La storia di Neguccio, inscritta nel suo paesaggio

In un post di qualche settimana fa vi ho raccontato Neguccio (o Neguggio), uno dei posti più affascinanti sulle montagne di Lecco, un’isola sorprendente di quiete, silenzio e bellezza naturale a pochi passi – letteralmente – dal caos, dal rumore e dal traffico incessante della città che, nella magnifica conca prativa ove è posto il piccolo nucleo rurale, sembra lontana anni luce. Un luogo rigenerante, assolutamente.

Una delle tante cose interessanti che si possono notare, a Neguccio, sono i terrazzamenti di buona parte dei rilievi del fianco settentrionale della conca, generati da una fitta trama di muri a secco ancora ben visibili, almeno dove non stiano per essere avvolti e inglobati dal terreno erboso. Sono una manifestazione concreta o, preferirei dire, una narrazione inscritta sul terreno che, leggendola, racconta la relazione storica di chi ha abitato e lavorato a Neguccio nel passato, trasformando ovvero umanizzando il paesaggio locale al fine di ricavarne il sostentamento sussistenziale attraverso coltivazioni o creando spazi atti all’allevamento degli animali.

Come la montagna sia stata modificata, per certi versi anche in modi che potrebbero essere caricati d’una loro particolare valenza estetica (e d’altro canto il paesaggio è un elemento culturale che da sempre genera canoni estetici), lo si evince bene dall’immagine aerea seguente:

La collina subito a ridosso del nucleo principale di Neguccio dall’alto sembra quasi una ziqqurat, con tutti quei gradoni terrazzati così ben definiti e dall’andamento regolare, ora totalmente erbati ma un tempo, come detto, quasi certamente adibiti alla coltivazioni di ortaggi o di cereali. Probabilmente poco considerati se non ignorati da molti escursionisti che transitano dalla conca, quei segni umani impressi sul terreno rappresentano realmente un racconto culturale identitario del luogo e della sua storia, che in uno spazio così armoniosamente antropizzato è la storia stessa dei suoi abitanti. Ma può ben essere anche la “storia” dei viandanti che da Neguccio passano e vanno oltre, perché la relazione con il paesaggio viene intessuta e assume un senso culturale anche per qui pochi momenti nei quali si passa da lì, si osserva il luogo e se ne percepisce le peculiarità, anche fugacemente e superficialmente. Tanto può bastare per far intuire se non capire il valore sostanziale del luogo, e senza dubbio Neguccio di particolare valore e relativa bellezza ne ha in abbondanza.

Alessandro Gogna per “La Montagna Sacra”

Il concetto di no-limits è una bestemmia, non sta in piedi ed è l’ostacolo numero uno alla ricerca del Sacro, dove per “Sacro” si intende qualcosa di diverso da noi, soprattutto diverso dal nostro volere, dalla nostra volontà, dalla nostra intelligenza, dal nostro sapere. […] Quello che mi auguro è che sempre più persone possano accettare che tutto sommato siamo esseri limitati, che la natura è molto più potente di noi, che dobbiamo vivere insieme alla natura e non contro, come abbiamo fatto finora, e quindi sempre più persone possano entrare in questo meccanismo, secondo me, virtuoso. Basta con la civiltà dei consumi e della conquista, ma invece una civiltà che viva nell’habitat che ci è stato dato, e che stiamo rovinando.

[Alessandro Gogna, videointervista di Mirko Sotgiu per “MountainBlog” sul progetto Una Montagna sacra per il Gran Paradiso.]

Montagne lontane, ma vicine

Le montagne non dividono ma uniscono, è stato così per secoli fino a che dottrine geopolitiche arbitrarie e insensate hanno adottato i canoni idrografici cartesiani per tracciare i perimetri dei propri domini e trasformare le dorsali montuose in muri di confine naturali. Ma anche in tale condizione, che tutt’oggi persiste, le montagne congiungono le genti ovunque vi sia la consapevolezza di una cultura comune e unitaria nel compendio delle sue diversità locali che per essa rappresentano una grande ricchezza, non certo un ostacolo – proprio come non lo sono i monti, appunto.

M’è venuto da riflettere su ciò, ammirando quest’altra immagine di ieri sera còlta sempre dal promontorio che la mattina dello stesso giorno s’affacciava sul grande “Lago Nebuloso della Valsassina” (cliccateci sopra per ingrandirla), perché il particolare che più mi ha attratto, nello spettacolare contesto visivo d’un tale tramonto infuocato, anche più della mole possente delle Grigne in primo piano, è la piccola sagoma appuntita laggiù a sinistra: è il Monviso, distante dalla fonte dell’immagine ben 236 km in linea d’aria (misurati da Google Earth, circa 300 km su strada). Eppure anche quelle laggiù sono le Alpi, la cui cerchia occidentale è ben evidente nel lembo visibile dietro le Grigne le quali rappresentano vette tra le più iconiche (certo non quanto il Monviso, ma abbastanza) delle stesse Alpi, la cui catena poi continua al di fuori dell’immagine verso oriente per altre centinaia di km fino all’Europa balcanica: una vera e propria cerniera, ininterrotta e possente, che unisce l’intero continente europeo meridionale rappresentandone il cuore possente e lo spirito più elevato – non solo altitudinalmente – nonché lo stesso orizzonte (solo capovolto) per i due versanti che lungo la dorsale si congiungono e uniscono i loro spazi vitali, la loro storia, i propri paesaggi, il loro tempo.

Un orizzonte che per secoli è stato anche ineluttabile destino, e che tale dovrebbe sempre restare a prescindere da qualsiasi evoluzione sociale, culturale, tecnologica, politica, antropologica. Se ciò effettivamente accadrà, sarà anche per merito di tutti noi: basta solo volerlo. Ecco.

Cronache del cambiamento (climatico): niente più sci a Natale

[Monte Pora, Prealpi Bergamasche, 1880 m, alle 12.30 del 2 gennaio 2023. Immagine tratta da piandeltermen.panomax.com.]

Il costante aumento delle temperature sta compromettendo sempre di più il futuro delle stazioni sciistiche. Secondo uno studio dell’Università di Basilea, nei prossimi decenni non sarà più possibile sciare sotto Natale, neppure ricorrendo alla neve artificiale.
Per analizzare l’impatto del cambiamento climatico e le ripercussioni a lungo termine per le stazioni sciistiche, i ricercatori hanno preso come riferimento la destinazione turistica di Andermatt-Sedrun-Disentis, a cavallo tra Uri e Grigioni. I risultati dell’indagine sono stati poi recentemente pubblicati sulla rivista scientifica “International Journal of Biometeorology”.
Secondo lo studio, l’innevamento artificiale garantisce lo svolgimento di una stagione sciistica della durata di 100 giorni, almeno per quanto riguarda le località ad alta quota. Tuttavia, per i prossimi decenni i ricercatori stimano che anche gli impianti di risalita situati a più di 1’800 metri sopra il livello del mare avranno difficoltà ad essere operativi sotto Natale, dato che durante il periodo che precede le festività, spesso le temperature non sono sufficientemente basse per garantirne l’apertura.

(Da Non sarà più possibile sciare sotto Natale, pubblicato su “Tio.ch” il 28 dicembre 2022. Cliccate qui per leggere l’articolo nella sua interezza.)

Un premio che può costruire il futuro delle montagne

[Stroppo, capitale medievale dell’alta Valle Maira. Immagine tratta da www.vallemaira.org.]
Viene spesso rimarcato il fatto che una delle principali speranze – se non la principale – per innovare i paradigmi alla base delle realtà montane e per garantire ad esse la costruzione di un buon futuro siano i giovani, le loro idee, la loro azione, la relazione che possono intessere con i territori montani vivendoci, lavorandoci e frequentandoli in modo consapevole e sensibile – ne ho scritto di recente anche qui. Spesso però queste evidenze restano allo stato di parole e non vengono tramutate in fatti, in primis grazie ad un supporto istituzionale che possa concretizzare le idee di tanti giovani in opere a favore delle montagne e delle loro comunità. Forse proprio perché quelle idee a volte vengono considerate avverse a un certo modus operandi politico ancora parecchio diffuso, ma questa è una mia considerazione personale.

Ben vengano dunque iniziative importanti e virtuose come quella messa in atto dall’Uncem – Unione dei Comuni e degli Enti montani del Piemonte, che promuove un Premio per le migliori tesi di laurea sui temi collegati allo sviluppo delle aree montane, con particolare riferimento alle declinazioni smart e green a vantaggio dei territori alpini e appenninici. Il premio si rivolge a studenti residenti in Piemonte e studenti residenti in Italia che abbiano frequentato Corsi di Laurea presso uno degli Atenei con sede in Piemonte. Gli studenti devono aver discusso la tesi di laurea a conclusione del corso di studi triennale, specialistico o magistrale nel periodo compreso tra il 1° aprile 2021 e il 25 dicembre 2022.

Il Premio è finalizzato a riconoscere l’importante attività di studio, analisi, approfondimento, dialogo, ricerca svoltasi per l’elaborazione della tesi e a incoraggiare l’interesse per la ricerca e l’approfondimento del neo-laureato sui temi relativi allo sviluppo sociale ed economico delle aree montane. Molti gli ambiti di studio contemplati: dalla green economy al turismo, dai modelli di sviluppo locale all’organizzazione dei servizi e degli Enti locali. Passando per urbanistica, rigenerazione dei paesi, gestione forestale e dei pascoli.

Potete trovare ulteriori informazioni al riguardo e il bando del Premio qui, con l’augurio che pure nelle altre regioni alpine italiane si mettano in atto similari supporti, più o meno istituzionali, concreti, strutturati e continuativi al lavoro e allo studio dei giovani: un’attività che equivale a sostenere il futuro della nostra società a favore del futuro delle nostre montagne – e di tutti noi.