Il “Patto del non racconto”

Vi sono luoghi così rari e preziosi che meritano di non essere raccontati, se non per quello che suscitano in noi quando li attraversiamo.
Ormai abbiamo fatto il giro del globo e il globo è finito. Più conosciamo in superficie ogni spazio remoto, meno sappiamo penetrarlo nel dettaglio.
Più cediamo alla spettacolarizzazione, più rinunciamo a conoscere per davvero questi ultimi spazi selvaggi, ormai ridotti a piccoli scenari di “imprese” umane, troppo umane.
Pochi giorni fa, abbiamo affrontato un’inedita ed entusiasmante esplorazione, al confine tra escursionismo ed alpinismo, tra arrampicata ed avventura.
Abbiamo collezionato una serie di incontri e sensazioni così singolari ed inattese che hanno via via rafforzato in noi l’idea che per riproporre questo viaggio occorre stabilire un’alleanza e un patto con i più fidati compagni di cordata: il Patto del non racconto!

Quanto sopra è un piccolo sunto di ciò che si può leggere nel sito vendul.org riguardo il Patto del non racconto, un modo nuovo anzi no, ancestrale e per ciò “diverso”, quasi sovversivo rispetto all’ordinarietà imperante, di esplorare il mondo in cui viviamo, qualsiasi esso sia – una montagna remota oppure un boschetto trascurato dietro casa – e ricavarne consapevolezza.

Perché scegliere di non raccontare, una volta ogni tanto, qualcosa di bello e interessante che si è vissuto? Perché le narrazioni che la società odierna ci impone tendono a superficializzare l’esperienza personale e a travasarne la memoria in ambiti virtuali che rapidamente la svaporano e cancellano. Si rischia così di perdere il senso profondo di ciò che si è fatto e il retaggio esperienziale – patrimonio prettamente personale – che ne può scaturire: come lo si fosse fatto in modo automatico, insensibile, spinti da impulsi esteriori che impongono l’apparenza e cancellano l’essenza. Invece, forse, narrare solamente a se stessi ciò che si è vissuto, forma fondamentale e ancestrale dacché naturale, appunto, di decantazione e maturazione dell’esperienza, può diventare il modo migliore per poi trasmetterlo ad altri: in altre forme, più evolute, approfondite, coinvolgenti, proprio perché scaturenti da una fonte totalmente meditata, consapevole, fatta propria, esclusiva e dunque di valore unico.

Il Patto del non racconto lo propone il Collettivo Vendül, un gruppo di professionisti, persone, amici, che condividono un pensiero comune: agevolare l’esperienza entro gli ambienti naturali come dimensione privilegiata per favorire processi educativi, formativi e di apprendimento. Le esplorazioni e le esperienze del Patto sono iniziate lo scorso anno con notevole successo e riprenderanno il prossimo ottobre: per chi volesse saperne di più, avere le necessarie informazioni riservate e per consultare la mappa: info@vendul.org.

Davide Sapienza, “Ultra Orobie”

Quello che uscirà venerdì 10 giugno in allegato gratuito con il “Corriere della Sera” nelle province di Bergamo e Brescia, come vedete qui sopra, è un libro di Davide Sapienza e, per quanto mi riguarda, tanto basta per recarmi in edicola appena posso, venerdì, e accaparrarmelo.

Ma se a qualcuno questa mia affermazione potrebbe sembrare eccessivamente “di parte”, sappia che a, lo è (riguardo Sapienza e i suoi libri, ovviamente) e b, ho avuto la fortuna di leggerne qualcuno, almeno parzialmente, dei reportage che formano il volume nonché molti dei suoi Sentieri d’autore pubblicati dal 2014 in poi sullo stesso quotidiano, e la lettura di ciascuno di questi testi ha rappresentato un piccolo/grande viaggio geopoetico nel cuore delle montagne lombarde (e non solo lì) nonché la preziosa testimonianza di un dialogo sincero e profondo con il Genius Loci di ogni luogo narrato. Qualcosa di oltre modo prezioso e importante, insomma: non solo per capacitarsi della bellezza del nostro territorio ma anche, e forse di più, per comprendere quanto sia bello viverci in armonia e nella consapevolezza piena del suo valore.

Ci si vede in edicola, dunque, venerdì prossimo! E se volete scaricare la locandina in testa al post (in pdf), cliccateci sopra.

La “Montagna Sacra”

Nella realtà climatica e ambientale che l’intero pianeta sta affrontando e per molti versi subendo, nella quale le Alpi rappresentano una regione assolutamente emblematica (e lo sarà sempre di più in futuro, sia in bene che in male), risulta evidente ogni giorno di più che per evitare un collasso del clima il quale avrebbe conseguenze devastanti per chiunque è certamente necessario l’impegno e le azioni concrete di qualsiasi entità governativa, tanto a livello locale quanto a livello globale, e lo sforzo costante verso un profondo cambiamento paradigmatico in tema di sfruttamento delle risorse ambientali e impronta ecologica della nostra civiltà. Tuttavia, altrettanto necessaria è la formazione di una consapevolezza culturale condivisa in ciascun individuo sul tema, fondamentale affinché ognuno di noi possa fare la sua parte: senza di questa, il rischio che le problematiche inerenti i cambiamenti climatici diventino non soltanto croniche ma del tutto irrisolvibili è forte, e parimenti che ciò avvenga senza un’adeguata presa di coscienza da parte dell’opinione pubblica, la quale di contro ancora oggi appare per molti versi fin troppo svagata, disattenta, distratta quando non indifferente a quanto sta accadendo, apparentemente protetta in una propria (e condivisa) comfort zone che però diventa ogni giorno più precaria e insostenibile. Servono dunque iniziative forti, al fine di rompere il torpore sul tema e generare la suddetta consapevolezza: iniziative dal valore simbolico emblematico, magari “fastidiose” a loro modo oppure all’apparenza sterili nella loro concretezza effettiva ma che possano scuotere l’opinione pubblica più di tante parole belle tanto quanto fin troppo idealiste e, dunque, sostanzialmente inutili.

Ecco: a tal proposito, probabilmente avrete letto o sentito dire del progetto “La Montagna Sacra: è un’idea scaturita da un gruppo di prestigiose figure del mondo della montagna come proposta culturale forte, messaggio di responsabilità, nuovo e dirompente, per la tutela della Natura, di valore soprattutto simbolico. Una montagna dotata di una sacralità della natura intesa in senso ampio, non necessariamente religioso.

Il progetto invita a riflettere sulla necessità di una “transizione culturale” per far fronte alle grandi sfide globali che l’umanità è oggi chiamata a risolvere e sul ruolo che in ciò possono avere le aree protette. Due concetti sono ritenuti centrali. Il primo è quello dell’invasività umana che pervade ogni angolo del Pianeta e della necessità di lasciare spazio alla “alterità” (gli altri esseri viventi). Il secondo è quello di “limite di conquista”, in una società segnata da velocità, competizione e scellerata crescita di consumo di risorse naturali, accumulo di rifiuti e degrado degli ecosistemi.

Il comitato promotore ha proposto di individuare la vetta del Monveso di Forzo, cima piramidale alta 3322 m di grande bellezza e già di rado frequentata (sul confine tra i versanti piemontese e valdostano del Parco), come “Montagna Sacra” da cui escludere ogni presenza e frequentazione umana. La “Montagna Sacra” non è pensata come luogo di divieti, perché un progetto culturale non può basarsi sull’imposizione. Il progetto non prevede infatti alcuna interdizione formale, nessun divieto d’accesso, nessuna sanzione pecuniaria per chi non vorrà “astenersi”. Molto più semplicemente, l’impegno a non salire sulla cima sarà una scelta suggerita e argomentata, al fine che venga rispettata da tutti. Per questo motivo il valore simbolico originale del progetto appare a suo modo dirompente: l’impegno suddetto deve basarsi unicamente sulla consapevolezza dell’individuo sulla questione di fondo e sulla capacità concreta di metterla in pratica senza che, appunto, vi sia a monte una forma di interdizione stabilita a priori, che nel caso renderebbe quell’impegno un mero moto d’ubbidienza a un comando. Questa peculiarità può rendere “La Montagna Sacra” soltanto un esercizio bello e vano, appunto, o magari per motivazioni uguali e opposte, lo può far diventare una piccola/grande rivoluzione nell’approccio, nel pensiero e nella percezione del tema, generando un nuovo paradigma che potrebbe sicuramente aprire una nuova “era” al riguardo. Che avvenga l’una o l’altra cosa, ribadisco, sta nell’impegno consapevole di chi vorrà condividere e aderire al progetto.

Per saperne di più sul progetto, leggerne la documentazione completa e aderirvi, cliccate qui.

Domenica 19 giugno, alla borgata Molino di Forzo nel comune di Ronco Canavese, si terrà In cammino verso la Montagna Sacra, un’escursione sulla mulattiera che collega la Val Soana alla Valle di Cogne, con meta le borgate Boschietto e Boschettiera, pensata per divulgare le finalità del progetto “Monveso di Forzo – Montagna Sacra per la Natura”, in occasione del centenario del Parco Nazionale Gran Paradiso. Trovate il programma dettagliato qui oppure cliccando sull’immagine qui sotto.

(Le immagini sono tratte dal sito web e dalla pagina Facebook dedicata al progetto.)

Le preziose “Archimie” di Alessandro Busci

Noi, in base ai canoni estetici costruiti nel tempo e confluiti negli immaginari comuni, abbiamo l’abitudine di dare al paesaggio un’accezione di “bellezza”, di idea o di modello in tal senso. Quei canoni sono poi gli stessi che, nel principio, definiscono in modo condiviso ciò che ugualmente eleggiamo a simbolo di bellezza, termine che a sua volta può essere declinato in vari modi che rimandano a percezioni di valore, unicità, raffinatezza, preziosità, eccetera. Per tali aspetti, e per conseguenza concettuale ma nemmeno troppo, certi luoghi particolarmente belli ovvero dotati di valore e per ciò emblematici potremmo considerarli dei “gioielli” del paesaggio al quale appartengono e che, appunto, impreziosiscono; così, di contro, si potrebbe sostenere che un gioiello avrebbe un valore ancora maggiore di quello meramente legato alla propria materialità se sapesse simbolicamente rappresentare un paesaggio.

Ecco, è quello che in concreto ha fatto Alessandro Busci, pittore (e architetto, sul quale ho già scritto diverse volte qui sul blog) le cui opere che ritraggono paesaggi, sia urbani che naturali, sovente montani, sono tra le più affascinanti e emblematiche che l’arte contemporanea sa offrire oggi e che ora diventano anche gioielli d’artista: ideati da Busci in una decina di pezzi numerati restituendo i tratti di alcuni degli iconici soggetti delle sue opere pittoriche, a formare la mostra Archimia. L’architettura addosso che verrà inaugurata presso la BABS Gallery di Milano domani 7 giugno.

Architetture urbane e naturali prendono così la forma di gioielli il cui significato non si esprime necessariamente secondo i medesimi parametri della gioielleria tradizionale. Il valore del gioiello d’artista risiede nell’arte di colui che lo ha concepito, nella capacità di condensarne la visione in un artefatto dalle dimensioni estremamente ridotte e soggetto a una serie di vincoli che lo rendano indossabile, durevole e soprattutto ornamentale.

Come scrive il curatore della mostra, Luciano Bolzoni, «Busci è un fine alchimista che mescola i paesaggi nella speranza che divengano qualcos’altro (…) Oggi Busci, dal suo cosmo alchemico, estrae (ancora) il fuoco prodotto dai fulmini della fiamma ossidrica per imprimere le sue piccole architetture, che poi sono icone di una Milano che non si ferma a contare il tempo. Ogni gioiello sarà un’escursione in città.»

Per volontà dello stesso artista, il ricavato della vendita di alcune opere-gioiello, riprodotte in un maggior numero di esemplari, verrà devoluta interamente a sostegno dei progetti della Fondazione San Patrignano con la quale collabora da diverso tempo.

Per saperne di più sulla mostra, cliccate sull’immagine in testa al post.

La memoria dei ghiacciai

A proposito di ghiacciai (clic), loro storia e loro futuro – un tema oltre modo emblematico e fondamentale riguardo a ciò che ci aspetta nei prossimi anni – c’è una bella (e breve) mostra in corso a Locarno: ne vedete qui sopra la locandina (e cliccate sull’immagine per scaricarla in pdf); per saperne di più, date un occhio qui e qui.

In seguito la mostra sarà presentata in diverse altre località ticinesi – dunque facilmente raggiungibili anche dal Nord Italia – sino a metà 2023: per sapere dove e quando, controllate il sito ti.ch/clima.