (vedi qui sotto) contestando una sua affermazione sulla genuinità tradizionale di un certo prodotto “tipico” della Valtellina che tutti sanno essere falsa – cosa facilmente rilevabile pure da chi non ne sia a conoscenza – seppur venga regolarmente sostenuta dal marketing di quel prodotto. Commento cancellato (però il politico non mi ha bannato: lo ringrazio per la magnanimità riservatami!) Lo vedete solo grazie al provvidenziale screenshot di un amico.

Be’, di primo acchito non posso che ridere di fronte a questo comportamento così sorprendentemente puerile. Poi, la mia risata da divertita si fa amara: perché evitare il confronto quando palesemente – come sempre è da parte mia – il commento non mira alla denigrazione o allo scontro diretto ma, appunto, al dibattito tra opinioni differenti che risulti costruttivo per entrambe le parti?

Quando si evita il confronto ciò che se ne deduce è che la parte che “fugge” non sia in grado di reggerlo, non abbia argomenti e dati di fatto adeguati a controbattere. D’altro canto, se avessi scritto qualche stupidaggine sono certo che quei miei interlocutori non avrebbero perso l’occasione per denotarmelo e rimarcarlo ai loro followers. Forse che non tutti vengano ritenuti degni di interloquire con i suddetti soggetti?

Insomma, è un peccato, una buona occasione di confronto persa. In democrazia, per giunta, e sui social media, lo spazio contemporaneo democratico per eccellenza. Non proprio una bella cosa, già.

P.S.: non indico qui i riferimenti delle pagine e dei soggetti in questione per evitare ulteriori diatribe, che risulterebbero noiose e non servirebbero a nulla, oltre che per una forma di rispetto nei loro confronti visto che personalmente non ho nulla contro di loro.

Una panchina normale, finalmente!

[Immagine tratta da www.tio.ch.]
Qualche giorno sul Passo di San Lucio, tra Val Colla (Svizzera) e Val Cavargna (Italia), è stata posata una panchina in legno di castagno nel corso di una giornata contro il littering e di sensibilizzazione transfrontaliera sul tema dei rifiuti in montagna. La vedete nella foto qui sopra.

Una panchina normale, già. È un gesto tanto piccolo quanto super emblematico, fateci caso: una panchina normale per sensibilizzare contro i rifiuti sparsi in montagna i cui esempi maggiori sono proprio panchine, quelle giganti. Che sono un rifiuto, nella forma e nella sostanza: perché sono un manufatto di ferro, legno e cemento che presto andrà alla malora e perché rappresentano il rifiuto (loro malgrado, ma tant’è) di una frequentazione intelligente e consapevole dei luoghi che vorrebbero “valorizzare” e invece contribuiscono a degradare.

N.B.: una panchina normale, ribadisco. Finalmente. Guarda caso installata dagli svizzeri, non dagli italiani. Certe “malattie” colpiscono più facilmente gli organismi già debilitati, purtroppo.

La natura ha bisogno di essere “valorizzata”?

Quante volte leggiamo di opere turistiche realizzate per “valorizzare” territori, luoghi, paesaggi naturali?

Ponti sospesi, panchine giganti, ciclovie, percorsi d’ogni tipo e genere… l’elenco è lungo, già.

Ma veramente la natura ha bisogno di essere “valorizzata”?

O forse siamo noi che dobbiamo saper “valorizzare” i nostri sensi e la cognizione culturale per riuscire a capire che la natura, con tutto quello di unico che sa offrirci in ogni suo angolo, non ha nessun bisogno di essere valorizzata?

Senza contare che troppe volte, nelle circostanze suddette, il verbo “valorizzare” viene applicato nella sua accezione più materiale, di dare un valore di commercio così da poter “vendere” (a volte svendere) il luogo come fosse un bene di consumo. Ma è lecito ragionare così quando si ha a che fare con la natura, patrimonio di tutti noi?

[Cosa cambia nella bellezza del paesaggio dall’immagine in testa al post a questa? Solo la nostra capacità di creature intelligenti e senzienti di percepirla, comprenderla e apprezzarla, che dovremmo saper fare geneticamente, non solo grazie a certi manufatti artificiali.]
N.B.: entrambe le immagini sono tratte dal sito web visitlakeiseo.info.

 

Fare cose (quasi) belle e buone in montagna: sulle Alpi Liguri, con l’Alta Via del Sale

L’Alta Via del Sale è una spettacolare strada bianca ex-militare, interamente sterrata, che collega le Alpi Piemontesi e Francesi al Mare Ligure; si snoda tra i 1800 e i 2100 metri di quota per circa 30 km lungo lo spartiacque alpino principale presso il confine italo-francese attraversando a mezzacosta valichi alpini, tornanti e passaggi arditi.

E’ probabilmente il tracciato più famoso dei 2000 km di strade militari realizzate tra il 1700 e gli anni Trenta del secolo scorso lungo le Alpi Occidentali, tra Liguria e Piemonte. Strade di alta quota che, assieme ad una serie imponente di opere difensive, costituiva il cosiddetto Vallo Alpino Occidentale, con percorsi che per lunghi tratti superano i 2000 metri di quota, praticabili quasi esclusivamente nel periodo estivo, attraverso altipiani selvaggi e praterie alpine, costeggiando montagne impervie e sovrastando imponenti balze rocciose.

Una volta venuta meno la funzione militare, questo patrimonio storico e culturale, è rimasto a lungo abbandonato e lasciato al degrado nonché ad una fruizione turistica del tutto priva di regole, diventando una sorta di far west motoristico privo di controlli per scorribande di fuoristrada, a due o quattro ruote, anche provenienti da paesi dove tali attività mai sarebbero state consentite. Negli ultimi anni, fortunatamente, questa rete stradale di alta quota è stata in parte recuperata e destinata ad una frequentazione più controllata. Uno dei tratti più famosi è appunto quello che prende il nome di Alta Via del Sale, il quale ovviamente ricorda il preponderante transito commerciale di sale marino dalla Liguria verso il Piemonte e le altre regione nordoccidentali italiane.

Come spiega qui Francesco Pastorelli, direttore di CIPRA Italia, la delegazione italiana della Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi, «i primi tentativi di gestione controllata dell’Alta Via del Sale furono quelli attuati dal Parco del Marguareis per delimitare aree parcheggio da parte del nel tratto di sua competenza, accompagnati dalle difficoltà a far accettare ai comuni italiani e francesi la necessità di porre un freno alla frequentazione motorizzata di quel territorio, tanto affascinante quanto delicato. Col passare del tempo, tuttavia, il crescente sviluppo del cicloturismo ha fatto capire che non ci sono solo le moto da enduro ed i 4×4 e che quel percorso avrebbe potuto rivelarsi una carta vincente per il turismo della regione. Così da alcuni anni è in vigore una regolamentazione che prevede il pagamento di un pedaggio e soprattutto un numero chiuso (80 autoveicoli e 140 motoveicoli giornalieri) nonché due giornate alla settimana senza traffico motorizzato e con la strada lasciata a disposizione di escursionisti e ciclisti (questi secondi pagano un ticket di ingresso simbolico di 1 Euro, richiesto al fine di censire gli ingressi dei cicloturisti per meglio programmare la futura gestione del tracciato – n.d.L.) che hanno la possibilità di godere una straordinaria esperienza outdoor senza rumore, sollevamento di polvere e rischio di essere investiti.»

La via verso una riduzione dei rumori e dei gas di scarico lungo l’Alta Via del Sale è stata tracciata, ma senza dubbio va percorsa con sempre più decisione (da ciò viene il “quasi” del titolo di questo articolo). Non si può che concordare con Pastorelli quando afferma che «in futuro sarebbe auspicabile incrementare le giornate di chiusura ai mezzi motorizzati e far rispettare i limiti di velocità. Diminuendo le auto e le moto diminuirebbero gli incassi, indispensabili per la manutenzione della strada? Credo che le persone praticanti il cicloturismo, messe nelle condizioni di fruire luoghi di rara bellezza, sarebbero disposte a pagare un ticket di accesso, a patto di non dover condividere la strada con auto e moto ed essere costrette a mangiare la loro polvere. Anche i delicati ambienti naturali circostanti ne trarrebbero beneficio.»

Posto ciò, l’Alta Via del Sale può rappresentare un modello virtuoso di gestione di un’opera turistica in quota da meditare e imitare, vista la quantità lungo le Alpi di percorsi montani sovente fruiti dai mezzi motorizzati per mere ragioni ludico-ricreative pressoché senza controlli autentici, ma che di contro sono dotati di grandi potenzialità riguardo il turismo dolce e sostenibile: potenzialità poco o nulla sfruttate per colpa di quel traffico impattante e fastidioso oltre che decontestuale ai luoghi che ne sono soggetti. Ciò anche per incentivare i visitatori verso tali forme di turismo ben più sostenibili tanto quanto appaganti per chi ne gode, e molto più in grado di far conoscere e veicolare la bellezza dei territori e dei paesaggi frequentati nonché il loro valore culturale.

Per saperne di più sull’Alta Via del Sale, potete visitare il relativo sito web https://www.altaviadelsale.com/ita, dal quale ho tratto tutte le immagini che vedete in questo post.

N.B.: altre cose belle e buone fatte in montagna delle quali ho scritto qui sul blog:

La Valtellina e i suoi prodotti tipici (sì, ma di altri posti!)

Che le località turistiche siano il soggetto – e vengano fatte oggetto – di un marketing sovente aggressivo, il quale punta più alla costruzione di immaginari funzionali ai tornaconti turistici che a una reale valorizzazione dei luoghi, è una pratica diffusa e a volte opinabile ma in fondo comprensibile, almeno in considerazione degli scopi per i quali è elaborata. Che gli slogan con i quali il marketing turistico diffonde i propri messaggi e crea il suddetto immaginario con altrettanta frequenza si basino su vere proprie mistificazioni quando non di falsità belle e buone è qualcosa di inesorabilmente opinabile tanto quanto inaccettabile: perché finiscono per danneggiare i luoghi, le peculiarità identitarie e referenziali che generano il valore di essi e l’attrattività turistica virtuosa, la loro cultura e di rimando la storia sociale delle comunità che li abitano, le quali diventano mere comparse su un palcoscenico dal quale si offre al pubblico una narrazione falsata, inventata, anonimizzante. Una narrazione che trasforma quei territori in non luoghi esattamente come accade in altri modi e con pari nocività, anche se meno visibile e spesso travisata, alla lunga degradandone le potenzialità turistiche per sé stesse e rispetto ad altri luoghi assimilabili.

Il settore enogastronomico, ritenuto motivatamente uno dei principali nelle offerte turistiche contemporanee dei luoghi di pregio proprio perché tra quelli ritenuti capaci di custodire e offrire la cultura e le tradizioni locali, paradossalmente è il settore che forse più frequentemente di altri è soggetto a tali mistificazioni e a narrazioni convenzionali che diffondono falsità – convenzionali all’offerta turistica a chi la gestisce, appunto – ma lo fanno con notevole scaltrezza, così che il turista medio non possa capacitarsi d’essere preso per i fondelli in modi pur tanto palesi. D’altronde, come scrive l’esperto di marketing americano Seth Godin, «Raccontare bene storie, senza mai oltrepassare il labile confine tra bugie e frode, è quello che differenzia il buon marketing da quello inutile.» Ecco, un ottimo esempio al riguardo lo vedete lì sopra: è un’immagine tratta da un sito web di vendita di «prodotti tipici della Valtellina e dell’arco alpino». La didascalia così dice:

«Sapevi che la coltivazione di grano saraceno è rappresentativa per la Valtellina?
Attraverso i secoli il grano saraceno ha acquisito un ruolo significativo come prodotto storico, rappresentativo di un patrimonio di sapori culturali identitari.
Mentre altrove in Italia la coltivazione di questa pianta è quasi scomparsa, nella Valtellina, nonostante la notevole diminuzione della produzione locale, rimane un prodotto straordinario.
La farina di grano saraceno continua a essere l’ingrediente fondamentale per i tipici valtellinesi, divenuti celebri anche al di fuori dei confini con piatti come pizzoccheri, sciàt, polenta taragna e chisciöi.»

Peccato che, come denota sulla propria pagina Facebook l’amico Jonni Fendi, rinomato imprenditore vitivinicolo e agricolo valtellinese (del quale vi parlerò meglio prossimamente),

Per evitare mistificazioni sarebbe interessante sottolineare che attualmente in Valtellina produciamo (io compreso) nemmeno l’1% del grano saraceno che si utilizza nei piatti “tipici” valtellinesi. Difatti il 99% arriva su dei TIR targati Lituania, entra a Teglio, Chiavenna eccetera e poi diviene “magicamente” locale.

Dulcis in fundo, Jonni aggiunge che,

Nell’immagine c’è frumento o farro ma non grano saraceno…

Insomma, capite la sostanza dei fatti.

Di contro, è significativo notare che quel breve testo a corredo dell’immagine non è che dica grosse bugie: semmai non dice la verità su ciò di cui scrive. Ad esempio non dice della provenienza effettiva del grano saraceno “valtellinese”, afferma che la diminuzione della produzione locale è «notevole» ma non dice che lo è al punto da essere quasi scomparsa, dunque non mette in luce che, se pur «coltivazione rappresentativa», ovviamente non può più essere considerata tradizionale e identitaria e di conseguenza non dice che i piatti tipici valtellinesi in verità “tipici” non lo possono essere più se non in forza di una storia ormai confinata nel passato. D’altronde, come potrebbero essere considerati tali se il loro ingrediente fondamentale e maggiormente caratterizzante proviene da centinaia di km di distanza?

Quello è un testo di promozione turistica, simile a tanti altri, che corre lungo il «labile confine tra bugie e frode», come scrive Seth Godin. Ma quali impressioni e quale narrazione di “tipicità locale” può scaturire da una pratica del genere, quale immagine del luogo vi scaturisce? Quale valore culturale identitario si può tutelare in questo modo? Ovvero, di contro: che immaginario genera una narrazione di questo tipo, che vuole far credere cose infondate non solo con le parole ma pure con le immagini?

Purtroppo capita spesso che le località turistiche subiscano quest’onta narrativa e vengano messe in bilico, da chi ne gestisce le sorti commerciali, tra un’omessa realtà dei fatti da una parte e un mix di bugie, frodi e mistificazioni dall’altra, ben oltre qualsiasi limiti ammissibile anche in un’ottica di marketing spinto. Ma poi non ci si lamenti del fatto che molti luoghi turistici siano sempre più omologati ai modelli imperanti, sempre meno rappresentativi e ormai prossimi a poter essere definiti non luoghi! Già, perché in verità non solo le ruspe e il cemento ma pure le parole possono distruggere un territorio, la sua identità e il futuro di chi ci vive: è bene tenerlo presente.