…sì, un pensiero, ma – con il più assoluto rispetto per la singola vicenda – rivolto ai chissà quanti altri casi simili in giro per il mondo dei quali, evidentemente, l’ormai ordinaria, bieca morbosità mediatica non ha trovato di che cibarsi.
Amen.
Ora che sulla questione “Legge Fiano – apologia di fascismo” la solita caciara all’italiana è passata, come sempre senza che ne sia uscito qualcosa di costruttivo (a parte che in rarissimi casi), non sarò certo io a elucubrarci sopra con approfondimenti che probabilmente risulterebbero fin troppo elaborati – e non certo per merito mio, semmai per la sostanza effettiva della questione.
A rifletterci anche solo un poco, tuttavia, un’osservazione mi sorge pressoché spontanea: al di là dell’inevitabile constatazione di quanto possa essere vago ed elastico il confine tra la libertà di espressione e l’apologia perseguibile giuridicamente (di qualsiasi cosa essa sia), credo che i più tangibili limiti della questione, interni ed esterni, nonché il valore effettivo di essa, non siano posti tanto dalla stessa quanto dal panorama socioculturale d’intorno, dal suo stato di fatto intellettuale, dalla sua “sanità” politica e istituzionale, dalle sue più o meno presenti doti di vivacità filosofica. Insomma, in parole povere: tanto più una società civile è messa in un certo modo, quanto più essa definisce l’apologia determinandone il peso e la gravità. In una comunità sociale povera di strumenti politico-culturali, dunque poco o nulla in grado di “autoregolamentare” eventuali devianze di genere apologetico o comunque antidemocratico, le stesse appaiono come un fenomeno di base più grave che altrove e di potenziale maggior pericolo; di contro, una società culturalmente avanzata e dotata alle fondamenta di solidi e riconosciuti principi democratici rende i fenomeni di apologia certamente preoccupanti ma più contenibili, e direttamente da parte della stessa comunità sociale. Ciò, ribadisco, non ne elimina la pericolosità: ma è come accendere un fuoco in una casa di legno con un buon impianto antincendio piuttosto che in una con solo qualche vecchio estintore e, tutt’al più, qualche secchio d’acqua.
Per quanto mi riguarda, riportando tali osservazioni sul caso italiano, credo che ne acuiscano la gravità, nonostante la sua realtà oggettiva sfiori spesso e volentieri il ridicolo, in un senso e nell’altro. Credo inoltre che, se pur delle buone leggi possano essere necessarie, in senso generale (ma non assoluto), il vero e migliore sistema di governo d’una società debba sempre scaturire dalla società stessa, la quale di contro debba anche continuamente sviluppare i propri strumenti culturali che quel sistema possano migliorare costantemente. In una condizione del genere, l’apologia potrebbe pure manifestarsi ma fin da subito verrebbe pressoché svuotata d’ogni valore, diventando sostanzialmente un fenomeno sovversivo comune e privo di autentica forza propria – quale d’altro canto è, di fondo: una dimostrazione di debolezza intellettuale e culturale, soprattutto. La quale, tuttavia, pur fiammifero che possa essere, può certamente arrivare a dare fuoco a una casa, se in essa non ci si sia adeguatamente preparati al pericolo d’incendio, convinti magari che il legno non possa bruciare.
P.S.: cliccando sull’immagine in testa al post, potete leggere il testo della legge italiana contro “l’apologia di fascismo” attualmente in vigore (cosiddetta Legge Scelba).
Ok, è un altro post un po’ campanilista, questo, lo ammetto. Ma l’evento è da Guinness World Record, ed è stato talmente particolare da risultare al di là di qualsiasi mera glorificazione di parte. Domenica 9 luglio quasi 3.000 mila persone si sono unite lungo un’unica corda e hanno circondato – o meglio abbracciato – il massiccio della Presolana, una delle montagne più importanti e iconiche delle Alpi Bergamasche, formando la più lunga cordata alpinistica mai vista, il che ha determinato il record da World Guinness.

La cosiddetta Cordata della Presolana è stato un evento non solo ricreativo-ludico: innestato all’interno di un progetto culturale per la sicurezza, salvaguardia e sostenibilità della montagna, nonché per la sua più ampia accessibilità e fruibilità, l’evento ha perseguito in tal senso anche un’iniziativa particolare: rendere il Rifugio Baita Cassinelli (posto sul versante Sud della montagna orobica) accogliente e accessibile anche ai disabili e alle persone con ridotte capacità motorie. Ogni partecipante alla Cordata è stato automaticamente anche finanziatore di questo progetto sociale e solidale, che alla fine è riuscito a raccogliere i 25.000 Euro necessari a realizzare lo scopo prefisso.
In ogni caso, quella che è stata la portata dell’evento è ben difficilmente esplicabile le poche parole di un post come questo. Molto meglio godersi – qui sotto – le immagini di ciò che è successo, in fondo, girate dal fotografo e Matteo Zanga.
Insomma: n’otra ölta* Bèrghem gloria mundi!
*: “un’altra volta” in dialetto bergamasco, così come il toponimo Bèrghem è dialettale, pur se direttamente derivante – secondo alcune fonti – dal vocabolo germanico Berg Heim, “casa sul monte”. Bergamo e le montagne: un legame – anzi, mi viene da dire, una cordata indissolubile, già!
A mio modo di vedere, la “questione immigrazione” (la definisco genericamente così, senza con ciò sminuire né accrescere la sua portata oltre la realtà di fatto; il definirla “emergenza” come quasi tutti fanno, d’altronde, denota da subito l’approccio profondamente sbagliato e deviante alla questione) non può essere affrontata e tanto meno risolta senza una basilare visione culturale di essa, molto prima che politica. Semmai, appunto, trattarla soltanto con lo strumento politico, senza considerarne la portata culturale ovvero sociologica e antropologica, non fa che peggiorarne continuamente la realtà. Se a ciò si aggiunge l’evidenza che il suddetto strumento politico, già di suo di scarsissimo pregio, viene utilizzato da troppo tempo pure in modo pessimo – con una parte che sostanzialmente agisce come se la questione non esistesse e senza mettere in atto alcuna iniziativa di autentica gestione dei flussi immigratori e tanto meno di integrazione sociale dei migranti, l’altra che s’affida unicamente a slogan populistici di infinita ignoranza a fini di mero tornaconto elettorale senza proporre alcuna soluzione realistica ed effettiva e, in mezzo, un’opinione pubblica priva degli strumenti culturali necessari alla comprensione della questione e dunque rapportatasi ad essa “di pancia” e non di testa, con tutte le bieche conseguenze del caso – è rapidamente intuibile come una “questione” per nulla emergenziale, ribadisco, che se ben gestita da subito non avrebbe creato alcun problema né clamore, rischia di trasformarsi nel classico battito d’ali di farfalla che provoca un uragano.
Posto che, nei fatti, la distinzione continuamente rimarcata da tanti tra “rifugiati” e “migranti economici” può avere un qualche valore teorico “politico” ma è sostanzialmente priva di senso concreto nella realtà, e posto che nessuno ha il diritto di negare a priori a chicchessia il diritto di movimento sul pianeta, sia esso forzato o liberamente attuato (salvo i soggetti alla legge, semmai), basta una rapida occhiata ai libri di storia (antica e moderna) per constatare come da sempre l’umanità sia sottoposta a flussi migratori d’ogni genere nonché come, nell’epoca contemporanea caratterizzata – nel bene o nel male – dai fenomeni della “globalizzazione” e da altre questioni impattanti sul modus vivendi umano (i cambiamenti climatici, ad esempio), tali flussi è inevitabile che diventino più frequenti e massicci. D’altro canto, è ormai altrettanto storicamente palese l’effettiva incapacità della parte più “ricca” del mondo di sostenere quella più povera, sia dal punto di vista economico che sociale, politico, culturale: è inutile rimarcare come, per dirne una, il concetto occidentale di “esportazione della democrazia” abbia fatto danni tremendi, negli ultimi lustri, spesso proprio in quei paesi che ora generano flussi migratori tra i più ingenti.
Insomma, il non essere risultati pronti al manifestarsi della “questione immigrazione” è innegabilmente una delle massime colpe che ci dobbiamo imputare, soprattutto in un paese come l’Italia che, geograficamente, è proteso nel Mediterraneo come (quasi) un ponte con il continente africano. Ora, per metaforizzare, siamo nelle condizioni di un’auto che stia percorrendo una strada il cui fondo è pieno di pietre taglienti e dunque sia costantemente sottoposta al pericolo di forature: ma tra chi, da una parte, fa finta di nulla e continua a proseguire con gli pneumatici scoppiati e a terra, e chi dall’altra vorrebbe risolvere il problema togliendo del tutto gli pneumatici ma senza spiegare come farà poi la macchina a proseguire, non mi pare di vedere e sentire nessuno (o quasi) che invece rifletta su come montare pneumatici antiforatura oppure su come sistemare al meglio il fondo di quella strada. Ovvero, nessuno che proponga soluzione concrete di gestione e controllo effettivo dei flussi migratori (l’idea dei corridoi umanitari “istituzionali”, ovvero messi in atto dagli stati con l’eventuale appoggio logistico delle ONG accreditate, e non da entità “private” che peraltro poco possono fare, e con i quali gestire il numero di ingressi e al contempo garantire a chi passa un percorso di reale integrazione, ad esempio, non può non essere valutata più approfonditamente di quanto sia stato fatto finora); nessuno che concepisca e renda operativo un vero programma di integrazione per i nuovi arrivati, e non intendo dire solo per le cose più “funzionali” come la lingua ma pienamente e approfonditamente culturale (ma qui, ahinoi italiani, pecchiamo assai di mancanza “nazionale” di cultura diffusa: come ha giustamente osservato qualcuno, che valori culturali possiamo insegnare ai migranti se sono gli italiani i primi a non coltivarli e rispettarli?); nessuno che sappia concepire la questione su un piano geopolitico spaziale e temporale ben più vasto di quello che concerne le coste dell’Europa del Sud o il bacino del Mediterraneo, quando è del tutto evidente, appunto, che l’intero pianeta presenta fenomeni migratori importanti e imponenti aventi cause e peculiarità similari, e non considerarli in un’ottica globale (in primis culturale, ribadisco, di nuovo) dall’orizzonte necessariamente lontano nel tempo è una prova di cecità e ottusità politica drammatica e potenzialmente letale.
In verità, mi viene da dire, non stiamo vivendo una “questione immigrazione”, ma una “questione incapacità politica” e “analfabetismo socioculturale”: condizioni che, non a caso, nel tempo sono risultate più volte funzionali a situazioni e periodi assolutamente biechi e autodistruttivi – nuovamente, historia magistra vitae. La questione esiste e ha una considerevole complessità, sia chiaro, per questo deve essere affrontata nel modo più civile, rigoroso ed efficace possibile, scaturendo le soluzioni dall’approfondita analisi culturale del fenomeno – la quale peraltro, se sviluppata su un piano storico, può già fornire illuminanti dettagli al riguardo. Una storia che dimostra con ben pochi dubbi come i movimenti migratori hanno sempre rappresentato in primis un’opportunità di sviluppo e progresso, ben prima che un problema o un pericolo: a patto di essere preparati alla loro gestione e consapevoli della portata del fenomeno – consapevolezza verso cui qualsiasi posizione di matrice anche vagamente xenofoba si è sempre dimostrata antistorica e terribilmente nociva per chi la sosteneva, non per chi ne era bersaglio. Oggi più che nel passato avremmo e abbiamo i mezzi, le risorse e le basi culturali per gestire tali fenomeni antropologici al meglio, conciliando rispetto dei diritti umani, rispetto delle leggi, sicurezza sociale, impatto sociale ed economico, integrazione, salvaguardia civica: invece, forse peggio che in passato per certi versi, trattiamo la questione in modo rozzo, barbaro, antistorico e deviante, aggravandone ogni giorno di più la complessità e la portata.
Ribadisco ancora, una volta per tutte: è soprattutto un problema culturale. Il che lo renderebbe facilmente – o quanto meno funzionalmente – analizzabile, studiabile, vagliabile e, infine, non così difficilmente gestibile. Invece, purtroppo, è proprio l’elemento che lo rende potenzialmente devastante, e non certo per colpa principale dei migranti, che giungono in una parte del mondo che possiede una immane ricchezza culturale, ma continua a fregarsene – qui e in altre situazioni – di averla a disposizione.
P.S.: cliccando sull’immagine in testa al post potrete leggere un ottimo saggio di Nora Federici sui fenomeni migratori nella storia passate e presente, tratto dall’Enciclopedia di Scienze Sociali Treccani.
Chissà quanti, oggi, diranno: «È morto Fantozzi!» Inevitabilmente, perché nel bene e nel male Paolo Villaggio resterà legato per sempre a questo suo fondamentale personaggio. Certamente Fantozzi ha rappresentato la summa della sua fenomenale e argutissima comicità socioantropologica, ancor oggi da più identificata dalle varie gag e per ciò intesa come meramente demenziale quando invece è stata tra le più intelligenti e raffinate mai viste, oltre che unica; ma, appunto, la grande sagacia intuibile in Fantozzi e nei vari altri personaggi era prova chiara e inequivocabile dell’intelligenza tout court di Villaggio, della sua acuta visione della realtà italiana, sovente tranchant ma sempre illuminante pur se costantemente travestita di disincanto e di ironia (pochi come lui hanno saputo interpretare al meglio il celebre motto “Una risata vi seppelirà”!), dell’impatto culturale possente della sua figura (in generale, dunque, non solo per i suoi personaggi) non solo riguardo sull’immaginario collettivo nazionale, che Pier Paolo Pasolini tra i primi intuì e rivelò, annotando come lo stesso linguaggio fantozziano “avrebbe mutato la lingua comune italiana a una profondità impensata.”[1]
Insomma: l’Italia, non ci fosse stato Paolo Villaggio, oggi sarebbe diversa da ciò che è e non credo in meglio, rappresentando la sua comicità anche una sorta di salvagente collettivo per cercare di restare a galla e non andare a fondo troppo rapidamente. Ora, senza Paolo Villaggio, forse l’Italia sarà diversa da ciò che è stata finora. Meno ironica e beffarda certamente; meno capace di non palesarsi come una merdaccia, temo pure.
[1] Giuseppe Genna, Italia De Profundis, p. 276.