“La menta e il fiume”, di Miriam Terruzzi: un consiglio di lettura

cop_La-menta-e-il-fiume330Lo ribadisco sempre, in situazioni come questa, che non è mia abitudine disquisire di libri che non ho ancora letto, o non del tutto, ovvero che non ho ancora conosciuto bene al punto da averne assimilato senso e valore letterari, se così posso dire. Però, nel caso de La menta e il fiume, conosco chi l’ha scritto, conosco cosa ha scritto prima, e ancor più conosco le sue notevoli (e rare) doti narrative – che per me significa pure artistiche: Miriam Terruzzi. Che una formula tanto abusata quanto a mio parere stolta definirebbe un’autrice emergente: ma “emergere” da che? Dal mercato – è la risposta più immediata e ovvia… Io invece ritengo ben più importante emergere in primis dall’ordinarietà pseudo-letteraria, dal conformismo narrativo così imperante, ahinoi, nelle classifiche di vendita infarcite di non libri, e credo che Miriam Terruzzi lo abbia già fatto: palesando capacità di scrittura notevoli, appunto, e, per dire, una capacità di tessitura del dialogo letterario che pochi altri sanno conseguire senza cadere inesorabilmente nel noioso/banalotto. Tutto il resto riguardo l’emersione suddetta (nel senso classico della definizione) poi verrà da sé – e indubbiamente verrà, essendoci la qualità necessaria a che ciò avvenga.
Per questo vi consiglio di provare direttamente da voi quanto ho appena affermato, leggendo l’ultimo romanzo di Miriam, La menta e il fiume. Il destino delle cose semplici. Per farvi constatare che non sono nulla di meramente “parziale”, queste mie opinioni, e per leggerci cose così, ad esempio:

«Perché proprio la menta?»
«Perché fa bene per tante cose.»
L’acqua scorreva tranquilla, immersa nel suo solito silenzio.
«Mentha era una ninfa» disse lei, «partorita in uno dei cinque fiumi infernali. Plutone era innamorato di lei. Sua moglie Proserpina la trasformò in una pianta per gelosia, scegliendo per lei una forma insignificante, senza bellezza, rendendola sterile e senza frutti. Ma Plutone le regalò il profumo, come ultimo segno del suo immenso amore.»
«Che storia.»
«Ovidio, Le Metamorfosi» sorrise lei.
«Ed è proprio il profumo a salvarla in mezzo alle altre erbacce» noto lui. «Succede così anche con le persone. Ci sono fiori bellissimi che non hanno odore. Ci sono piante che si nascondono tra il sottobosco e restano lì per anni, nascoste dalle altre, prigioniere delle loro foglie comuni. Ma basta toccarle per capire che non sono così, per sentire il profumo sulle mani e non dimenticarselo più.
«E’ il destino delle cose semplici. Tutti le cercano ma nessuno le vede.»
«Non bastano gli occhi.»
«No, non bastano.»

Cliccate sull’immagine della copertina del romanzo per avere ulteriori informazioni, leggerne un estratto e per acquistarlo in ebook. Eppoi, seguite il blog, anzi, seguite Radio Thule, il mio programma radiofonico, dacché con esso presto potrete conoscere il romanzo direttamente dalla voce della sua autrice.

Questa sera su RCI Radio, in FM e streaming, l’8a puntata della stagione 2015/2016 di RADIO THULE!

Thule_Radio_FM-300Questa sera, 25 gennaio duemila16, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la puntata #8 dell’anno XII di RADIO THULE intitolata “Quattro chiacchiere col poeta”, ovvero: Eros Iezzi, autore della raccolta poetica Quattro chiacchiere con la Musa! E’ lui l’ospite di questa puntata di RADIO THULE, e con la sua guida andremo alla scoperta non solo delle sue affascinanti poesie, di come nascono e vivono, di quale sia la loro essenza e quale la loro missione, ma anche di arte poetica e di letteratura in senso lato, di musica, di moda, di ispirazioni, osterie, gentilezze, bellezze, utopie… e di come Iezzi abbia saputo guadagnarsi le preziose attenzioni di quella così intrigante e misteriosa Musa!

libro-foto-IezziDunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate della stagione in corso e delle precedenti), QUI! Stay tuned!

Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
www.rciradio.it (Streaming tradizionale)
http://rciradio.listen2myradio.com (64 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus)
http://myradiostream.com/rciradio (128 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus).
– Player Android: Google Play

Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

Lucerna, e quella sensazione di essere nel posto giusto al momento giusto, sempre.

12088253_10153748525925854_1673698267206737407_nvirgoletteLucerna è un prodigio, a sua volta.
Una città piccola, minuscola in buona parte del resto del pianeta, eppure grandissima. Capace di rendere nuovamente l’aggettivo urbano un sinonimo di “civile”, non solo di “cittadino”.
E’ una metropoli in miniatura e insieme un villaggio esteso, un congegno generatore di energia civica che corre a pieni giri eppure resta silenzioso, senza scuotimenti, senza vibrazioni fastidiose.
E’ la sensazione strana e oltremodo piacevole di essere, se così posso dire, nel posto giusto al momento giusto – in uno dei pochi posti “giusti” rimasti a questo mondo. E fa nulla se non si capisce e capirà il perché di ciò, il motivo, e il tutto rimarrà allo stato di effimera e vuota percezione – in fondo, potrebbe anche solo essere il frutto della reiterata buona predisposizione d’animo prima citata e indotta pure dal mero stare, in questo posto giusto… Fa niente, appunto: si è, qui, ed è già una cosa bella.
Lucerna è una formula matematica trovata da una mente geniale, creativa e fantasiosa, che non solo risolve un problema ma svela la possibilità di ulteriori e sorprendenti rivelazioni.
E’ un raggio di luce solare che sempre trova il modo di bucare anche la coltre nuvolosa più densa, cadendo a illuminare terreni floridi e fecondi, non brulle praterie incolte.
E’ una creatura avvenente e affascinante, elegante e sensuale, mai sfacciata, mai pacchiana o troppo appariscente. Ti conquista dal primo istante in cui l’hai davanti ma non ti stordisce, non ti frastorna infidamente, anzi, ti impone in qualche modo di prestare ad essa fin da subito la massima attenzione e la più grande considerazione, e tu subitamente lo fai perché capisci che è la cosa più inevitabile da fare. E non ti genera nemmeno soggezione, o eccessivo ritegno perché, ugualmente dal primo istante, ti offre la sua mirabile avvenenza e tu ne puoi godere subito, provando dentro la sensazione piacevole di non essere in un luogo sconosciuto e per questo oscuro, ma al contrario comprensibile, cristallino, per certi versi domestico. Aristocraticamente affabile, e pronto da subito conferirti in animo la stessa sua nobiltà – la sua stessa preziosa, pregiata, insigne bellezza.
E’ un luogo generatore di speranza, o forse custode di essa, uno dei pochi rimasti di quelli in cui l’uomo sia stato presente e lo sia ancora in modo rilevante. Speranza che ancora la bellezza non si sia del tutto guastata, che ancora resista nella sua essenza salvifica – la dostoevskijana bellezza che salverà il mondo, o la dannunziana difesa della bellezza che è in noi – che è parte fondamentale di una buona vita da vivere. Speranza che l’armonia riscontrabile qui sia rintracciabile anche altrove, o in qualche riproducibile. Speranza di poter tornare ancora qui, sperando che nulla, ancora per lungo tempo, possa intervenire a guastare questa armoniosa bellezza cittadina. (…)

Lucerna-libro-cut_750Un breve estratto da Lucerna, il cuore della Svizzera, la mia piccola “guida di viaggio emozionale” sulla e nella città elvetica, luogo molto meno noto di quanto meriti ma – anche per questo – molto più capace di stupire qualsiasi suo visitatore. Il libro è disponibile presso tutte le librerie (anche su ordinazione, nel caso non sia presente) e negli stores on line (ad esempio qui, qui, qui o direttamente nell’eshop dell’editore) peraltro ad un prezzo assolutamente popolare: solo 5 Euro. Per avere qualsiasi ulteriore informazione sul libro cliccate sull’immagine lì sopra, oppure potete contattare me (anche lasciando un commento a questo articolo), o direttamente l’editore.
Pronti dunque a partire e viaggiare tra le pagine (e magari non solo) per scoprire Lucerna? Se sarà così, buona lettura!

Luca Rota
Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni 2013
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-96656-85-3
Pag.52, € 5,00

E se alla fine l’ebook si estinguesse da solo?

ebook-vs-libroAvrete probabilmente letto sui media, nei giorni scorsi (un buon articolo in merito è questo), della significativa frenata – in verità un arretramento non indifferente – nella vendita di ebook negli Stati Uniti, luogo al solito emblematico su come vadano le cose e come andranno in futuro nel resto del mondo cosiddetto avanzato. La Association of American Publishers, che fa riferimento alle vendite di oltre 1.200 editori americani, riferisce di un meno 10% nei primi 5 mesi del 2015: non sembrerebbe granché, ma se si considera che tra il 2008 e il 2010, ad esempio, le vendite di ebook erano aumentate del 1.260%, facendo supporre a tanti l’imminente fine del libro di carta, il dato attuale assume un diverso e più significativo valore.
Oltre a tali numeri, ulteriori indagini di mercato segnalerebbero che molti lettori che per primi avevano iniziato a comprare ebook starebbero ritornando alla carta, o comunque non darebbero più la prevalenza di una volta al più innovativo formato elettronico: in effetti, i libri in versione digitale rappresentano ad oggi circa il 20% del mercato americano, la stessa percentuale di alcuni anni fa. Infine, altro dato interessante è quello comunicato dall’American Booksellers Association: nel 2015 le librerie indipendenti iscritte sono salite a quota 2.227 contro le 1.660 di cinque anni fa. Librerie, pleonastico dirlo, che vendono libri di carta – alla faccia di Amazon, mi viene da aggiungere.
Dunque, che sta succedendo? La paventata rapida vittoria per KO degli ebook contro i libri di carta si sta inopinatamente rivelando una sconfitta? Oppure si tratta solo di una fisiologica pausa nella corsa tecnologica del libro verso la sua prominente vita digitale futura?
Risposta più convincente: boh! Nel senso che i dati sono effettivi e rimarcabili, ma il mercato contemporaneo è ormai come la società per la quale è in servizio ovvero liquido, quindi sapere ora che potrà accadere tra un solo anno è cosa che mettere in crisi persino il Nostradamus più in palla (di vetro).
Tuttavia, visto che il campo futuro sul tema non può che essere occupato da mere previsioni, e giustificato dal fatto che altrettante ipotesi passate date per certezze pressoché indubitabili si sono poi rivelate inconsistenti, se non sbagliate, provo a buttarne lì una pure io – una che mi frulla in testa da un po’ e che ad oggi parrebbe piuttosto di realizzazione a dir poco improbabile, se considerata solo nel proprio stesso ambito tematico. Ovvero: e se l’ebook si autoestinguesse? Se essendo nato e caratterizzato dall’essere quasi più una moda – sull’onda della relativa imposizione come status symbol dei supporti digitali sui quali il libro digitale può essere letto – più che una effettiva rivoluzione (che in fondo è ma nella forma, piuttosto che nella sostanza, ergo non così innovatrice come parrebbe di primo acchito), finisse per subire gli ondeggiamenti che tutte le mode subiscono, non escluso il loro declino a favore di altre cose?
Attenzione: non sto dicendo che l’ebook considerato in quanto tale – ovvero come mero libro digitale – svanirà. Sto dicendo che l’ebook considerato come elemento imposto sull’onda di una tendenza tecnologica del momento, e strettamente correlato alla presenza commerciale sul mercato di quelli che sono in tutto e per tutto gadget tecnologici alla moda (quantunque meravigliosamente utili per infinite cose, certo: ma quanta gente li compra per tali infinite cose meravigliose e non, appunto, per moda e/o per usi prevalentemente ludici – o ludico-idiotici, mi si consenta di dirlo!) potrebbe subire l’eventuale declino di quei gadget a favore di altri che avranno altre peculiarità imposte come fondamentali in un futuro gusto comune diffuso magari non così affini alla fruizione di testi letterari.
Sto congetturando parecchio, lo so, e lo faccio peraltro contro quello che io stesso, al momento, ancora credo che sarà il futuro effettivo – ovvero una massiccia diffusione di libri digitali – tuttavia non così prossimo come molti preventivavano ma ancora piuttosto lontano nel tempo – almeno, io penso, fino a che nelle scuole i libri di testo cartacei saranno definitivamente sostituiti da quelli digitali, il che cambierà direttamente nella mente degli scolari (futuri lettori adulti) il concetto più immediato e materiale dell’oggetto-libro. Ma, anche in tale prospettiva, occorreranno almeno alcuni altri lustri per dichiarare la partita vinta a favore dell’ebook.
In ogni caso, ribadisco, ad oggi ogni ipotesi può essere considerata, seppur una certezza (o quasi) credo già vi sia – anzi, vi sia sempre stata: il libro di carta lo avremo tra le mani ancora molto a lungo, non fosse altro perché nessun pur futuristico progetto di lettore digitale ancora di là da venire ha (e avrà, io dico) la possibilità non dico di eguagliare ma nemmeno di avvicinare il fascino insuperabile e imperituro del tomo cartaceo. Un fascino che mai nessun tasto “OFF” potrà spegnere.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Una recensione della “recensione”, ovvero: ma la critica letteraria ha ancora un senso, oggi?

4a6ed5776c2b4Vi propongo qualche articolata riflessione sulla critica letteraria, per allietarvi le afose giornate agostane e non concedervi un eccesivo relax intellettuale… Scherzi a parte, un recente articolo sulla rivista culturale Studio, dal titolo Vita e morte della recensione e a firma di Francesco Guglieri, è tornato su un argomento a me “caro”, tanto da averne disquisito più volte in passato ritenendolo parecchio emblematico circa lo stato del panorama editoriale e letterario contemporaneo – non solo nostrano.
Guglieri, scrivendo dell’ultimo lavoro cinematografico di Martin Scorsese The 50 Years Argument – docufilm dedicato alla storia della New York Review of Books, forse la più famosa e autorevole fonte di recensioni letterarie che vi sia mai stata, si è posto alcune domande sul senso e sul valore della recensione di libri oggi, e su che ancora possano avere una qualche utilità ovvero se non siano ormai qualcosa in via di estinzione per “asfissia critica”…
Questi alcuni passi interessanti dell’articolo:

L’esperienza della NYRB resta un modello. Tanto più in un momento come questo in cui la recensione come luogo di formazione di un giudizio (cosa diversa da un’opinione: quella ce l’abbiamo tutti) e articolazione della discussione pubblica non se la passa tanto bene.

È la disintermediazione, bellezza. Quando Fortini, in Verifica dei poteri, parlava «dell’insorgere ed estendersi di forme per noi nuove di industria della cultura che hanno mutato aspetto e funzione ai tradizionali organi di mediazione fra scrittori e pubblico, come l’editoria, le librerie, i giornali, le riviste, i gruppi politici e d’opinione» era il 1960, e descriveva l’imporsi dell’industria culturale in Italia paragonandola alla «motorizzazione dei centri urbani». Certo, vista da qui la temuta «industria culturale», soprattutto se paragonata a quella di altri Paesi, più che dell’industria aveva le dimensioni di una fabbrichetta di famiglia, ma fu comunque un cambiamento delle strutture e dei soggetti coinvolti nel processo di produzione del valore (letterario). Poca cosa rispetto a oggi quando, per dire, il 45% degli acquisti librari su Amazon è generato dagli algoritmi di accoppiamento del tipo “Chi ha acquistato questo articolo ha acquistato anche”.

Il fatto è che una recensione non serve a comprare un libro, non è un «consiglio per l’acquisto», neanche «il consiglio di un amico di cui ti fidi». Non serve a far leggere un libro, tanto meno a «far leggere in generale» (cosa vuole dire poi? Questa valorizzazione della lettura in sé andrebbe studiata a parte). Ho sempre pensato che una buona recensione non preceda la lettura del libro, ma la segua: la posta in gioco non è se devo o non devo leggere questo o quel libro, ma cosa fare di ciò che ho letto, come metterlo in relazione con i libri che lo precedono e con il mondo che lo seguirà.

Altrimenti è il trionfo del Mi piace/non mi piace. Il perché lasciamolo spiegare a Martin Amis: «Credo che Gore Vidal sia stato il primo a dirlo, non proprio sarcasticamente, ma senz’altro con vivace scetticismo. Secondo lui, ormai, non esistono più modi di sentire più autentici, e quindi più importanti, di altri. Questo è il nuovo credo, il nuovo privilegio. È un privilegio largamente esercitato al giorno d’oggi nel campo delle recensioni, sul web come nelle rubriche letterarie dei giornali. Il recensore accoglie con degnazione l’arrivo del nuovo romanzo o volumetto che sia, vi si addentra rimanendo sulla difensiva, si concentra su cosa prova nel corso della lettura, se cose belle o cose brutte. L’esito di questo incontro fornirà i dati su cui si baserà la sua recensione, senza alcun riferimento a quanto vi è dietro. E quanto vi è dietro, ahimè, è il talento, il canone e quel corpo di conoscenze che va sotto il nome di letteratura» (è la prefazione a “La guerra contro i clichè”, traduzione di Federica Aceto: sì, una raccolta di recensioni).

Sono sostanzialmente le stesse argomentazioni sviluppate dal sottoscritto in un articolo di più di due anni fa, significativamente intitolato Se la critica letteraria è ormai in condizioni critiche, quando partendo dallo pseudo-fenomeno editoriale del famigerato Cinquanta sfumature di grigio – allora all’apice della sua notorietà – riflettevo su come sempre più la grande editoria si stesse e si stia trasformando in una fabbrica di merce venduta in base a mere strategie consumistiche a discapito totale della bontà letteraria, e dunque dell’elemento che dovrebbe garantire tale valore: la critica, appunto.
Citavo – e cito di nuovo qui, ora, un altro bell’articolo sulla questione pubblicato sul numero 77 di Exibart.onpaper (cioè il magazine di Exibart, media tra i più noti tra quelli che in Italia si occupano di arte, contemporanea in particolare), a pagina 31, intitolato Quel che resta del giudizio, il quale contiene parecchie interessanti riflessioni su cosa sia la critica in ambito artistico visuale, che a mio parere risultano ugualmente interessanti se trasportate nell’ambito letterario.
Così recitano le parti salienti dell’articolo:

Di fronte all’esercizio della nostra facoltà di giudicare, due forze sembrano contendersi il campo del contraddittorio individualismo di massa di cui siamo parte: da un lato ci teniamo a distinguerci e a essere originali, e, specie nell’ambito di ciò che appare (moda, arte, stili di vita), non esitiamo a trinciare giudizi epidermici, come se lì si preservasse l’ultimo straccio d’individualità o si decidesse la nostra appartenenza tribale. Al contempo guardiamo al giudizio come a un peccato imperdonabile, non tanto per una malintesa obbedienza evangelica (“non giudicate e non sarete giudicati”), quanto per una sorta di “political correctness” che ci ingiunge di finire ogni affermazione con una sfumatura interrogativa, come per lasciarci aperta una via di fuga. (…)In un suo fortunato pamphlet, intitolato What happened to Art Criticism (2003), James Elkins scriveva: “Negli ultimi tre o quattro decenni, i critici hanno cominciato a evitare ogni giudizio, preferendo descrivere o evocare l’arte invece di dire che cosa ne pensano. Nel 2002, un’inchiesta ha accertato che giudicare l’arte è l’obiettivo meno ambito tra i critici d’arte americani, mentre il più ambito è, semplicemente, quello di descriverla: è uno strano capovolgimento, altrettanto sorprendente di un’ipotetica rinuncia dei fisici a comprendere l’universo, per limitarsi a valutarlo”. La rinuncia al lavoro del giudizio si accompagna di solito all’immediatezza di giudizi epidemici (“mi piace/non mi piace”), magari pronunciati solo nel proprio gruppetto di appartenenza.

Come noterete, anche in ambito artistico le conclusioni sono le stesse – non casualmente, ovvio, per come il sistema che governa l’espressività artistica in genere, sia essa visiva, letteraria, cinematografica eccetera, è comunque quello, dotato di proprie regole ben determinate, imposte e virtualmente inappellabili, se non si vuole passare per degli eretici da mettere al bando (del sistema stesso, intendo).
Infatti, considerando il tutto da un punto di vista letterario, appunto, mi pare che un paio di evidenze risaltino in maniera importante. La prima, è che probabilmente anche in letteratura è successo ciò che l’articolo denuncia nel panorama artistico, ovvero l’avvento di una ampia generazione di “critici” (o presunti tali) che hanno in buona sostanza rinunciato al loro compito istituzionale di rilevatori e segnalatori (si spera adeguatamente preparati) della bontà di un’opera letteraria, cercando quindi di divenire il più possibile funzionali – ovvero graditi – ai soggetti che dominano il mercato editoriale nostrano. Un amico gallerista chiama queste figure – con espressione assai felice e azzeccata – “critici a ritenuta d’acconto”, ovvero: tu pagami, e io farò in modo di parlar bene del tuo libro, anche se è una emerita schifezza. Ciò, ovviamente, per mirare a favori di scambio svariati e assortiti in perfetto stile italico contemporaneo: meglio disfarsi della spina dorsale ma con ciò guadagnandosi una rendita tranquilla – sociale ed economica, e magari pure una certa notorietà, finendo a scrivere per questo o quel celebre e rinomato quotidiano – piuttosto che fare il critico barricadero, obiettivo e sincero ma, per ciò, inevitabilmente stroncante (in merito al valore letterario) buona parte dei titoli più in voga al giorno d’oggi e dunque inviso e boicottato da quegli stessi dominatori del mercato editoriale! (Magrissima consolazione: questo non è certo un fenomeno circoscritto soltanto a certi ambiti, dacché una tale categoria di “critici” è sempre più diffusa in ogni settore artistico: musica, cinema, arte visuale, letteratura…)
La seconda evidenza, sotto molti aspetti conseguenza della prima e similare a quanto rilevato dall’articolo di Guglieri su Studio, è che oggi la critica conta sempre di meno, nella valutazione della letteratura edita. Paradossalmente, nell’era dell’informazione libera e “totale”, grazie alla quale la pluralità di voci e opinioni si può diffondere senza alcun ostacolo a tutto vantaggio del pubblico e della sua capacità cognitiva (mentre un tempo certi critici fin troppo “imponenti”, se decidevano per chissà quali motivi validi o meno di stroncare un libro, per quel libro il destino era inesorabilmente segnato!), la critica letteraria è sempre più messa al margine del panorama editoriale da quelle già citate strategie di mercato turboconsumistiche sulle quali oggi i grandi editori – branche di ancor più grandi gruppi industriali il cui solo scopo è la potenza economica e finanziaria, non certo la diffusione di cultura – basano la propria azione: così succede che (giusto per citare nuovamente ad esempio quel libro a cui mi riferivo in principio e che ha così furoreggiato, la scorsa estate) testi totalmente e indubitabilmente stroncati dalla critica, che per tale motivo un tempo non sarebbero nemmeno usciti dalla tipografia e spediti alle librerie, oggi vendano migliaia se non milioni di copie, in barba (e baffi e capelli e ogni altra cosa) a qualsiasi bontà, valore, qualità letteraria e culturale, che magari qualche critico che non alzi ancora bandiera bianca abbia citato come dimenticate se non sfregiate da testi di siffatta specie e natura, restando però totalmente inascoltato.
La domanda, dunque, già in quel mio articolo di quasi tre anni fa sorgeva spontanea, e tutt’ora ugualmente sorge: ha ancora un senso la critica letteraria, se poi basta qualche bella paginona sui quotidiani nazionali e/o una sviolinata televisiva nel talk show del momento per vendere pure la peggior nefandezza in forma di libro?
E’ una bella domanda, che segnala tutta la drammaticità di quel circolo vizioso innescato, appunto, dalla progressiva messa al bando della cultura, quella autentica e dunque fruttuosa, a favore dell’economia di mercato, il voltaspalle alla letteratura “importante” a favore di quella da hard discount, imposta con tecniche promozionali tipiche di tale industria. Da par mio, a quella domanda non posso che dare una risposta secca e fermissima: certo che serve la critica, a patto che sia vera critica, che sia libera, indipendente, obiettiva, illuminante, didattica, istruttiva. Capace, insomma, di riaffermare la propria fondamentale importanza nel processo letterario-editoriale con prestigio e carisma, e senza alcuna leccaculaggine, naturalmente! Perché è certamente vero che è il pubblico a sancire il successo di un’opera – che sia letteraria, artistica o che altro – ma è anche vero che oggi buona parte del pubblico è stato messo nella condizione di non possedere più adeguati mezzi cognitivi e valutativi, dunque di essere facilmente manipolabile – è quanto ha richiesto la società consumistica nella quale è drammaticamente decaduto il capitalismo originario, ormai la cosa è chiara a tutti, spero. Deve saper ritrovare, la buona critica, la forza che è andata svanendo con gli anni, imponendo nuovamente un’idea di letteratura (edita) che non sia mai disgiunta dal concetto di cultura. Incominciando, magari, a svincolarsi dai diktat calati dall’alto (ovvero, lo ribadisco, da chi domina oligipolisticamente o vorrebbe dominare sempre più il mercato) e finalmente a dire, sui media nazional-popolari e con valide argomentazioni a sostegno (senza atteggiamenti puerilmente manichei, dunque, come anche segnala l’articolo di Exibart.onpaper), che un libro è veramente brutto, quando è effettivamente tale, ovvero che è degno di grande attenzione, viceversa – e, sia chiaro, quand’anche venga dal più sconosciuto degli autori e sia pubblicato dalla più microscopica casa editrice.
Non ci vuole molto, bassa essere fondamentalmente onesti, con sé stessi, con il pubblico e con la società verso la quale le proprie parole vanno, nonché verso la cultura della quale si è (o si pretende di essere) paladini. Perché, alla fine, ognuno è libero di comprare e leggere qualsiasi libro voglia, anche il più orribile, ma nessuno ha il diritto di ingannare il lettore, di qualsivoglia natura sia.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.