Scrivere per non annegare

La mia letteratura è un continuo tentativo di rettificare quel che provo nella vita, come qualcuno che consulta febbrilmente un libro per sapere cosa bisogna fare per rianimare l’annegato sdraiato sulla riva.

(Jules Renard, Diario 1887-1910, traduzione e postfazione di Orio Vergani, a cura di Guido Vergani, SE, Milano, 1989, pag.77.)

(Photo credit: Henri Manuel [Public domain])
Ha ragione Renard: molti scrittori considerano ciò che scrivono come lo strumento per poter “sopravvivere” (spesso con non poca altezzosità) al loro tempo, e non si rendono conto che invece la scrittura deve innanzi tutto essere un modo (o un tentativo) per sopravvivere a se stessi, e con la massima umiltà.

 

L’estetica di Instagram

Su “Artribune” – che io considero la migliore rivista italiana di arte e vi assicuro che non è una marchetta, questa – Marco Senaldi cura da tempo la rubrica In fondo in fondo, l’ultima di ogni numero, sorta di contro-editoriale che risulta sempre interessante per come tratti le realtà del nostro mondo contemporaneo da punti di vista alternativi e intriganti, non di rado illuminanti. Quasi sempre, infatti, l’osservazione comune della realtà avviene da prospettive indotte e uniformate, generando inevitabilmente visioni standardizzate; basta spostarsi di un poco a lato, di un pochissimo spesso, perché la visione cambi completamente e altrettanto si modifichi la percezione e il valore di quella realtà osservata. È ciò che cerca sempre di fare la buona arte contemporanea, in fondo, dunque i testi di Senaldi ci stanno benissimo su una rivista che se ne occupa, anzi: vi risultano fondamentali, appunto.

Sul numero 45 del magazine, in un pezzo intitolato The Instagram Aesthetics, Senaldi ci porta a ragionare su come i social media, e in particolare quello “tutto immagini” citato nel titolo, stiano nemmeno troppo lentamente causano un ribaltamento nel regime scopico collettivo, cioè – semplifico radicalmente per massima chiarezza – nella visione dimensionale e prospettica che utilizziamo come sistema standard di osservazione del mondo, attraverso il quale recepiamo le informazioni per concepirlo, (non sempre) comprenderlo e per identificarci in/con esso.

Ve ne cito un brano significativo; l’intero articolo lo potete leggere (e merita alquanto di essere letto e meditato) cliccando sull’immagine in testa al post, tratta dall’articolo stesso. Qui invece potete scaricare “Artribune” #45 in pdf.

Qualcosa di nuovo è accaduto nel nostro regime scopico (per usare l’efficace espressione di Pierre Sorlin) e, anche se sembra un dettaglio trascurabile, è come se, a quello che siamo abituati giustamente a chiamare “il paesaggio mediale” – e un paesaggio per definizione è più largo che alto – si fosse aggiunta una dimensione nuova, che “risolleva” le proporzioni, come nei ritratti dei gentiluomini messi in posa all’impiedi, insomma un “ritratto mediale” (spesso i ritratti hanno una ratio inversa rispetto ai paesaggi).
Ma, forse, non si tratta solo di estetica: questo ribaltamento annuncia istanze più profonde, che paiono spingere verso un’inversione dimensionale generale. La verticalità dei dispositivi neomediali, infatti, sembra sostituire una metafora antichissima del tempo, dettata invece dall’orizzontalità: quella, risalente agli esordi della filosofia antica, dello scorrere delle acque di un fiume. Quando, abbastanza ingenuamente, si dice che i new media hanno “mutato il nostro orizzonte” – si afferma qualcosa di vero, poiché essi hanno letteralmente mutato la disposizione verso il mondo che ci ha caratterizzato da sempre.

Un confortante isolamento

(Photo credit: https://pixabay.com/it/users/lohrelei-1422286/)

Novembre per molti era dunque un mese triste, noioso. Noi non vedevamo l’ora che le nuvole e l’oscurità venissero ad abbracciare la nostra casa e che la pioggia premurosa verso i ruscelli e i boschi si raffreddasse trasformandosi in fiocchi soffici di neve. Cosi potevamo avere l’alibi per barricarci dentro e dedicarci alle nostre silenziose occupazioni. Al caldo, con la legnaia ricolma e la dispensa ben fornita. In confortante isolamento.

(Franco Faggiani, La manutenzione dei sensi, Fazi Editore, 2018, pag.214.)

Gli italiani sono bravi

(Immagine tratta da https://www.librimondadori.it/autore/fruttero-lucentini/)

Tranne forse gli animali delle favole di La Fontaine, nessuno è mai stato bravo come gl’italiani nell’arte d’inventare nobili pretesti per eludere i propri doveri e fare i propri comodi.

(Fruttero & LucentiniLa gita scolastica ne La prevalenza del cretino, Mondatori, Milano, 1985; nuova ed. Il Cretino, collana “Bestsellers”, 2012.)

Fare mattina leggendo Foscolo

(Gogol’ ritratto da Dmitriev Mamonov, 1840 circa.)

Una sera di luglio del 1845, Dostoevskij, che ha 23 anni, va a trovare un suo amico e si mettono a leggere Gogol’ e lo leggono fino alle 4 del mattino.
«Allora succedeva così, tra i giovani: si riunivano in due, tre e: “Se leggessimo Gogol’, signori?”, e si sedevano e leggevano», ricorda Dostoevskij.
Come se dei ragazzi italiani, ventitreenni, si trovassero e si dicessero, «E se leggessimo Foscolo, cosa dite?».
E tirassero fuori I sepolcri e facessero mattino a leggere e rileggere I sepolcri.

(È un articolo dell’1 novembre nel sito/blog di Paolo Nori, che trovo sempre fenomenale da leggere – il sito e lui come autore pure, certo, infatti lo cito spesso, qui. Leggetelo pure voi, vi delizierà parecchio.)