Claudio Morandini, “Neve, cane, piede”

Generalmente, della montagna, il cosiddetto “grande pubblico” ha un’idea piuttosto stereotipata, a volte legata – in chiave generalmente positiva – alla mera bellezza del paesaggio, altre volte – in chiave più negativa, almeno culturalmente – alla concezione dei monti come luogo di divertimento, di turismo sovente poco attento al valore peculiare di essi, alla cultura delle genti che li abitano. Da tempo, in antropologia culturale, si studia questo rapporto tra civiltà antropizzante e “Terre Alte”, rimarcando i fenomeni di smarrimento identitario e di spaesamento delle popolazioni di montagna dovute alla trasformazione sostanziale dei monti in una sorta di quartieri periferici cittadini votati al turismo meno culturale possibile e più consumistico – veri e propri non luoghi in quota, in pratica, che alcuni studiosi arrivano a chiamare “divertimentifici alpini”.
D’altro canto, bisogna ammettere che la letteratura di montagna, negli ultimi decenni, non ha fatto granché per, in qualche modo, salvaguardare la cultura antropologica e identitaria della montagna – in particolar modo in Italia – sfornando soprattutto titoli di natura prettamente alpinistica e biografica (sovente fin troppo autocelebrativa dei relativi autori, molto impegnati a raccontare delle loro imprese e poco dei luoghi in cui si svolgono) ovvero volumi legati a specifiche tematiche (la pratica del camminare, ad esempio). Come anche mi denotava qualche tempo fa un amico editore di libri di montagna, dunque particolarmente sensibile alla questione, da tempo mancano opere che siano meritoriamente identificabili come autentica “letteratura di montagna”, ovvero narrativa con peculiare valore letterario libera da qualsiasi riferimento tecnico-alpinistico-biografico, storie vere di montagna e di montanari o di personaggi le cui vicende siano espressamente legate – psicogeograficamente, mi verrebbe da dire – alla montagna, e nelle quali la montagna stessa faccia da protagonista fondamentale, non solo da suggestiva scenografia.
Bene: Neve, cane, piede di Claudio Morandini (Edizioni Éxòrma, Roma, 2015), libro vincitore dell’ultima edizione di Modus Legendi nonché dell’edizione 2016 del Premio Procida/Elsa Morante, è una vera opera letteraria di montagna. Lo rimarco da subito perché lo è pienamente, e in ciò rappresenta a suo modo una inopinata novità nel panorama della narrativa italiana oltre che, naturalmente, nel settore editoriale relativo (continua…)

(Leggete la recensione completa di Neve, cane, piede cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Tra lettore e scrittore nessuno può uscirne indenne (Björn Larsson dixit)

La letteratura deve essere un viaggio da cui non si ritorna gli stessi di quando si è partiti. Il lettore che va a comprare il biglietto allo sportello della letteratura, deve osare prendere la sola andata. Lo scrittore, da parte sua, deve rifiutarsi di vendere biglietti di andata o ritorno o viaggi organizzati. Se la letteratura va in crociera non è per fare il giro del mondo e per mostrare al ritorno le diapositive. E’ il contrario che girare in tondo. E’ fare cabotaggio e non trasporto merci di linea. (…) La letteratura, come il vero viaggio d’avventura, deve essere un incontro con l’altro da cui non si esce indenni. Sia il lettore che lo scrittore devono mettersi nei panni altrui e rischiare di diventare altro, esattamente ciò che rifiutano di fare i fanatici e gli integralisti di tutte le specie. Non può essere una fuga: fuggire significa comunque approdare da qualche parte, dove bisogna anche cercare di vivere. L’identità della letteratura non è basata né sul diritto di sangue né su quello della terra, ma su quello del cuore.

(Björn Larsson, Bisogno di libertà, Iperborea, Milano, 2007, pag.198)

Ha ragione, Larsson: leggere un buon libro è come affrontare un bel viaggio, e i viaggiatori autentici non sono tanto quelli che visitano i luoghi in cui giungono, semmai quelli che si fanno visitare da quei luoghi. Ugualmente, il lettore autentico è colui che nel libro vi penetra dentro al punto da far che il libro entri dentro lui. Solo in tale condizione la lettura può dirsi compiuta, il lettore definirsi veramente tale e lo scrittore ritenere raggiunto il fine massimo per cui scrivere un libro. Nessuno dei due può uscirne indenne, appunto; entrambi devono venirne fuori cambiati da come erano prima – della scrittura e della lettura. Altrimenti leggere libri diventa un meraviglioso esercizio fine a sé stesso, infinitamente migliore di tante altre attività ma mai totalmente compiuto e dunque potenzialmente sterile.

P.S.: cliccate sulla copertina per libro per leggere la personale recensione di Bisogno di libertà.

Quanti libri si possono leggere nel corso di una vita?

Risponde a tale domanda questo articolo di Studio, che a sua volta cita il sito americano Literary Hub e che vi invito a leggere per capirci di più – fate conto ad esempio che è basato sul mercato editoriale americano, appunto, che presenta una media di lettura pro/capite più alta di quello italiano (lo so, non ci vuole tanto per ottenere ciò!). In ogni caso, per farla breve, i risultati ottenuti sono quelli sotto riprodotti, divisi per genere e fasce di età con relative aspettative di vita e anni da vivere (e considerate peraltro che chi legge libri vive più a lungo!)

Ribadisco, i numeri indicati sono “americani”; ma se credete di poter essere assimilati ad una delle categorie di lettori indicate nell’articolo, forse il dato potrà essere significativo (tanto non lo verificherete mai, e anche se vi metterete a contare i libri letti, nel corso degli anni perderete il conteggio…)

So, here you are:

Donna, 25: 86 (61 anni da vivere)
Lettore medio: 732
Lettore vorace: 3.050
Super lettore: 4.880

Uomo, 25: 82 (57 anni da vivere)
Lettore medio: 684
Lettore vorace: 2.850
Super lettore: 4.560

Donna, 30: 86 (56 anni da vivere)
Lettore medio: 672
Lettore vorace: 2.800
Super lettore: 4.480

Uomo, 30: 82 (52 anni da vivere)
Lettore medio: 624
Lettore vorace: 2.600
Super lettore: 4.160

Donna, 35: 86 (51 anni da vivere)
Lettore medio: 612
Lettore vorace: 2.550
Super lettore: 4.080

Uomo, 35: 82 (47 anni da vivere)
Lettore medio: 564
Lettore vorace: 2.350
Super lettore: 3.670

Donna, 40: 85,5 (45,5 anni da vivere)
Lettore medio: 546
Lettore vorace: 2.275
Super lettore: 3.640

Uomo, 40: 82 (42 anni da vivere)
Lettore medio: 504
Lettore vorace: 2.100
Super lettore: 3.260

Donna, 45: 85,5 (40,5 anni da vivere)
Lettore medio: 486
Lettore vorace: 2.025
Super lettore: 3.240

Uomo, 45: 82 (37 anni da vivere)
Lettore medio: 444
Lettore vorace: 1.850
Super lettore: 2.960

Donna, 50: 85,5 (35,5 anni da vivere)
Lettore medio: 426
Lettore vorace: 1.775
Super lettore: 2.840

Uomo, 50: 82 (32 anni da vivere)
Lettore medio: 384
Lettore vorace: 1.600
Super lettore: 2.560

Donna, 55: 86 (31 anni da vivere)
Lettore medio: 372
Lettore vorace: 1.550
Super lettore: 2.480

Uomo, 55: 83 (28 anni da vivere)
Lettore medio: 336
Lettore vorace: 1.400
Super lettore: 2.240

Donna, 60: 86 (26 anni da vivere)
Lettore medio: 312
Lettore vorace: 1.300
Super lettore: 2.080

Uomo, 60: 83 (23 anni da vivere)
Lettore medio: 276
Lettore vorace: 1.150
Super lettore: 1.840

Donna, 65: 87 (22 anni da vivere)
Lettore medio: 264
Lettore vorace: 1.100
Super lettore: 1.760

Uomo, 65: 84 (19 anni da vivere)
Lettore medio: 228
Lettore vorace: 950
Super lettore: 1.520

Donna, 70: 87,5 (17,5 anni da vivere)
Lettore medio: 210
Lettore vorace: 875
Super lettore: 1.400

Uomo, 70: 85 (15 anni da vivere)
Lettore medio: 180
Lettore vorace: 750
Super lettore: 1.200

Donna, 75: 89 (14 anni da vivere)
Lettore medio: 168
Lettore vorace: 700
Super lettore: 1.120

Uomo, 75: 87 (12 anni da vivere)
Lettore medio: 144
Lettore vorace: 600
Super lettore: 960

Donna, 80: 90 (10 anni da vivere)
Lettore medio: 120
Lettore vorace: 500
Super lettore: 800

Uomo, 80: 89 (9 anni da vivere)
Lettore medio: 108
Lettore vorace: 450
Super lettore: 720

 

Di “non luoghi” urbani e di “iper luoghi” montani

soglio

Ormai chiunque conosce il termine “non luogo” e la sua accezione sociologica abituale. C’è invece un termine assai meno conosciuto e usato nonostante sia, in buona sostanza, opposto e antitetico al primo: “iper luogo”. Ovvero, il luogo che possiede in modo facilmente rilevabile una propria identità e, ancor più, che costruisce identità. Un marcatore referenziale, che si fa riconoscere e nel quale ci si può facilmente riconoscere. La Montagna è un “iper luogo” per eccellenza: la sua forte caratterizzazione geomorfologica e orografica produce altrettanta caratterizzazione antropologica, generando dunque un legame delle genti con lo spazio vissuto e abitato ovvero una peculiare identità che nel tempo diviene culturale.

Per tale motivo i processi di trasformazione socioeconomica delle civiltà di Montagna avviati nell’Ottocento e divenuti preponderanti nella quotidianità nel Novecento hanno finito per generare condizioni di alienazione e di dissonanza cognitiva di gravità maggiore rispetto a quelli riscontrabili nelle aree urbane: paradossalmente, se si possiede una forte identità culturale ma questa, per prevaricazioni varie e assortite, viene smarrita, l’alienazione dal luogo che ne è matrice avrà effetti più profondi e devianti. Per lo stesso motivo, oggi, nei confronti dei tanti “non luoghi” cittadini che proliferano in ambiti territoriali che non sanno più generare identità culturale, la salvaguardia e la rivalorizzazione degli “iper luoghi” montani, rurali e delle cosiddette aree interne non solo porta beneficio alle genti che in Montagna vivono, ma può rappresentare una via di salvezza anche per le città spersonalizzate e alienate contemporanee, figlie della globalizzazione culturale incontrollata basata quasi esclusivamente su matrici consumistiche. Quegli “iper luoghi” hanno visto nei decenni scorsi dilagare fenomeni di spaesamento nei confronti delle genti indigene, ma di contro hanno saputo conservare, come in una sorta di “forziere cultural-orografico” e pur con i doverosi distinguo storici, un patrimonio culturale nonché civico che oggi, appunto, risulta fondamentale per la città e dalla quale la città non ha che da guadagnare, ad attingerci: in primis recuperando da essa delle buone basi sulle quali ricostruire per sé stessa un’identità culturale e civica senza la quale la trasformazione dell’intera conurbazione in un unico gigantesco “non luogo” abitato da “non persone” è pressoché inevitabile e definitiva.

P.S.: articolo pubblicato anche su Alta Vita.

(Nella foto: Soglio, Val Bregaglia/Canton Grigioni, Svizzera. Immagine tratta da qui.)