
[…] La verità è che queste librerie, musei, o anche palestre di quartiere, come la Rock It di via Prenestina dove ci sono pareti di arrampicata e un bar, sono completamente lasciate sole a svolgere invece una fondamentale funzione pubblica.
«Bisogna lasciare tutto al mercato, se c’è domanda sufficiente fioriranno le librerie» dirà qualcuno. Ma è una grande falsità, perché se l’avversario è Amazon, che tra l’altro paga delle tasse reali infime mentre ognuno di questi locali è gravato da una tassazione e una burocrazia allucinante, non è mercato è Davide contro Golia. E allora, invece lasciare tutto al coraggio degli altri, bisogna dare una mano a Davide.
Ad esempio, riducendo drasticamente tasse e obbligazioni per chi svolge attività che vadano oltre la semplice pratica di vendita. Ad esempio, facilitando tutte le norme urbanistiche comunali per i locali di prossimità. Ad esempio, rendendo facili le federazioni di locali ad attività mista in una città, come le librerie o i musei di quartiere, per rendere possibile qualche economia di scala: ma se un comune non fa questo, non favorisce la qualità della vita nei quartieri della propria città, cosa altro deve fare?
(Da un articolo di Marco Simoni del 07/11 su “Il Post”, intitolato Viva le librerie di quartiere. Leggetelo nella sua illuminante interezza cliccando sull’immagine lì sopra.)
C’è stato un tempo (recente) in cui chi non stava sui social si sentiva come chiuso in una prigione senza finestre e gli altri liberi di avere il mondo a disposizione; verrà un tempo (imminente) nel quale chi non starà sui social sarà una persona libera e indipendente, e gli altri controllati “a vista” in una prigione senza uscite.
