Il corpo è una casa che deve restare pulita (Marina Abramovic dixit)

Adesso ho 71 anni, un’età molto seria. Non ho mai assunto droghe, bevuto alcol o fumato in vita mia, ho soltanto una dipendenza dalla cioccolata. La cosa importante è pensare il proprio corpo come una casa, dove lo spirito vive; e questa casa deve essere pulita.

(Marina Abramovic intervistata da Nicola Davide Angerame su Artribune #40, novembre/dicembre 2017.)

La grande artista serba, oggi di nazionalità statunitense, mette in luce una cosa fondamentale – anzi, una verità ecosofica assoluta: ogni spirito ha un luogo in cui dimora e dunque tale luogo deve essere sempre mantenuto degno di ospitare il relativo spirito, sia tale luogo – o spazio, o ambito – il mondo intero oppure il nostro singolo corpo. Non a caso dico che questa è ecosofia: “eco” dal greco òikos, “casa”, radice dalla quale si derivano poi i termini eco-logia ed eco-nomia (oggi praticamente antitetici, un tempo assai correlati). Termini che generano un ampliamento della riflessione: se dobbiamo mantenere il nostro corpo pulito affinché sia la casa del nostro spirito (e, sia chiaro, non è solo una questione meramente salutistica: sarebbe una lettura assolutamente superficiale, questa), come possiamo permetterci di non fare altrettanto con la casa che tutti abitiamo, cioè il pianeta Terra, rischiando che lo spirito che lo abita, ovvero l’essenza stessa della vita, non possa più dimorarvi? In fondo, anche il nostro personale spirito è il principale segno della vita, e quando il corpo subisce gravi danni quello se ne va. Inoltre, la nostra stessa vita è parte essenziale dello spirito del pianeta al pari di tutte le altre: se tale equilibrio biologico viene rotto – e purtroppo l’uomo lo ha rotto infinite volte e continua a farlo – prima o poi anche il “corpo” che lo contiene si guasterà e si danneggerà, senza possibilità di rigenerazione.

Pensate pure che questo sia un pensiero banalmente “ecologista”, ma tant’è. D’altro canto, una casa non pulita è sempre segno (con eccezioni rarissime) di una persona non raccomandabile. La prima ecologia è quella che dimostriamo noi stessi, dentro e fuori.

(Cliccando sull’immagine potrete accedere al sito del Marina Abramovic Institute, istituzione fondata e supportata dall’artista per promuovere le arti performative.)

Mario Desiati, “Candore”

Siamo sinceri, suvvia: considerare la pornografia soltanto come una cosa sconcia e immorale, come per indiscutibile regola la nostra società perbenista fa da sempre, non è soltanto una cosa biecamente moralista e bigotta ma pure alquanto ipocrita, nonché profondamente ottusa. Al di là dell’evidente “delicatezza” dei contenuti, la pornografia è molto più legata all’evoluzione socioculturale del nostro mondo di tante altre cose ritenute più nobili e ovviamente più “degne”: ad esempio, basta un occhio alle analisi dei trend di ricerca sul web nei siti per adulti (questa, ad esempio, oppure questa più mirata sul pubblico italiano) per avere tra le mani una delle più chiare e significative istantanee della nostra società nella sua parte più privata ovvero, in quanto tale, quella più sincera e genuina. Se poi si considera che un sito di contenuti pornografici come Pornhub ha registrato, nel corso del 2017, quasi 81 milioni di visitatori unici al giorno, si può ben capire come chiunque continui a pensare alla pornografia come a una roba indegna, dovrebbe ugualmente considerare “indegna” l’aria che gli abitanti di questo pianeta respirano, o l’acqua che bevono. Piaccia, ciò, o meno.
Posto ciò, ci si potrebbe chiedere: come dire (e scrivere) di pornografia, senza risultare (nell’accezione comune) pornografici? Mario Desiati, con il suo ultimo romanzo Candore (Einaudi, 2016), fornisce una emblematica risposta a quella domanda, indicando da subito nel titolo del libro l’atteggiamento da tenere al proposito, sorta di chiave di lettura – o punto di vista – “laterale” attraverso il quale entrare nel profondo del mondo a luci rosse senza tuttavia esserne mai avvolto. Candore è la storia di Martino Bux, giovane parecchio sfaccendato con la fregola per i film a luci rosse []

(Leggete la recensione completa di “Candore” cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Comandare/ubbidire/comandare (Robert Walser dixit)

Un sottufficiale, come ben si sa, vuole che le facce dei suoi uomini siano ingrugnate e accigliate come la sua, è questo che gli sta bene, dato che di solito ha un fondo di umorismo. Parlando sul serio: quelli che ubbidiscono sono per lo più la copia perfetta di quelli che comandano.

(Robert Walser, Jakob von Gunten, Adelphi, 1970-1991. 1a ed.orig. 1909.)

Come chi l’ha letto saprà, la vicenda narrata nel romanzo di Walser si svolge all’interno dell’Istituto Benjamenta, un luogo dove alcuni ragazzi imparano a servire, in un’atmosfera sospesa tra reale e possibile in cui ugualmente risulta indefinibile lo stato dei ragazzi, tra tortura e felicità – o forse tra l’una fatta credere come l’altra, grazie a quella particolare sospensione quotidiana, e viceversa.
Un luogo, insomma, narrato dal grande scrittore svizzero più di un secolo fa ma assolutamente emblematico per il nostro presente, non trovate?
In effetti, quella citazione di Walser pare anche un modo alternativo per formulare quella solita verità, “ogni popolo ha i governanti che si merita” ovvero, ogni popolo non può che finire sottomesso a (o da) certi governanti, inevitabilmente. E la cosa sarebbe pure umoristica, divertente, ridicola, come sottolinea Walser, se lo storia non ci insegnasse che, prima, è così tremendamente tragica. Già.

P.S.: in questo bellissimo articolo, Giuseppe Genna disquisisce della peculiare scrittura di Walser, “apparentemente lineare e implicitamente eversiva e compattissima“. Molto interessante, per capire ancora meglio Walser come necessariamente merita.

 

Il porno è una guerra (Mario Desiati dixit)

La mia futura suocera s’adombrava mentre fissavo l’orizzonte nelle domeniche pomeriggio. Era una donna che mostrava più anni di quelli che aveva. La vita nei campi le aveva scavato rughe enormi sul viso. Mi faceva pensare a Christy Canyon, l’eroina della Golden Age che senza le iniezioni di botulino sarebbe ancora segnata dalla sua vita nel cinema porno, perché il porno è una guerra, e come ogni guerra ti lascia i segni addosso.

(Mario Desiati, Candore, Einaudi, 2016, pag.36.)

Ma, come tutte le guerre, il porno è pure una macchina per fare soldi: fate conto che l’indotto della pornografia online nei soli Stati Uniti è di 13 miliardi e 300 milioni di Dollari, pari a 11 miliardi e 323 milioni di Euro (fonte: qui). Fate conto che l’Italia per la cultura, ovvero in forza del suo enorme patrimonio culturale, nell’anno 2015 (il più recente con dati “ufficiali”) ha speso 12 miliardi e 170 milioni di Euro (fonte: qui).

(E a breve, qui sul blog, la mia “recensione” di Candore.)