La mega altalena del Monte Forato è una ca…

Bisogna proprio ammettere che, a occuparsi di montagne italiane, le “sorprese” proliferano e non passa giorno o quasi che non ci si trovi a scoprire qualche nuova amenità. Il coperchio del vaso di Pandora montano italico è sparito da un pezzo, ormai!

[Foto di Sailko, opera propria, CC BY 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Il Monte Forato (o Pania Forata, 1230 m) si trova nel comune di Stazzema in Alta Versilia (provincia di Lucca), fa parte delle Alpi Apuane e deve il suo nome a una caratteristica molto particolare: un arco naturale di grandi dimensioni esteso tra le due cime del monte (la meno elevata misura 1204 m) che forma appunto un grosso buco nel corpo sommitale della montagna. L’enorme arco, formatosi per l’erosione degli elementi naturali, con i suoi 32 metri di larghezza e 25 di altezza è uno dei più imponenti d’Italia ed è ben visibile da entrambi i lati delle Apuane, quello di Versilia e l’altro della Garfagnana.

Capirete che ce n’è già abbastanza per fare di questo straordinario monte, il quale pare uscito direttamente dalla geografia immaginaria di un romanzo fantasy, una meraviglia della natura da ammirare e godere a profusione nella sua particolare bellezza geologica, paesaggistica, escursionistica, ambientale, culturale, insieme al territorio circostante che presente numerose altre interessanti peculiarità. Vero?

E invece NO, perché qualcuno ha pensato bene di ricavare da tale bellezza geologica naturale una bruttezza ludica artificiale trasformando il grande arco in una mega altalena, un’ennesima giostra da luna park montano per chi evidentemente non sa percepire e comprendere la pur possente bellezza del luogo ma vi ricerca “adrenalina”, “brividi” ed “effetti wow!” preconfezionati e artefatti, ovviamente poi da immortalare inevitabilmente sui social:

[Immagine tratta da questo video di Youtube.]
Ecco, a me la mega altalena del Monte Forato pare una ca… be’, dall’immagine qui sotto capirete chiaramente cosa:

Un’altra, tra le già tante (troppe) sparse sui monti italici.

Questo è il mio pensiero. Altri invece riterranno che sia la cosa più bella, utile, emozionante, spettacolare, “naturalistica” (è definita anche così sul web) che il Monte Forato sappia offrire: libera opinione e loro problema. Perché si può pensare ciò che si vuole al riguardo ma il Forato, così banalizzato (altro che “valorizzato”) e ridotto a mera attrazione ludico-ricreativa, purtroppo perde la gran parte della sua particolare bellezza naturale e del suo fascino montano. Inesorabilmente.

Contro l’«effetto WOW» del turismo in montagna

[Turismo “WOW!” (?) a Braies e a Misurina. Immagini tratte da qui.]
Devo ringraziare molto gli amici Dante Schiavon, membro del Gruppo di Intervento Giuridico (GRiG) e dell’associazione “SEQUS / Sostenibilità Equità Solidarietà”, da anni impegnato nelle questioni legate al consumo di suolo nel suo Veneto e non solo, e Luca Pianesi, direttore de “Il Dolomiti”, uno degli organi di informazione più attenti alla realtà delle montagne italiane, per come stiano contribuendo a tenere alta l’attenzione su certe fenomenologie di natura pseudo-turistica che si registrano di frequente e che si manifestano come espressioni di una certa forma mentis politica la quale appare sempre più alienata e perniciosa rispetto alle realtà territoriali amministrate, in tema di turismo macroscopicamente (ma non soltanto in questo ambito).

Dante Schiavon, nell’articolo L’effetto “WOW” del turismo industriale pubblicato sabato 8 luglio scorso su “Il Diario Online”, cita le mie considerazioni sulla questione del ponte tibetano che si vorrebbe realizzare a Vezza d’Oglio, in Alta Valle Camonica, che a fronte del rappresentare l’ennesima giostra turistica che riduce il territorio alpino ad un mero divertimentificio per turisti ai quali nulla viene riportato della cultura del luogo – anzi, vengono resi protagonisti della sua banalizzazione – è presentato dagli amministratori locali come «un’opera necessaria per creare un effetto WOW che oggi manca al paese». Dichiarazione assolutamente emblematica di quella forma mentis a cui facevo cenno poco fa, dalla quale Schiavon prende spunto per raccontare alcune realtà venete ad essa afferenti e formulare considerazioni al riguardo molto interessanti.

Lo stesso 8 luglio su “Il Dolomiti” il direttore Luca Pianesi in Dalle panchine giganti ai ponti tibetani passando per i mega eventi in quota (come le Olimpiadi): se si insegue l’effetto ”wow” e si trasforma la natura in fattore produttivo riprende l’articolo di Schiavon agganciandone le osservazioni alle mie formulate riguardo la questione del ponte camuno, contestualizzandole in maniera ancora più articolata alla realtà alpina contemporanea e in questo modo denotando l’invasività di certi modelli politico-amministrativi lungo tutta la cerchia alpina italiana – nonché lungo la dorsale appenninica – che utilizzando un concetto di “turismo” obsoleto, degradante, insostenibile, fuori contesto rispetto ai luoghi ai quali viene imposto attraverso formule di marketing che parrebbero già stupide se rivolte a un bambino di prima elementare, generano un sistema di potere economico, con ovvie ricadute elettorali, privo di reali benefici per le comunità residenti e che di contro rischia di distruggere alcuni degli angoli più belli e preziosi della montagna italiana.

Ecco: mantenere alta l’attenzione e articolato il dibattito su questi temi e sulle situazioni conseguenti, nonché la denuncia ferma e articolata nei casi in cui ve ne sia il bisogno, è quanto mai importante. Ciò perché quei politici che attentano in modo tanto sconcertante all’integrità, la cultura, l’identità e la bellezza delle montagne rappresentano una parte sempre più minoritaria – ma purtroppo ancora dotata delle redini del potere amministrativo locale – della realtà delle nostre montagne, anche dal punto di vista turistico: a fronte di un turismo massificato e “ignorante”, ingente ma in costante diminuzione, c’è una parte sempre più ampia di turisti e di frequentatori delle montagne in genere i quali sanno prendere sempre più coscienza delle cose che non vanno, di ciò che è deleterio per le montagne e l’ambiente, di quanto siano da evitare modelli turistici che si vorrebbero ancora imporre nonostante siano palesemente fallimentari. Per tutto questo dibattere con costanza e con intelligenza e consapevolezza su questi temi è importante: perché rappresenta un minimo ma fondamentale atto di scrittura del futuro delle nostre montagne, un futuro diverso da quello preteso da alcuni e ben migliore per le comunità residenti.

Ovviamente potete leggere i due articoli cliccando sulle rispettive immagini.

Stupirsi degli stupidi

[René Magritte, La reproduction interdite, 1937.]
Ero lì ad aspettare pazientemente il mio turno allo sportello della banca quando mi sono messo a riflettere (non fateci caso, a me capita così) sulla sostanziale differenza di accezioni esistente tra due termini molto simili, stupido e stupito, il primo – sostantivo o aggettivo – con connotazione generalmente negativa («Non hai capito niente, sei veramente uno stupido!») mentre il secondo – aggettivo o voce verbale – sostanzialmente positiva («Sono rimasto stupito dalla bellezza di quel quadro!»). Tuttavia entrambi hanno la stessa origine etimologica – dal termine latino stupĭdus che è derivato di stupēre, “stupire” – e un tempo condividevano la stessa accezione, cioè indicare la reazione riguardo qualcosa o qualcuno che genera stupore, appunto. Poi, è bastata una sola lettera e un’accentazione diverse e i due significati si sono separati, ma, a prescindere da ciò, m’è venuto da riflettere (tanto l’attesa in banca si stava prolungando) su come la loro differenza semantica diventi evidente nel considerare l’atteggiamento delle persone nei confronti del paesaggio – elemento di valore estetico-culturale per eccellenza.

Mi spiego: il fruitore del paesaggio, quando esso sia un elemento di attrazione turistica, ricreativa o culturale perché dotato di peculiarità particolari in tal senso, o è stupito dalla sua bellezza in quanto ne coglie il valore e se ne dimostra consapevole, oppure lo fruisce da stupido cioè in modi poco intelligenti e menefreghisti proprio perché, al contrario, non sa coglierne il citato valore. In altre parole: il primo dimostra di essere capace di stupirsi e di possedere la giusta sensibilità di mente e di spirito al riguardo, il secondo invece la rifiuta, che è un altro modo per dire che non utilizza la propria intelligenza.

Alla base di queste mie elucubrazioni è l’impressione – che io condivido soltanto e che altri prima di me segnalano da tempo – che l’uomo contemporaneo sta via via perdendo la capacità di stupirsi. Che, sia chiaro, non vuol dire solo esclamare «wow!» di fronte a qualcosa ma, ribadisco, significa meravigliarsene perché se ne comprende il valore, l’importanza, il senso. In un mondo dove (apparentemente) quasi tutto viene preconfezionato, omologato, conformato a bisogni preventivamente fabbricati ad hoc, spesso diventando mero prodotto da consumare a vantaggio di qualcuno (mai del consumatore), lo stupore appare qualcosa di disturbante e confondente oppure semplicemente una sensazione trascurata e incompresa. Detta anche qui in parole più semplici, quando si perde la capacità di stupirsi si diventa “stupidi”. Riportando il tutto all’esempio prima citato, se della bellezza, del valore e del senso del paesaggio non sappiamo più stupirci, finiremo per goderne in modo stupido, superficiale, banale e probabilmente dannoso per il paesaggio stesso. Quelli che visitano un luogo di pregio e lo insozzano con i propri rifiuti o vi schiamazzano come fossero ad un concerto, per dire, si comportano così stupidamente perché a quanto pare della pregevolezza di quel luogo non sanno stupirsene, non manifestando l’intelligenza, la curiosità, la sensibilità per farlo. Ecco.

E tutto questo per una sola lettera e un accento diversi, vedete un po’ voi. Come spesso accade, il confine tra cose belle e positive e cose brutte e negative è assai labile, per chi non sappia rendersene conto.

Il posto dove due grandi montagne si sono azzuffate

Siete mai stati in mezzo a due montagne? Sì, intendo proprio dire tra l’una e l’altra, nel punto in cui due diversi monti si toccano… anzi, dove per certi versi si sono azzuffate, nel bel mezzo dei loro corpi rocciosi coi segni della “rissa”, insomma.

Sui monti sopra Carenno c’è un luogo che permette di vivere questo piccolo ma emozionante “prodigio”, un luogo speciale e per certi versi “segreto” in quanto, non essendo posto lungo i sentieri di abituale percorrenza della zona e restandone un poco discosto e appartato, non è conosciuto da molti. È il punto in cui il gruppo del Resegone, con la sua estrema propaggine meridionale, tocca quello dell’Albenza: per alcune decine di metri i margini dei corpi rocciosi dei due monti corrono paralleli, come i bordi di una grande ruga o d’una ferita sull’epidermide terrestre, nella parte bassa creando una specie di piccola gola, profonda solo qualche metro, le cui pareti ne distano al massimo un paio. Entrando nella gola da questa parte, avrete a sinistra il fianco composto da Dolomia Principale, la roccia che forma il Resegone, mentre a destra il fianco composto dal Calcare di Zu del gruppo dell’Albenza. Soprattutto a sinistra, addentrandovi nell’esigua forra, noterete sulla roccia innumerevoli striature, parallele tra di loro, in certi casi così perfette e lisce da pensare che siano state fatte da mano umana. Buona parte della parete si presenta così, quasi totalmente decorata, assumendo una consistenza che è piacevole da toccare, da accarezzare… e chissà, magari sfiorandola potrete percepire l’immane forza ancestrale che ha generato tutto ciò, sentendovi dentro il tempo, a contatto con la genesi primordiale di queste montagne e del territorio in cui state.

Questo luogo speciale, tale piccola e all’apparenza banale forra, è in realtà una spettacolare zona di faglia, cioè un punto di movimento e di attrito tra due parti della crosta terrestre. Qui, per chissà quanti milioni di anni, il Resegone e l’Albenza si sono scontrati, spintonati, reciprocamente ammaccati, hanno strisciato l’uno contro l’altra con immane forza, e le striature che vedrete sulle pareti, dette strie di frizione, sono proprio il risultato di quello scontro. Probabilmente è stato il Resegone che, scivolando da Nord verso Sud, come è appurato che fece – accadde circa 90-100 milioni di anni fa, quando iniziò l’orogenesi delle Alpi e delle Prealpi e il Resegone emerse dalle acque della Tetide, l’oceano che a quel tempo copriva gran parte della Terra – è andato infine a sbattere contro l’Albenza, bloccandosi lì dopo chissà quanto violento strattonarsi reciproco. Anche la piccola forra è il risultato dello scontro: è una breccia tettonica, generata dalla frantumazione delle rocce dei due corpi montuosi proprio a causa dell’attrito, ed è parte di un sistema di faglie detto Faggio-Morterone-Carenno, assai noto ai geologi, che in pratica delimita il corpo roccioso del Resegone a Oriente e a Meridione. La forza di attrito fu così enorme da disintegrare la roccia in sabbia fine, che fece di questa zona una cava utilizzata tra Otto e Novecento dai montanari del posto per l’edificazione di case, baite e stalle che si possono vedere nei dintorni – infatti è una delle tappe del percorso didattico-naturalistico del Museo del Muratore di Ca’ Martì, che ha sede a Carenno.

È un luogo assai particolare, insomma, tanto poco noto quanto emozionante, che sembra starsene un po’ nascosto tra le nervature della montagna e l’ombra del bosco per conservare il suo piccolo-grande “tesoro”: la solidificazione dell’energia della Terra e del tempo geologico in cui si è manifestata, come una sorta di macchina del tempo che non fa viaggiare chi vi entra ma gli (tras)porta accanto un’antichissima dimensione spazio-temporale, immobile nella fissità delle rocce ma assolutamente viva e vitale nelle percezioni, nelle sensazioni e nelle relative riflessioni che genera. A starsene lì, in mezzo alle due montagne, godendo della bizzarra bellezza di quelle rocce, è in fondo come penetrare nella storia ancestrale del nostro mondo, in un ordine di tempo che noi umani nemmeno possiamo concepire ma la cui forza evocativa possiamo certamente provare a immaginare, magari così assorbendo quel che resta in loco della immane energia che l’ha creato.