Una cosa sempre e comunque inammissibile

È passato un paio di settimane e il cittadino medio se n’è già sostanzialmente dimenticato – sapete quanto molte persone abbiano la memoria corta se non cortissima, da queste parti – mentre io (e spero tanti altri) più passano i giorni e più mi diventa sconcertante e imbestialente che oggi, anno 2019, in Italia, paese che si considera tra i più “avanzati” del pianeta, vi siano individui, cittadini comuni e persone “normali”, di quelli che ti puoi trovare al fianco al bar la mattina o davanti a te in coda alle Poste, che apostrofano altri con espressioni come «ebreo di merda» e cose del genere.
E che lo possano fare senza minimamente subire conseguenze – ne loro e nemmeno quelli che gli ispirano comportamenti di questa risma.
Sconcertante. Spaventoso. Inammissibile. Almeno finché il paese voglia definirsi “civile” – sempre che, appunto, non sia che una vuota definizione, ormai.

L’avessero fatto in Germania, paese dalla storia totalitaristica recente e paragonabile a quella italiana, avrebbero passato guai serissimi. Qui invece, nonostante esistano delle norme giuridiche al riguardo con relative pene, ovviamente ci si gira dall’altra parte e si fa finta di nulla o quasi, salvo qualche solidarietà a chi quelle ingiurie le subisce che, nel concreto, valgono come il due di picche.

Io, a quei “cittadini comuni”, comminerei dieci anni di servizi sociali. D-i-e-c-i, non uno di meno. E a chi per essi rappresenti un palese ispiratore, decreterei l’interdizioni perenne dai pubblici uffici.
Perché va bene tutto, è diritto di chiunque manifestare il proprio dissenso a chicchessia anche in maniera dura ma sempre logica, educata, civile. Se tali condizioni elementari e basilari non vengono rispettate, se addirittura il loro riferimento ideologico più diretto è considerato un crimine punito dalla legge, si è nell’ambito della più alta pericolosità sociale: un pericolo che va eliminato nel modo più rapido e netto possibile prima che i danni cagionati diventino irreversibili.
Punto.

(L’immagine in testa all’articolo è tratta da https://www.ilpost.it/2019/09/15/gad-lerner-insultato-pontida-lega/)

Giganti buoni, giornalisti cattivi

A ben vedere, la vicenda dello squallido titolo d’un quotidiano italiano, nel quale un assassino femminicida è stato definito “gigante buono” in tal modo sminuendo deprecabilmente la sua figura criminale (ne potete sapere di più qui; invece qui trovate un ottimo approfondimento al riguardo), produce un effetto collaterale certo meno pesante ma per molti aspetti altrettanto deprecabile: insozza la definizione di gigante buono propria soprattutto dell’immaginario fiabesco infantile. Ce ne sono a decine, infatti, di favole e leggende che presentano la figura di un “gigante buono”, a partire dalle più ancestrali narrazioni fino alle fiabe moderne – basti pensare a molti giganti buoni dei miti nordici oppure a quelli che incontra Gulliver (ma anche lo stesso Gulliver nei confronti degli abitanti di Lilliput), al “gigante egoista” ma buono di Oscar Wilde o ancora a Rübezahl, gigante del folclore germanico e al disneyano Willie the Giant, ma persino Bud Spencer, a suo modo “mitico” e amatissimo dai bambini, è stato definito “gigante buono”, eccetera.

Il quotidiano in questione ha invece voluto legare la definizione alla figura di un assassino autore di uno dei delitti più efferati, ne più ne meno. Come se lo avesse fatto con altre simili definizioni di quell’immaginario fiabesco e fanciullesco così prezioso e al contempo fragile: “bella addormentata”, “fata turchina”, “principe azzurro” e così via.

Anche questo, a suo modo, è un comportamento “delittuoso”: lo è nei confronti del rispetto verso la vittima di quell’assassino, lo è verso la necessaria bontà e obiettività delle notizie che un vero organo d’informazione dovrebbe sempre fornire e lo è, ribadisco, verso l’immaginario delle favole in cui vivono i “giganti buoni” – al momento infangati da quegli pseudo-giornalisti ma comunque sempre giganti, pur fantastici, rispetto a tali ahinoi reali, minuscoli nani dell’informazione pubblica.

La politica dei rutti

Ecco, un’altra cosa rispetto alla quale resto sempre più basito è come sia possibile che molti i quali s’interessano alla politica italiana contemporanea e che lo facciano con apprezzabile vitalità intellettuale – che non siano dei poveri mentecatti, in parole povere, come tanti di quelli che poi palesano questa loro “dote” pubblicamente, sui social o altrove – possano accettare senza reagire un tale dibattito politico così infimo, vuoto di sostanza, infantile, maleducato, rozzo, banale oltre che ipocrita e non di rado violento. E, soprattutto (anche se pare che sia la cosa che conti di meno, al riguardo), un dibattito totalmente incurante dei pur gravi problemi del paese e ugualmente inadatto a trovarvi efficaci soluzioni, ma soltanto funzionale alla difesa delle proprie posizioni di potere e agli interessi connessi.

Siamo ben oltre la mera retorica politica, quella che poi si esprimeva – si diceva un tempo – in “politichese”, il quale quanto meno era un linguaggio che non diceva nulla ma lo diceva bene. Qui siamo ormai alla gara di rutti da bettola di infima specie, se non ancora oltre. Un lessico anticulturale e anticivico che erompe dalle pance e parla alle altre pance sodali, vantandosene per giunta. Oppure – e così torno a ribadire la mia più solida convinzione in merito – l’effluvio di un organismo istituzionale morto ormai da tempo, che dunque mai nelle parole attraverso cui si manifesta potrà palesare una qualche forma pur residua di vita politica. Amen.

P.S.: la vignetta in testa al post è del 2009 – dieci anni fa, già. Per dire come, altra cosa tutta italiana, nel paese i problemi non si risolvano mai ma vengano sempre resi la “normalità”, così aggravandoli sempre più ma con sempre meno coscienza di ciò.

Viva M49!

Forza M49, sei tutti noi!

P.S.: anche perché stare dalla parte di quel (censura) dell’attuale Presidente della Provincia di Trento è roba insensata e terribilmente ottusa.

(Cliccate sull’immagine – quello non è M49, la foto è puramente indicativa – per saperne di più.)

Italiani che “fanno” cose (a Venezia)

Be’, suvvia: sull’Italia si può dire tutto, ma bisogna ammettere che, quando qui dicono che c’è da fare una cosa, soprattutto se d’una certa importanza e gravità anche in merito alla salvaguardia dell’immagine del paese e ancor più se in un luogo di valore artistico e culturale fondamentale, quella cosa viene fatta senza tante chiacchiere. Eh già!

La questione delle grandi navi a Venezia, ad esempio: è da anni che si dice che non saranno più fatte passare davanti a San Marco, perché è una follia che ciò venga permesso e perché è tremendamente pericoloso; poi, qualche settimana fa (il 2 giugno), è accaduto l’incidente nel Canale della Giudecca nel quale per puro caso non c’è scappato il morto e allora lì tutti quanti, nessuno escluso, finalmente hanno detto con austera determinazione e fiero cipiglio: «Ok, ora basta, non accadrà mai più!» – il senso delle dichiarazioni era questo, suppergiù.

Ecco. Domenica 7 luglio:

A questo punto, forse si farà molto prima a promuovere un’iniziativa istituzionale che possa variare quella nota espressione proverbiale popolare in questa nuova versione: tra il dire e il fare c’è di mezzo un canale. Perché è importante pure la coerenza, oltre al fare le cose. Senza troppe chiacchiere, appunto.

P.S.: cliccate sull’immagine fotografica di Gianni Berengo Gardin per saperne di più al riguardo.