Kyoto, 15 anni fa

[Foto di Steve Buissinne da Pixabay.]
Ieri, 16 febbraio, erano 15 anni esatti dal giorno in cui entrò in vigore il Protocollo di Kyoto, il primo e più celebre trattato internazionale a tutela dell’ambiente che fissava gli obiettivi di emissioni nocive per lottare contro il riscaldamento globale – ne parla questo articolo di “RSI News”, tra i pochissimi media a farlo. Tra le altre cose, il trattato prevedeva che entro il 2012 l’emissione di gas inquinanti avrebbe dovuta essere ridotta dell’8,65% rispetto alle emissioni del 1990 e poi in misura crescente negli anni successivi, per cercare di contenere l’aumento della temperatura globale legata ai cambiamenti climatici causati dalle attività antropiche.

Non è stato fatto nulla. Nulla.
La temperatura continua ad aumentare in misura crescente e i danni derivanti da tale situazione di conseguenza, nel mentre che vi sono “leader” di grandi potenze che non solo si comportano come nulla stia accadendo ma addirittura gettano fango sulla comunità scientifica e sugli attivisti che cercano di mantenere alta l’attenzione dell’opinione pubblica sul tema, nel silenzio quasi unanime di quasi tutti gli altri “potenti” del pianeta i quali, tutt’al più, si limitano a proferire qualche bella parola al riguardo ma nel concreto non fanno niente.

Sono “leader”, quelli, che dai loro scranni di potere credono egolatricamente di poter rimanere nei libri di storia come grandi statisti; in verità le generazioni future li ricorderanno come dei pusillanimi meschini se non come dei biechi criminali che hanno consegnato ai posteri un pianeta devastato, dai cambiamenti climatici e per certi versi ancor più  dalla loro supponente ignoranza.
E d’altro canto è la sorte e la memoria che più si stanno meritando.

Viaggiare è una fatica (Carlo Mauri dixit)

“Viaggiare è una cultura, una fatica, un mestiere e non un’evasione, una vacanza, ma una invasione di un’altra conoscenza […] Sta in me, ora, spostarmi, mutare terreno e andare a cibarmi altrove.”

Carlo Mauri

Ha ragione, il grande alpinista ed esploratore lecchese. Viaggiare diventa un piacere solo dopo che si è affrontata la sua “fatica” – la fatica del dover necessariamente conoscere, intesa come la responsabilità di entrare veramente a fondo (Mauri usa “invasione” da in-vàdere, “andare dentro”) in un luogo, nella sua essenza, nella sua cultura e nella conoscenza che da ciò scaturisce, anche per poter dire di stare viaggiando sul serio. Duri poi un giorno, una settimana o anni interi, il compimento del viaggiare deve avere la stessa valenza del fare un mestiere grazie al quale si vive: e poche altre cose come la conoscenza – nel senso più pieno del termine – derivante dal viaggio possono rendere una vita veramente viva.