Arno Camenisch in Italia

Mai letto Arno Camenisch?

Be’, se non l’avete fatto, leggetelo – per invogliarvi vi posso proporre alcune personali “recensioni” a suoi libri, qui e qui. Scoprirete uno dei più interessanti autori europei contemporanei, esempio fulgido di un panorama letterario, quello svizzero, alquanto originale e interessante che se da un lato deve necessariamente confrontarsi con alcuni mostri sacri del recente passato – Dürrenmatt, Walser, Frisch, per fare qualche nome – e con il loro retaggio, attivo pure oggi, dall’altro riesce a caratterizzarsi in modo identitario attraverso opere dallo stile originario e dalla profondità spesso notevole. Particolarmente quanto tali opere si “formino” tra i monti delle Alpi come è il caso del sursilvano Camenisch, esponente di punta della narrativa alpina (se mai questa categoria possa determinarsi ma, di sicuro, in Svizzera è presente più che altrove e non solo per meri motivi geografici) che nei suoi testi, spesso pubblicati in lingua romancia, sa narrare storie fatte anche di roccia, di neve, di aria fine e di orizzonti ampissimi, anche quando siano ambientate in piccoli villaggi sul fondo di boscose vallate all’ombra di montagne imponenti e, a volte, un po’ inquietanti.

Peraltro in questi giorni Arno Camenisch è in tour per l’Italia insieme al proprio (mirabile) editore, Keller, e all’altrettanto preziosa traduttrice Roberta Gado: un’ottima occasione per conoscere non solo i libri ma pure l’autore in persona!

Cliccate sull’immagine per saperne di più, e buna lectura!

“Surrealismo Svizzera”, Lugano

Da un lato, uno dei movimenti artistici e letterari fondamentali nel Novecento, tra i più innovativi al punto da rappresentare un’evidente influenza anche ai giorni nostri; dall’altro lato, un paese che, nonostante un consolidato immaginario fatto di Heidi, formaggio, orologi e cioccolato, è stato per buona parte del secolo scorso un crocevia di artisti, intellettuali, pensatori avanguardisti e rivoluzionari. Surrealismo e Svizzera, certamente: il MASI – Museo d’Arte della Svizzera Italiana di Lugano, confermando la propria intrigante intraprendenza nel proporre esposizioni artistiche non meramente “estetiche” ma sempre in grado di offrire narrazioni insolite e alquanto interessanti, mette insieme i suddetti due elementi fin dal titolo di una mostra, Surrealismo Svizzera, appunto, che indaga la presenza e l’influenza del movimento e del pensiero surrealista nella Confederazione e ne espone un’ampia e significativa produzione che va principalmente dagli anni ’30 ai ’50 del Novecento.

Così, in mezzo a nomi celeberrimi dell’arte di quel tempo di cittadinanza svizzera o attivi nel paese, parte integrante del movimento surrealista ovvero ispiratori e ispirati come Hans Arp, Alberto Giacometti o Paul Klee, tra le oltre 100 opere esposte si entra in contatto con artisti meno conosciuti ma autori di lavori notevolissimi e non di rado alquanto particolari, come Kurt Seligman, Gérard Vuillamy, Walter Kurt Wiemken o Werner Schaad. Se nelle opere è palese la presenza delle tematiche e dei dettami fondamentali del Surrealismo, altrettanto vivida è la percezione di una particolare identità elvetica surrealista, scaturente da una comunità artistica piuttosto uniforme e compatta, anche geograficamente nonché espressivamente, il cui fine primario era quello di svincolarsi, quando non opporsi, al clima culturale del paese della prima metà del Novecento, non esattamente progressista e vicino alle arti più innovative, oltre che di ricercare nuove forme di comunicazione visiva, nella produzione pittorica e plastica, ispirate dall’ester(n)o ma maturate e contestualizzate alla realtà svizzera e alla sua quotidianità sociopolitica.

Ne deriva la visione di un panorama artistico “regionale” ma per nulla secondario rispetto al flusso principale del movimento surrealista europeo, capace di esserne un elemento importante sia espressivamente che culturalmente e, ribadisco, in grado di offrire opere sovente molto interessanti e intense, la cui conoscenza vale certamente la visita alla mostra – così come lo vale il LAC, “casa” del MASI e istituzione culturale esemplare non solo per la Svizzera ma per l’intera regione transfrontaliera sudalpina.

Alex Dorici, quando l’arte fa (la) scuola!

Quando leggo del frequente pubblico apprezzamento nei confronti di Alex Dorici e della sua arte, sono sempre molto contento – oltre che, ovviamente, assai onorato della sua conoscenza. Lo sono perché da tempo ci conosciamo e seguo lo sviluppo della sua ricerca artistica che, tra i tanti pregi estetici e concettuali offerti, ne ha uno fondamentale e quasi sorprendente: la dote di saper evolvere da un’origine apparentemente – ribadisco: apparentemente – semplice se non quasi “banale”, nei materiali e nella forma (le scatole, gli scotch, l’azulejo) a un realizzazione finale estremamente raffinata e profonda, che tra raffigurazione visiva e installazione on site trova una sua forma ibrida che attira e avvolge il fruitore nell’opera stessa. È questa, in effetti, un’altra peculiarità dell’arte di Dorici: il preciso intento di far entrare il fruitore dentro l’opera, di fare in modo che ne venga circondato ma niente affatto soggiogato, bensì posto in una condizione ideale di relazione e dialogo con essa – condizione che, peraltro, è (dovrebbe essere) imprescindibile per l’arte contemporanea ma che invero non è così automatica e frequente.

Alla fine, sapendo maturare uno sguardo attento e complessivo sulla ricerca artistica di Alex Dorici, si coglie un percorso espressivo ben delineato che se da un lato fa della sua poliedricità di forme e media una notevole fonte di attrattiva, dall’altro riesce a compendiare in sé tanta parte della storia dell’arte passata e recente dandole una forma che travalica il tempo e dialoga senza sosta con lo spazio – che non è solo lo spazio espositivo ma è pure, anzi, è soprattutto quello del mondo in cui viviamo e della sua contemporaneità materiale e immateriale. Anche per questo la bella idea del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport del Cantone Ticino di installare un’opera di Alex Dorici in una scuola pubblica (vedi l’immagine in testa al post) è alquanto azzeccata e di notevole valore culturale. In fondo, l’arte contemporanea, in quanto visione ed espressione tra le più attente e sagaci del nostro mondo e delle sue realtà, a scuola non solo ci sta benissimo ma trova pure un luogo particolarmente deputato alla sua esposizione, per come proprio i giovani, con la loro curiosità verso il mondo (che ovviamente la scuola ha il compito di coltivare e nutrire) non possano che essere per l’arte i fruitori più preziosi.

Cliccate sull’immagine per saperne di più e per vedere un servizio dedicato ad Alex Dorici dalla RSI, oppure cliccate qui per visitare il sito web dell’artista.

Le Alpi come Disneyland, già nel 1892

È una caricatura di Fritz Boscovits pubblicata in origine sul “Nebelspalter” di Zurigo il 1 febbraio 1892 e poi su John Grand-Carteret, La montagne a travers les ages, Grenoble 1903. Io l’ho tratta da orobievive.net.

Questa la traduzione del dialogo che accompagna la caricatura:

Guarda tu stessa, Elvezia, guarda cosa succede se tutti possono costruire a loro piacimento ferrovie in montagna! Può darsi, ma negli anni della mia vecchiaia non potrò più imparare a danzare sulla corda.

Insomma, già a fine Ottocento s’era già intuito il rischio di “disneylandizzazione” a cui sarebbero andate incontro le Alpi. E lo avevano capito proprio in Svizzera (la Elvezia a cui le parole del dialogo sono dirette), paese modello per numerose pratiche di salvaguardia e valorizzazione virtuosa del paesaggio alpino ma pure sede di cementificazioni turistiche delle vette non di rado discutibili.

Sono passati quasi 130 anni, ma la questione è ancora assolutamente “aperta”. Purtroppo.

Su certi monti ci son più case che persone

Il nostro paese è costruito secondo le abitudini dei montanari di un tempo, con le case in gruppo serrato: sceglievano il posto fuori dei canali, al riparo del bosco, e lì costruivano fitto. Un tempo, ci dovevano vivere fino a cinquecento persone, divise nelle quaranta case che ci sono, le case piene di gente, specialmente nella stagione che si esce volentieri sulla scala di pietra, dopo i lavori del giorno, dovevano ancora sembrare più vicine, e anche più allegre. Ora siamo rimasti in pochi, forse un mio coetaneo fuori nella California discende da uno che andò via dalla casa in faccia alla nostra, e del nostro paese non sa magari nemmeno più l’esistenza: siamo in sessanta, poco più del numero delle case. Così, la maggior parte delle case restano vuote.

(Giovanni Orelli, L’anno della valanga, Edizioni Casagrande, 1991-2017, pag.26; 1a ed. Mondadori 1965.)