2 giugno

Tra il 2 e il 3 giugno 1946, gli italiani votarono per scegliere la forma istituzionale dello Stato tra repubblica e monarchia, dopo la fine del regime fascista a lungo appoggiato dalla famiglia regnante. I risultati ufficiali del relativo referendum, che per la prima volta nella storia italiana avvenne a suffragio universale, furono annunciati il 18 giugno 1946: 12.718.641 di italiani avevano votato a favore della repubblica, 10.718.502 a favore della monarchia e 1.498.136 avevano votato scheda bianca o nulla.
Nel Nord Italia la repubblica vinse in quasi tutti i centri urbani principali, mentre al sud il voto fu quasi ovunque prevalente per la monarchia (a Napoli 900 mila voti per la monarchia contro neppure 250 mila per la repubblica; a Palermo quasi 600 mila contro 380 mila); a Roma i voti per la monarchia furono più di quelli per la repubblica, di poco (circa 30 mila schede).
Dai dati del voto l’Italia risultò divisa in un Sud monarchico e un Nord repubblicano. Le cause di questa netta dicotomia possono essere ricercate nella differente storia delle due parti dell’Italia dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Per le regioni del Sud la guerra finì appunto nel 1943 con l’occupazione alleata e la progressiva ripresa del cosiddetto “Regno del Sud”. Per contro, il Nord dovette vivere quasi due anni di occupazione nazista e di lotta partigiana (contro appunto i tedeschi e i fascisti della RSI) e fu l’insanguinato teatro della guerra civile (che ebbe echi protrattisi anche molto dopo la cessazione formale delle ostilità). Le forze più impegnate nella guerra partigiana facevano capo a partiti apertamente repubblicani (Partito comunista, Partito socialista, Movimento di Giustizia e Libertà).

Insomma: con un po’ di sano cinismo geopolitico si potrebbe dire che anche in quell’occasione l’Italia si palesò, sostanzialmente, come un’espressione geografica più che un’autentica nazione basata su ideali condivisi – quasi esattamente 100 anni dopo che il Metternich lo notò. Forse fu solo il frutto del più libero e democratico risultato statistico, forse invece fu veramente l’ennesima prova, in salsa “istituzional-referendaria” di quanto sopra. E da allora ne stiamo pagando le conseguenze.

(Informazioni e dati tratti da qui e da qui.)

Trumpology

14992076_10210697569536457_545931070250001023_nC’è qualcosa di veramente straordinario in questa foto della famiglia del nuovo presidente degli USA Donald Trump che ho scovato casualmente sul web. Anzi, di extraordinary – in inglese il concetto si esprime meglio: extra ovvero fuori dall’ordinario, sotto molti aspetti.
A partire dal fatto che no, non è come probabilmente state pensando e come ho creduto io appena l’ho vista: non è un fake, è verissima. Circola sui social media dallo scorso mese di agosto ma fa parte di una serie del 2010 realizzata dalla fotografa Regine Mahaux (ne potete sapere di più qui).

Posto ciò, l’immagine è delle più emblematiche che vi siano. È palesemente costruita e posata eppure è assolutamente vera, realistica, obiettiva. Deborda di kitsch in modo esagerato, eppure quello è uno degli studi di lavoro del miliardario, ora Presidente USA, nella Trump Tower di New York – qualcosa che dunque, di logica, dovrebbe essere la più seriosa e meno pacchiana possibile (con quegli stucchi dorati e quei lampadari che, mammamia, sarebbero bburini pure in una balera di quart’ordine d’una periferia malfamata. Eppoi la faccia di lui, con espressione “Io sono io e sono miliardario e voi siete solo merda”, quella di lei in posa da ciò che fu – una modella – con tanto di vestito in preda a inopinato e sublime colpo di vento, quella del di loro figlio in sella a quella specie di mega-Trudi leonino il quale – vien da pensare – avrà appena udito dal padre la solita frase di (tale) circostanza «Figliolo, un giorno tutto questo sarà tuo!» ovvero il “tutto questo” che l’orizzonte sconfinato visibile dalle vetrate alle spalle dei soggetti esemplifica in modo perfetto…
Eppoi ancora i modellini di auto di lusso sul tappeto ai piedi del First Son, le foto di tutti gli altri figli avuti dai precedenti matrimoni del neo-presidente sul tavolino là dietro – perché, sia chiaro, per un cristiano osservante come lui la famiglia è importante, che sia quella del primo, del secondo o dell’ennesimo matrimonio! – il colore della cravatta (la quale tuttavia solo l’anno prima sarebbe stata blu e solo l’anno dopo d’un colore neutro, visto il suo frequente rimbalzello politico.)
Non solo: in quest’immagine vi si possono “vedere” chiaramente Disneyland, Las Vegas, Hollywood e le soap anni ’80 ma anche gli show TV (più o meno reality) contemporanei, il generale Custer che sconfigge i maledetti indiani così come Joseph Mc Carthy che gigioneggia amabilmente con il colonnello Kurtz di Apocalypse Now, il turbocapitalismo yankee e i fast food nonché quel tipicissimo atteggiamento dei benestanti (arricchiti, generalmente) WASP (del genere “io non sono razzista ma stammi lontano, sporco negro!”) il quale nella pancia dell’America tutt’oggi si autoalimenta e si mantiene più in forma che mai – e che, con diverse accezioni ma equivalenti risultati, è rintracciabile nelle figure similari un po’ ovunque (vedere un po’ questa foto d’un noto “leader” politico europeo – ora decaduto – e poi ditemi se non ha lo stesso identico mood!)

Insomma: c’è buona parte di ciò che è l’America oggi, che inevitabilmente avrebbe finito (e ha finito) per votare Donald Trump come proprio Presidente. In fondo, il suo senso peculiare l’ho già indicato in principio di questo articolo: il fatto che sembri tanto un fake, un fotomontaggio o altro del genere e che invece sia autentica. L’apparente verità che si palesa falsità e viceversa, sempre più legge fondamentale della contemporanea società liquida. In fondo quanti prima dello scorso 8 novembre avrebbero creduto che uno come Trump sarebbe diventato il Presidente della maggiore superpotenza mondiale? Ecco: tutto torna, dunque.

La regola aurea

Comunque, in fin dei conti e al di là delle tante parole spese in un senso o nell’altro, l’antica regola aurea è stata nuovamente rispettata:

“Ogni popolo ha i governanti che si merita, ogni governante è emblema del popolo che lo elegge.”

Come disse un tempo il grande Dino Risi (uno che di commedie ne sapeva più di chiunque altro):

Un tale, accortosi che i cretini erano la maggioranza, pensò di fondare il Partito dei Cretini. Ma nessuno lo seguì. Allora cambiò nome al partito e lo chiamò Partito degli Intelligenti. E tutti i cretini lo seguirono.

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Autodistruzione

post-apocalyptic

La modifica di Horkheimer e Adorno rispetto al modello weberiano del “disincantamento del mondo” riguarda il trapasso dalla storia universale alla filosofia della storia attraverso l’assoggettamento a quella dialettica di illuminismo e mito, razionalità e follia, progresso e regresso, liberazione e autoasservimento che impronta la storia della civiltà occidentale sin dai suoi inizi. Le prime notizie sull’Olocausto e il pericolo, allora percepito come estremamente reale, di un fascismo mondiale indussero i due autori a diagnosticare una incessante autodistruzione dell’illuminismo. La dinamica di tale processo autodistruttivo va cercata nella struttura dell’illuminismo stesso e del suo principio dominante: “Non solo idealmente, ma anche praticamente la tendenza all’autodistruzione appartiene fin dall’inizio alla razionalità, e non solo alla fase in cui essa emerge in tutta la sua evidenza” (p. 9). Il trapasso immanente dell’illuminismo in una nuova mitologia, il ritorno del primitivo e della barbarie nella società industriale progredita e il rovesciamento della democrazia borghese-illuminata in un dominio totalitario non sono quindi una mera contingenza storica, ma un processo necessario e ineluttabile sinché la storia segue il principio cui si è ispirata sinora: “Ogni tentativo di spezzare la costrizione naturale spezzando la natura cade tanto più profondamente nella coazione naturale. È questo il corso della civiltà europea” (p. 21).

Brano tratto dalla Enciclopedia delle Scienze Sociali Treccani, voce “Razionalizzazione”. Le tesi di Max Horkheimer e Theodor Adorno in esso disquisite vengono dall’opera Dialektik der Aufklärung. Philosophische Fragmente, Amsterdam 1947 (tr. it.: Dialettica dell’illuminismo, Torino 1966). Il “modello weberiano” è ovviamente quello postulato da Max Weber.

I riferimenti agli avvenimenti che stanno caratterizzando la storia del mondo negli ultimi tempi è – altrettanto ovviamente – inevitabile, per come la storia contemporanea sembra divenire sempre più la materializzazione del senso precipuo delle tesi di Horkheimer e Adorno. Un senso, sia chiaro, non banalmente contro qualcuno, semmai riguardo (e contro) qualcosa con il quale concordo da molto tempo, dacché mi pare evidente che la tendenza della (presunta) civiltà umana – nel suo complesso, senza distinzioni di sorta – all’autodistruzione o, in altri termini, a un’ineluttabile implosione di natura principalmente socio-antropologica – oltre che culturale, morale, etica, ovviamente politica nonché d’altri generi assai meno immateriali – sia innegabile. Esattamente come hanno previsto, peraltro, numerose opere letterarie distopiche novecentesche con una perspicacia che, col tempo, sta diventando sempre più impressionante e sempre meno inopinata.

 

Salone del Libro di Torino 2014: i record delle colombe bianche in volo sul deserto

Oggi (martedì 13 maggio) i media strombazzano (giustamente, sia chiaro) i risultati, anzi, i record conseguiti dall’edizione 2014 del Salone del Libro di Torino, conclusasi giusto ieri (ovvero lunedì 12): QUI un esempio. Più o meno la stessa cosa avveniva lo scorso anno, quando ugualmente i media avevano parlato di nuovi record, rispetto all’edizione precedente (leggete QUI, ad esempio).
Benissimo, sono veramente contento di ciò. Come scrivevo venerdì, a differenza di molti altri “colleghi” non sono mai stato prevenuto nei confronti del salone torinese e del suo carrozzone nazional-popolar-editoriale scintillante e rumoroso; per di più, a fronte dei risultati conseguiti e riferiti dalla stampa, viene spontaneo pensare che dai, forse forse non bisogna essere così pessimisti sul futuro nostrano dell’editoria e della lettura dei libri…
Epperò poi vado a leggere l’indagine ISTAT sullo stato della lettura in Italia relativa al 2013 – ovvero al periodo posto nel mezzo di due edizioni “da record” del Salone, appunto – e constato che no, tutt’altro: il numero di lettori in Italia è calato ancora, passando in un anno dal 46% al 43%.
Dunque? Che sta succedendo? Il Salone, principale kermesse nazionale dedicata al libro, aumenta i visitatori, ma i lettori in Italia calano e parecchio. Negli stand si sono venduti più libri, ma i librai italiani continuano a chiudere. Qualcosa non quadra, con tutta evidenza.
Pare di assistere ad un fenomeno di – passatemi il termine – autoghettizzazione del panorama editoriale e letterario nazionale, sempre più florido e brillante negli ambiti ristretti ad esso dedicati e sempre più moribondo altrove, con gli eventi pubblici (grandi e importanti come Torino o meno, come le fiere dedicate alla piccola e media editoria ovvero le altre manifestazioni del genere) sempre più simili a floride oasi sparse e isolate in un vasto deserto, peraltro ogni giorno più avanzante. Il patron del Salone, Ernesto Ferrero, si dimostra (almeno davanti ai microfoni, come quasi sempre accade; poi, quando quelli si spengono e si chiude la porta del proprio ufficio…) ottimista: “I lettori hanno ripreso fiducia e gli editori lasciano Torino rinfrancati. Non so se questa sia la colomba bianca che segna la fine del diluvio, ma probabilmente questa volta ci siamo proprio vicini.” Un ottimismo, appunto, che personalmente non posso non appoggiare ma che stride parecchio, ahinoi, con la tendenza pluriannuale della lettura in Italia fotografata dall’Istat.
E quindi? Come fare affinché quella colomba bianca non venga impallinata appena esce dall’oasi sopra la quale ha spiccato il volo? Beh, personalmente credo che la questione sia sempre quella: ricadute potenzialmente positive che si generano dal successo di eventi come il Salone del Libro di Torino verranno inesorabilmente annullate se, al di fuori di esse e spentisi i riflettori mediatici che le hanno illuminate, tornerà a regnare su ogni cosa la non-cultura imperante dalle nostre parti che fa del libro e della lettura un qualcosa di superfluo – non-cultura, inutile dirlo, efficacemente diffusa proprio dai mass-media – e che viene ben supportata dalla pressoché totale assenza di azione delle istituzioni, pronte solo a tagliare i fondi per la cultura e giammai a comprendere che quelle non sono spese ma investimenti, e per giunta i più preziosi, visto che agiscono sulla società e sul benessere di chi ne fa parte. Se le suddette oasi al momento ancora floride resteranno tali, in balia della desertificazione culturale sempre più avanzante, se non si creeranno delle vie di comunicazione tra di esse in modo da creare una efficace rete di supporto alla lettura così che quanto di florido e vitale in esse si genera possa cominciare a diffondersi anche al di fuori delle stesse e nell’ogni dove, temo che eventi come Torino e come ogni altro simile diverranno veramente dei ghetti temporanei nei quali il libro e la lettura apparentemente sopravviveranno ma in realtà verranno sempre più limitati e soffocati. Mi viene in mente l’esperienza di Liberos, in Sardegna (ne ho già parlato QUI): ecco, questo è a mio parere un buon esempio di “rete” che si può tentare di ampliare su scala nazionale per vedere che succede. Ma in effetti di cose buone se ne possono fare parecchie: si tratta solo di metterle in atto, senza perdersi in continui sbattimenti politico-finanziari che, spesso, paiono veramente creati apposta per uccidere nella culla qualsiasi idea potenzialmente buona, e ponendo come punto fisso di partenza quanto ho scritto poco sopra; il supporto economico per la cultura non è e non sarà mai una spesa ma sempre, e ripeto sempre, un investimento (come hanno capito bene in Francia, giusto per citare un altro esempio virtuoso del quale vi riferirò a breve.)
Il successo del Salone di Torino e i suoi record sono una gran bella cosa, e non c’è che augurarsi che ogni anno si possa festeggiarne di nuovi, ma se tali e solo tali resteranno – qualcosa di eccezionale, di fuori norma, qualcosa di cui vantarsi come ci si può vantare di girare con una scintillante Ferrari, auto meravigliosa e ammirata da tutti ma che poi mai verrà usata nella vita e nel traffico di tutti i giorni, tenendola invece chiusa e al sicuro in garage – allora la colomba bianca citata da Ferrero sul serio è già bell’e impallinata.