In vetta anche gli sfaticati e i pigri

Presto o tardi le ere eroiche dell’esplorazione delle montagne avranno fine come quelle dell’esplorazione del pianeta stesso e il ricordo dei celebri scalatori si trasformerà in leggenda. Una dopo l’altra, tutte le montagne delle contrade popolose saranno state scalate; sentieri facili, poi strade carrozzabili verranno costruite dalla base alla vetta per facilitarne l’accesso anche agli sfaticati e ai pigri; si faranno brillare mine tra i crepacci dei ghiacciai per mostrare ai curiosi la struttura del cristallo; ascensori meccanici verranno installati sulle pareti dei monti un tempo inaccessibili e i “turisti” si faranno issare lungo muraglie vertiginose, fumando un sigaro e chiacchierando di pettegolezzi.

(Élisée ReclusStoria di una montagna, Tararà Edizioni, Verbania, 2008, pag.154; 1a ed.1880.)

Insomma: già quasi un secolo e mezzo fa Reclus – non a caso una delle menti più brillanti della modernità – aveva intuito perfettamente la sorte che avrebbero subìto numerose località alpine: quella di diventare dei luna park montani per orde di “turisti” (si notino le virgolette) sfaccendati e comunque assai poco interessati alle montagne e al loro valore. Eppure, nonostante il tono già beffardo con il quale il grande geografo francese disquisiva del fenomeno, segnalandone così tutta la folle assurdità, in 140 anni nulla si è fatto per contenerne il dilagare, anzi, lo si è reso e imposto come qualcosa di “necessario per il bene della montagna”. Solo negli ultimi tempi si sta cominciando a comprendere quali danni abbia causato ai monti questo modus operandi, tuttavia c’è ancora chi persevera nell’attuarlo, decantandone “l’opportunità” solo per nascondere dietro di essa i propri bassi tornaconti (basta constatare quello che sta accadendo nelle Dolomiti, in vista dei prossimi Mondiali di Sci 2021 e delle Olimpiadi del 2026). Un po’ come scriveva Reclus, questo modo di agire sta facendo diventare anche la montagna un “pettegolezzo”: qualcosa di futile, vuoto di senso, buono per il momento e da consumarsi in tal senso e infine inutile. Forse perché, come sosteneva Walter Bonatti, la montagna insegna a non barare, a essere onesti con se stessi e con quello che si fa: cioè, insegna tutto quello che gli individui che hanno trasformato i monti in orribili e insensati divertimentifici alpini solo per fare soldi non impareranno mai.

Consigli di lettura: Roberto Mantovani, “Ciak, si scala!”

Ovvero: di libri che non ho ancora letto ma so per certo – cioè per vari e giustificati motivi, anche senza averli ancora letti – che siano interessanti e importanti da conoscere subito. E che ovviamente leggerò presto.

Se per motivi che non vi sto a dire ora, qui, non sono mai stato un cinefilo ma negli ultimi tempo ho deciso di recuperare a questa mia carenza, sono da sempre un appassionato frequentatore dei monti, sia alpinisticamente che culturalmente; inoltre ho la grandissima fortuna di conoscere Roberto Mantovani, veramente una delle maggiori eminenze della cultura di montagna in Italia e non solo dal punto di vista storico-alpinistico.
Posto ciò, mi viene da dire che, sommando questi elementi personali, il risultato che scaturisce ha più o meno la forma dell’ultimo libro di Mantovani, Ciak si scala! Storia del film di alpinismo e arrampicata, edito da pochissimo dal Cai – Club Alpino Italiano in collaborazione con il Museo Nazionale della Montagna e l’International Alliance for Mountain Film.

Come denota la presentazione del volume, «L’alpinismo, da poco proclamato Patrimonio culturale immateriale dell’umanità da parte dell’Unesco, non avrebbe lo stesso fascino se non fosse stato rappresentato nell’arte e nella letteratura nel corso dei secoli. Solo l’arte cinematografica, però, grazie alla simultanea riproduzione di suoni e movimenti, ha saputo rendere al meglio le potenzialità e le imprese espresse dall’azione alpinistica individuale e collettiva.
Questo volume, che ripercorre la storia del cinema d’alpinismo dalle origini fino a oggi, intende gettare uno sguardo sull’evoluzione della narrazione per immagini compiuta in 120 anni di storia, coinvolgendo differenti tecniche di racconto e di ripresa negli ambienti verticali. Ne risulta un agile compendio che restituisce scene ed emozioni di una frequentazione della montagna che ha conosciuto mutamenti profondi nel corso del XX secolo, in linea con gli eventi storici che hanno plasmato la cultura dell’epoca moderna.
Nelle pagine corredate da foto, locandine e fotogrammi d’epoca si compie dunque un affascinante viaggio alla scoperta degli inizi pionieristici del muto e del bianco e nero, passando per il Cervino di inizio Novecento, fino ad arrivare agli exploit estremi riprodotti in digitale nel terzo millennio. Così, dalle Alpi fino ai colossi himalayani, la storia dell’alpinismo viene raccontata alla luce del magico mondo della celluloide, per capire come il brivido della vetta sia arrivato nelle sale e nelle case di tutti noi.»

Un volume estremamente interessante che unisce due ambiti da sempre vicini ma la cui relazione non era ancora stata indagata con tali attenzioni e profondità e che, sono certo, accrescerà non solo il fascino singolare e reciproco dell’andar per monti e del testimoniarlo in immagini, ma pure la voglia di tornarci, in montagna, a godere della sua bellezza così grande da rendere intrigante qualsiasi fotogramma, più o meno cinematografico, ad essa dedicata.

Élisée Reclus, “Storia di una montagna”

Quando visitiamo un territorio, lo osserviamo, lo studiamo e cerchiamo di conoscerlo al meglio ma sovente anche solo attraversandolo nel modo più ricreativo ma in ogni caso quando stiamo, in quel territorio, intessiamo una relazione la quale, oltre che della nostra sensibilità e del nostro bagaglio culturale, si nutre del corpus di esperienze, situazioni, narrazioni, conoscenze e visioni di chi prima di noi ha viaggiato, lì o altrove, generando la concezione contemporanea di viaggio – non tanto nel senso turistico quanto in quello culturale. Altri viaggiatori che nemmeno conosciamo, in buona parte dei casi, ma le cui avventure formano il “pacchetto base culturale” al riguardo, che noi apprendiamo in vari modi e sul quale costruiamo poi la nostra personale nuova avventura.

Ecco: se dunque noi oggi viaggiamo e visitiamo il mondo osservandolo e cogliendolo in un certo modo – cioè nel modo che determina la pratica del “viaggiare” contemporanea – e se noi concepiamo la geografia del territorio nel quale viaggiamo in un certo modo, che non lo sappiamo ma è diverso rispetto a quello di qualche decennio fa, lo dobbiamo anche a Élisée Reclus. Personaggio fondamentale delle discipline umanistico-geografiche nella cultura occidentale, considerato l’erede del celeberrimo Alexander Von Humboldt nonché il padre della moderna geografia, quella che dopo di lui e grazie a lui venne definita “geografia sociale” e più avanti geografia umana, figura di vastissima cultura e rarissima sensibilità, tanto da apparire premonitrice circa molte realtà contemporanee, eppure, Reclus, sconosciuto ai più, ignorato dai colleghi, messo al bando fino a non molto tempo fa ovvero alla sua “riscoperta” e ineluttabile illuminazione, al punto che oggi il suo nome e la sua opera appare imprescindibile per quasi ogni cosa affine alla geografia. E una tal sorte solo perché Élisée Reclus fu anche un attivista anarchico, difensore “scientifico” e appassionato della libertà degli individui, avversario di ogni potere politico che, tra le altre cose, aveva conformato la geografia politica del mondo in modi tanto arbitrari quanto illogici e soprattutto totalmente distaccati dalla storia della civiltà umana e delle genti da essi stessi governate. In tal senso si deve anche (e molto) a lui se oggi la storia e la geografia vengono considerate due discipline assolutamente “sorelle”, strettamente correlate e giammai affini a due ambiti umani e umanistici differenti: Reclus dimostrò con grande forza scientifica l’evidenza che è quasi sempre stata la storia delle genti a “formare” la geografia delle terre da esse abitate e non viceversa, come ancora oggi comunemente ritenuto. La geografia certamente influenza la presenza dell’uomo nel territorio, ma è poi l’uomo a determinare nei secoli la forma e il valore del territorio abitato, conferendogli scopo, valore, identità fino a trasformarlo in un “luogo”. Quella che oggi viene definita territorializzazione, e un tempo (si veda Eugenio Turri) “umanizzazione”, è a tutti gli effetti il moto fondamentale di conformazione e trasformazione dello spazio abitato dall’uomo sul pianeta, dunque l’elemento principale di determinazione delle geografie dei territori, anche quando esse diano l’idea di spazi ancora “vergini” o ancora dominati dalla Natura.

Se questa relazione tra l’uomo e il territorio è ovviamente palese negli spazi più antropizzati, diventa più sofisticata e per questo emblematica in montagna, luogo peraltro simbolico e rappresentativo anche per il concetto di “libertà” così amato e propugnato da Reclus. Per tutto ciò, nel fondamentale percorso culturale e geofilosofico reclusiano, un libro come Storia di una montagna (Tararà Edizioni, Verbania, 2008, con prefazione di Mercedes Bresso e commento/postfazione di Claude Raffestin; 1a ed.1880) assume un valore particolarmente grande ovvero a sua volta emblematico. []

(Leggete la recensione completa di Storia di una montagna cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

In vetta

[Foto di StockSnap da Pixabay]

La vetta sulla quale preferivo sedermi non è l’altura sovrana si cui installarsi come un re sul trono, per contemplare ai propri piedi gli estesi reami. Mi sentivo più felice sulla vetta secondaria da cui il mio sguardo poteva al tempo stesso scendere verso pendii più bassi, poi risalire, di cresta in cresta, verso le pareti superiori e la punta immersa nel cielo azzurro. Là, senza dover reprimere quel moto d’orgoglio che avrei provato mio malgrado sul punto culminante della montagna, assaporavo il piacere di soddisfare completamente i miei sguardi alla vista di ciò che nevi, rocce, foreste e pascoli mi offrivano di bello. Planavo a mezza costa tra le due zone della terra e del cielo, e mi sentivo libero senza essere isolato. In nessun altro luogo un sentimento di pace più dolce mi penetrava il cuore.

(Élisée Reclus, Storia di una montagna, Tararà Edizioni, Verbania, 2008, pagg.8-9; 1a ed.1880.)

Ecco, esattamente come a me piace fare, quando vado per monti. Anche perché in fondo ogni vetta è un “luogo assoluto” a prescindere dall’altezza, sulla quale poter stare sopra il mondo d’intorno e grazie alla quale poter “toccare” – poco o tanto non importa, appunto – l’infinito del cielo, sentendosene parte.

(E comunque, a breve, vi racconterò del libro dal quale ho tratto questa citazione.)

 

Tra terra e cielo

Se c’è una cosa – secondo me – che rende certe giornate dal cielo così perfettamente terso e profondamente azzurro da sembrare finte invece assolutamente affascinanti, è l’osservazione dei profili dei monti che con insuperabile nitidezza si stagliano contro quell’azzurro perfetto. La linea che creste, dorsali e cime disegnano è netta e dinamica, dotata di evidente eppure anche arcana “morfo-logica” (sostantivo, ovvero logica delle forme). Il contrasto materiale e cromatico è altrettanto netto ma niente affatto antitetico se non nell’iniziale percezione visiva, appunto: anzi, quella linea che il profilo dei monti disegna nel cielo non marca un “confine”, come verrebbe facile pensare, ma una congiunzione, il contatto di due elementi non discordanti ma concordanti in modo, per così dire, giustificante.

La visione mi fa pensare all’etimologia originaria del termine “confine”, alquanto interessante: viene dal latino confinis “confinante”, composto di con– e del tema di finire, “delimitare”. Non è quindi, nel principio, una parola che indica una separazione o una divisione, piuttosto indica proprio la congiunzione di due elementi. La utilizziamo, oggi, con un’accezione sostanzialmente ribaltata rispetto a quella originaria: parliamo di confine e pensiamo a qualcosa che divide perché sostanzialmente ci è stato insegnato così fin dai tempi della scuola, mentre in verità è il punto in cui due elementi non necessariamente contrapposti, siano essi materiali o immateriali, si toccano, entrano in ovvero stabiliscono un contatto. E in effetti, quando camminiamo lungo le creste dei monti e raggiungiamo le loro vette, non stiamo come in nessun altro posto (simbolicamente nonché geograficamente) con i piedi ancora a terra ma con il corpo già “immerso” nel cielo? Diventiamo noi stessi elementi di contatto come le cime che dal piano lungo i corpi montuosi si elevano e si “immergono” nel cielo, ciascuna di esse punto assoluto della congiunzione tra terra e cielo – anche al di là delle millenarie interpretazioni in tal senso delle sommità dei monti elaborate da numerose civiltà.

È anche una correlazione “estetica”, a ben vedere: di una bellezza materiale, di sostanza, con un’altra bellezza immateriale, eterea, delineata in una giornata così radiosa come dalla linea tracciata da due campiture di diverso colore sulla tela d’un quadro. Anche in tal caso, nessun confine c’è, e ci potrebbe essere, tra diverse forme e manifestazioni della stessa bellezza, se la si osserva con sguardo ampio, libero e olistico, che sappia cogliere il dettaglio nel complesso senza trascurare l’uno per l’altro ma percependone la relazione ineludibile. Proprio come si dovrebbe osservare un’opera d’arte, insomma: ma cos’è l’arte, d’altronde – e da sempre, secoli fa ma sovente pure oggi anche se in forme diverse – se non una rappresentazione della bellezza insita nella visione del paesaggio mutuata dalla sensibilità umana? Appunto: non c’è nessun confine di sorta, nemmeno qui.

P.S.: la foto in testa al post è mia, si.