I più intelligenti

Si usa dire, spesso per mera tanto quanto giustificabile ironia comune, che gli animali siano più intelligenti degli uomini e personalmente – invece niente affatto per ordinario stereotipo – ne sono convinto. Ma c’è dell’altro, secondo me: credo che vi sia pure una sorta di accordo segreto (a noi uomini) in vigore fin dalla notte dei tempi tra tutte le razze animali in base al quale, avendo esse inteso da subito la pericolosità distruttiva di quella umana, abbiano stabilito di farci credere di essere, noi, i più intelligenti sul pianeta, tentando così di  salvare la Terra e tutto ciò che vi si trova dalla spaventosa capacità dell’uomo di devastarla letalmente ovvero di autodistruggersi, distruggendo con sé ogni altra cosa. La qual “dote”, converrete, maturata da quella che si ritiene la “razza più intelligente del pianeta”, è in realtà la prova più grande e indubitabile della sua – nostra tragica stupidità.

P.S.: sul tema, segnalo questo bell’articolo di Michela Dall’Aglio su Doppiozero, dal significativo titolo Siamo i più intelligenti del reame?, pubblicato di recente e parecchio in armonia con quanto ho scritto qui giusto qualche giorno prima.

Il futuro è femmina!

13686548_10207031217560663_8614862326173843711_nIl futuro è femmina, già.
Per quanti mi riguarda è più di un augurio, quello in evidenza nella suggestiva immagine lì sopra: è una necessità.
Lo è – è banale rimarcarlo tanto quanto inevitabile – perché la storia della civiltà umana ha visto le sue pagine più fosche scritte sempre, con rarissime eccezioni, da uomini, ovvero determinate da atteggiamenti mentali maschili – ovvero maschiocentrici, sotto altri punti di vista.
È altrettanto banale e inevitabile affermare che lo sia, una necessità, pur solo per naturalissime ragioni di equilibrio antropologico. Qualcosa di più profondo, o meno superficiale, delle ormai da tempo in voga “quote rosa” che allo scrivente sembrano tanto un’ennesima amara sconfitta per le donne travestita da conquista comunque magnanimamente concessa dagli uomini. Semmai la riaffermazione, o la messa in atto finalmente effettiva e concreta, di una condizione naturale che, in ogni modo tale non sia, rappresenta una autentica irrazionalità nonché un pesante atto d’accusa verso il genere maschile, che per secoli ha negato alle donne la vita e l’esistenza – con tutti i diritti e doveri del caso – riservata a ogni essere umano, e non solo a una parte. E perché lo ha fatto? Per virtù riservata al sesso forte? No, più probabile il contrario: per malignità tipica di chi è invece più debole e non lo vuole ammettere.
In verità non esiste sesso forte né debole, e non esiste “uomo” o “donna” in ciò che va fatto a favore del bene individuale e collettivo: esistono – appunto – esseri umani più o meno capaci di conseguire in tal senso risultati fruttuosi per chiunque. Tuttavia, ribadisco, la storia ci può appurare in maniera indubitabile – purtroppo per noi maschi – che di danni gli uomini ne abbiano fatti a sufficienza, e che è giunta finalmente l’ora di capire se le donne possano fare peggio oppure – come io credo, almeno in molte situazioni – meglio di loro.
Una cosa però chiedo alle donne che mi auguro guidino, già dal presente, il futuro dell’umanità: di non ripetere quell’errore tremendo sovente fatto da tante di esse che abbiano saputo conseguire posizioni di comando, qualsiasi esse siano. Vi prego, non scimmiottate gli uomini, siate voi stesse! Non dovete arrivare in quelle posizioni di potere imitando ciò che farebbero gli uomini per ottenere gli stessi risultati, dovete arrivarci come donne vere, pensando e agendo da donne, non da “donne brave come uomini”: donne brave, bravissime in quanto donne, punto.
Temo sia provocato, quell’errore, da una sorta di effetto collaterale derivante dalla secolare riduzione della donna ad un livello – di comando, di prestigio, di valore intellettuale, di capacità pratica, eccetera – sempre inferiore e quasi sempre subordinato rispetto a quello degli uomini, il quale “effetto collaterale” si sia annidato nelle donne come una sorta di pericoloso virus o, se preferite, una specie di sindrome di Stoccolma di natura antropologica. Il che le porta, appunto, a dover diventare brave, o più brave, degli uomini, quando invece dovrebbero – devono essere brave per sé stesse. Le soggioga al solito, inesorabile, inamovibile riferimento, dal quale faticano a staccarsi e liberarsi.
Invece solo col mondo nelle mani – ovvero nelle mani molto più di come è stato finora – di donne vere, donne “donne” al 100% emancipate da qualsivoglia pur minimo e ipotizzabile paragone col mondo maschile, potremo tutti quanti godere delle loro virtù, del talento, delle capacità e della loro facoltà di migliorare – e molto, ribadisco questa mia convinzione – il mondo stesso. E in qualsiasi eventuale modo noi uomini cercheremo di frenare questa grande rivoluzione, non sarà che l’ennesima prova della nostra grande debolezza. Dunque non ci conviene fare ulteriori brutte figure, anzi: visto quante ne abbiamo combinate finora, ci conviene non poco metterci da una parte e lasciare spazio, alle donne, affiancandole al fine di fornir loro tutto l’aiuto necessario. Non solo perché glielo dobbiamo, dopo così tanti secoli, ma perché lo dobbiamo al mondo intero e al suo futuro. Che è femmina, ma è pure il futuro di tutti noi.

Il paesaggio “disordinato”: della Natura, dell’antropizzazione e della nostra “sospesa” capacità di capire cosa abbiamo intorno

sospensioni-636x424Abito per scelta in un piccolo paese delle Prealpi lombarde, a quasi 700 metri di quota e 6/7 km dalla “civiltà”, ovvero dalle zone più antropizzate che adducono alla periferia Nord di Milano. Mica fuori dal mondo, insomma.
Per arrivare lì c’è da percorrere una comoda strada che transita tra frazioni varie e rare zone boschive, eppure non mi è raro sentire qualche “cittadino” che giunge quassù parlare del suo viaggio come se avesse salito lo Stelvio, ovvero transitato attraverso una zona selvaggia o quasi, lontano da ogni considerabile antropizzazione. Di contro, riflettevo giusto qualche tempo fa e consideravo come, a fronte di tali sensazioni provenienti da chi non abita in zona, lungo la strada solo per un breve tratto di un paio di centinaia di metri, in realtà, non vi siano segni antropici – intesi come residenze abitate regolarmente o saltuariamente oppure edifici funzionali di varia natura. Una zona che tanti intendono come totalmente fuori dai centri abitati e dalla presenza abitativa umana in senso ordinario, è invece fittamente segnata dalla presenza dell’uomo: solo che, appunto, i più vengono maggiormente colpiti dai pur radi tratti di Natura che dalla costante antropizzazione, alla quale noi uomini civili contemporanei evidentemente siamo talmente abituati da non rilevarla nemmeno più. Ci sentiamo quasi sperduti nella wilderness a 200 metri di distanza dall’ultima presenza umana, e crediamo “Natura” qualche albero circondato dal cemento di un qualsiasi centro urbano, in pianura così come in montagna.

cipra2In buona sostanza, è avvenuta negli ultimi decenni una trasformazione del territorio basata su logiche sovente illogiche – scusate il gioco di parole, ma rende l’idea – con un miscuglio di elementi naturali ed elementi antropici/urbani, e di questi parte antichi e parte moderni/contemporanei, che sotto molti aspetti riflette bene l’analoga e più generale trasformazione della nostra società nonché della capacità di comprensione delle sue dinamiche – non solo di quelle legate al paesaggio – che possiamo dimostrare noi che la componiamo e viviamo.
Per tali motivi trovo estremamente interessante ed emblematica una mostra fotografica realizzata da Cipra Italia dal (significativo) titolo Sospensioni. Prove di decodificazione dell’Alta Valle di Susa contemporanea già esposta nelle scorse settimane a Torino e resa itinerante duranti la primavera e l’estate prossima, con la cura di Antonio De Rossi, professore ordinario di progettazione architettonica e urbana presso il Politecnico di Torino mentre la Presidente di Cipra Italia Federica Corrado ha seguito il coordinamento scientifico del progetto.
La mostra si inserisce in un percorso di sensibilizzazione culturale che intende considerare le Alpi come luogo di innovazione e fruizione sostenibile. Tale percorso ha avuto come punto di riferimento il territorio dell’alta valle di Susa, in Piemonte, dove da due anni Cipra Italia organizza il Laboratorio Alpino per lo Sviluppo, una piattaforma di dialogo e confronto per i soggetti del territorio e non solo, valorizzando quanto di innovativo il territorio sta sperimentando. Dopo il laboratorio anche la mostra vuole costituire uno spazio e momento di riflessione per lanciare lo sguardo verso nuovi possibili sviluppi sostenibili.

foto-grangiaSia chiaro: non si tratta di una mostra fotografica sui panorami alpini o sulle alte vette che contornano la valle né di una mostra di denuncia su quelle criticità che peraltro sono presenti in questa come in altre valli alpine. Siamo piuttosto in presenza di uno dei luoghi più emblematici della contemporaneità, un intreccio di urbano e montagna, con i centri dell’alta valle storicamente segnati dalle logiche turistiche. Al contempo siamo in presenza di uno spazio estesamente intriso di enclave naturali, di incredibili montagne, di straordinarie testimonianze storiche e culturali. Aspetti che oggi si giustappongono nel paesaggio contemporaneo della valle in modo apparentemente disordinato, ma che in realtà bene restituisce le logiche che stanno dietro la trasformazione del territorio – esattamente quanto riflettevo circa la mia zona, insomma.
Cipra Italia ha dunque chiesto a tre fotografi di descrivere con i loro scatti questi contrasti, con i relativi effetti territoriali, culturali e sociali. I fotografi, Laura Cantarella, Antonio La Grotta e Simone Perolari hanno girato l’Alta Valle Susa nel corso dell’estate, incontrando persone del luogo e visitatori, percorrendo strade di fondovalle, sentieri e itinerari in quota, visitando borgate, alpeggi e centri urbani, cercando di cogliere con i loro obiettivi la contemporaneità del paesaggio alpino, dell’ambiente naturale, della cultura e dell’economia alpina.

cipra3Una mostra molto interessante, ribadisco, che mi auguro potrete e vorrete visitare. Inoltre, e a prescindere dalla mostra, provate a risensibilizzare lo sguardo verso il paesaggio che avete intorno, soprattutto se abitate in una zona (apparentemente) poco antropizzata. Anche qui mi viene da dire – come sostengo spesso e in diverse circostanze – che il territorio, il paesaggio in cui viviamo, è una sorta di libro aperto sul quale noi tutti scriviamo una narrazione ovvero una storia (più o meno) condivisa, la cui scrittura è data dai segni stessi che lasciamo su quel territorio: borghi, case, strade, sentieri, campi coltivati, stalle, fontane, muri… tutto quanto, insomma, che segnali il nostro passaggio. E’ una scrittura che dovremmo sempre saper stendere al meglio, perché ci racconta ora e ci racconterà a lungo, negli anni futuri, in modi spesso ben difficilmente cancellabili.

P.S.: le foto presenti nell’articolo sono ovviamente tratte dalla mostra.

Solo i bambini possono comprendere verità e bellezza (Albert Einstein dixit)

Lo studio e la ricerca della verità e della bellezza rappresentano una sfera di attività in cui è permesso di rimanere bambini per tutta la vita.

(Albert Einstein, messaggio manoscritto, firmato e inviato ad Adriana Enriques, ottobre 1921.)

albert-einstein-trolls-665x385Einstein, da quel genio assoluto che fu, capì perfettamente e seppe perfettamente mettere in pratica l’evidenza che se si è capaci di mantenere viva e attiva la curiosità che solo i bambini hanno, allora molte cose del mondo altrimenti sfuggenti, ignorate o nascoste potranno venire alla luce, ed essere scoperte, studiate, comprese. Che si tratti di scienza, filosofia (la verità, appunto), o arte e tutto quanto ad essa riferibile (la bellezza).
Perché non si finisce mai di imparare a questo mondo, nel quale c’è d’altro canto sempre qualcosa di scoprire di vero e di bello. Peccato che l’uomo, da adulto, spesso non se ne renda più conto come quando è bambino.