Le Olimpiadi invernali? In mezzo al deserto, ovvio!

Farebbe già ridere così, la cosa: gare da sci in mezzo al deserto arabico, una gag alla Monty Python, uno scherzo bello e buono… Invece viene più da piangere, a leggere la notizia che il Consiglio Olimpico d’Asia ha assegnato i Giochi Olimpici Asiatici del 2029 all’Arabia Saudita.

Proprio così, funivie e piste sui monti in mezzo al deserto dove farà anche freddo, data la notevole escursione termica tipica di queste regioni, ma di nevicate ne avvengono ben poche e assai scarse. D’altro canto, sono montagne dominate da uno dei regimi più ricchi, influenti e illiberali di questa parte di mondo: un paese dove di libertà civili ce ne sono ancor meno che di precipitazioni nevose, ecco… ma sappiamo bene che tutte queste cose a certi megaeventi “sportivi” internazionali non interessano per niente – Mondiali di calcio in Qatar docet!

Vien proprio da inquietarsi parecchio di fronte a questa notizia, e non solo per lo stato di fatto politico del paese che ospiterà l’evento. I Giochi si terranno a Trojena, una località che non esiste ancora e che dovrà essere edificata ex novo, così come piste, impianti, infrastrutture e, ovviamente, la neve, prospettando un evento che sarà totalmente artificiale, ancor più che le recenti e già (in tal senso) preoccupanti Olimpiadi invernali di Pechino con le loro strisce di neve sparata o trasportata in loco distese su pendii montuosi aridi e marroni. Il tutto, ribadisco, appena sopra le dune del deserto arabico e a poche centinaia di km dal Mar Rosso. Nonché, ovviamente, quel tutto già ora sancito come “green”, “ecosostenibile”, eccetera. La solita solfa, insomma.

Ciò che rende inquietante tale notizia è il palese atteggiamento cinico e di sfida nei confronti dell’ambiente naturale e dei cambiamenti climatici. Poco conta, in fondo, che nessun altra località abbia presentato la propria candidatura per ospitare i Giochi (ma tu guarda, che simili eventi siano più una fregatura che un’opportunità l’hanno capito anche in Asia come in Europa – ad eccezione dell’Italia, certo): pensare di inventarsi un resort sciistico dove nulla di naturale permette di realizzarlo, per di più nell’epoca di drammatici cambiamenti del clima che stiamo constatando e vivendo, è veramente un oltraggio dissennato e pericoloso al pianeta, è l’arrogarsi il diritto e la libertà di poter e voler fare qualsiasi cosa dell’ambiente naturale pur di ottenere i propri biechi tornaconti, è un fregarsene altamente della necessità di non peggiorare la situazione in corso – anche culturalmente – ed è la creazione di un nuovo “precedente”, dopo quello di Pechino e ancor più insensato, che mina alla base la costruzione di un sentimento comune e condiviso a livello globale nei confronti del clima, della salvaguardia del pianeta e della necessaria resilienza che dovremo attuare per non subire le conseguenze del riscaldamento globale in maniera troppo tragica. E fa venire i brividi constatare che tale boriosa e alienata sfida alla Natura venga da un ente istituzionale di matrice politica (come lo sono tutti i comitati olimpici, nazionali e internazionali) che invece, insieme a ogni altro, dovrebbe guidare e governare il cambiamento culturale necessario agli scopi appena citati.

È un atteggiamento che si può constatare un po’ ovunque, nel mondo, in occasioni di questi mega-eventi sportivi, e purtroppo anche alle nostre latitudini sud alpine: non serve citare al riguardo la questione delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, no?

Ma veramente sono diventati tutto ciò, i “Giochi Olimpici”? Veramente li si vuole sempre più trasformati in uno strumento di dominanza geopolitica e di distruzione della Natura? Su serio lo sci sta diventando uno sport così finto, così irrazionale e grottesco, così nemico delle montagne?

Lo sci in “utile” di Cervinia

In un recente articolo pubblicato su gognablog.sherpa-gate.com, viene commentata (oltre ad altre cose) la notizia che «la Cervino Spa, società di gestione del comprensorio sciistico di Cervinia, comunica di aver appena chiuso il suo bilancio 2022 con il miglior utile della sua storia», osservando dunque che «Chi approfittasse della penuria di neve per gioire della possibile chiusura di molti impianti invernali sarebbe meglio rivedesse le sue posizioni. La realtà supera sempre le nostre ipotesi e l’ottimismo che scaturisce da questo genere di conti economici è la molla più pericolosa per l’ambiente intatto che fa gola agli insensibili». In altre parole, l’ottimo risultato economico conseguito dal comprensorio di Cervinia potrebbe far rialzare la cresta a quelli che sostengono a spada tratta la monocultura dello sci (e quindi i finanziamenti pubblici relativi) come unica forma di economia possibile per lo “sviluppo” delle montagne pur a fronte della realtà climatica e sociale che già ora e ancor più in futuro dovremo affrontare.

Ciò è sicuramente possibile, non fosse altro per quella particolare forma di analfabetismo funzionale che sembra guidare in questi anni gli atti dei promotori dell’industria turistica dello sci. D’altro canto, personalmente leggo la questione da un punto di vista “parallelo”, per così dire, considerando al contempo i bilanci ben più disastrati di molte altre stazioni sciistiche. Il risultato economico di Cervinia, infatti, non è che un’immagine di ciò che in futuro diventerà lo sci: un’attività turistica che si potrà svolgere solamente oltre i 2000 m di quota ovvero dove le condizioni climatiche e ambientali, pur in cambiamento, potranno ancora garantire un apporto di neve e delle temperature sufficienti all’apertura delle piste. Non credo sia un caso, insomma, che un comprensorio che si sviluppa per gran parte sopra i 2500 m come quello di Cervinia stia “guadagnando” (virgolette necessarie): se altrove, a quote più basse, nevica poco o peggio piove e anche quando nevica non fa più così freddo per mantenere aperte le piste (rendendo obbligatorio l’innevamento artificiale con costi che inesorabilmente finiscono per mandare in rosso i bilanci), a Cervinia tale problematica al momento si manifesta in modo mitigato, concedendo dunque alla località un’attrattiva inevitabilmente maggiore rispetto alle stazioni concorrenti.

Il successo di Cervinia, dunque, appare come un ulteriore sprone alla necessaria evoluzione del turismo sciistico sui monti, che dovrà gioco forza adattarsi alla realtà corrente e concentrarsi su quelle stazioni le cui quote potranno garantire una stagione sufficientemente lunga per sostenere i costi di esercizio senza restare troppo in balìa delle condizioni climatiche. Il che assume pure l’aspetto di una strategia “automatica” e inevitabile per lo sci del futuro: prosecuzione (sostenibile, ovvio, e senza ampliamenti delle superfici sciabili) dell’attività dei comprensori sciistici posti oltre i 2000 m, cioè oltre il limite altitudinale che numerosi studi scientifici indicano come quello oltre il quale ancora la neve cadrà in modo relativamente regolare, e conseguente dismissione di tutte quelle stazioni la cui realtà ambientale non consente più la pratica dello sci su pista senza che questa diventi un danno per il territorio e una perdita sostanziale per le casse pubbliche, con messa in atto di nuove strategie turistiche finalmente consone ai luoghi e alle loro attuali e future peculiarità – e ce ne sono a iosa, di progettualità turistiche innovative e al passo con i tempi da poter realizzare sulle montagne italiane! D’altronde chi lo dice che senza lo sci la montagna muore? Solo chi con lo sci pretende ancora di ricavarci un proprio tornaconto e per ciò osteggia qualsiasi cambiamento. Una posizione così di parte e di visione limitata da apparire francamente inattendibile e insostenibile.

Posto tutto ciò – inutile rimarcarlo ma forse bisogna farlo comunque -, non può essere in nessun modo tralasciata l’imprescindibile sostenibilità della gestione turistico-sciistica dei territori montani, sia dal punto di visto ecologico, dunque ambientale e paesaggistico, che economico, quindi sociale e politico. E se a determinare la nuova prossima realtà geografica dello sci ci penseranno i cambiamenti climatici, temo che per la sostenibilità generale dell’industria dello sci ci sia bisogno di cambiamenti culturali che al momento non sembrano ancora così prossimi, già.

Lo sci, il coraggio e la pavidità

Un’attività turistica si sviluppa in funzione dello sviluppo del comprensorio di riferimento cioè se il comprensorio si sviluppa si sviluppa anche l’attività turistica, è il classico esempio di solidarietà e di sussidiarietà. Se c’è l’albergo funzionano gli impianti, se ci sono gli impianti funziona il ristorante, funziona il commerciante, etc. e tutti insieme si sviluppano. Nella Valtellina degli anni ’60 vi era un senso di solidarietà e di sussidiarietà nettamente superiore a quello di oggi, quando vi erano le ideologie politiche la situazione era completamente diversa da oggi. In montagna non si è stati capaci di fare cooperazione.

Il caso della Valmalenco è quello più emblematico di tutti perché ai gestori degli impianti non interessa di portare gli sciatori in paese, ma interessa che vi siano le strade per far arrivare gli sciatori all’impianto, fare la “giostra dello sci” per poi scendere a sera, prendere l’auto e ripartire. Questo non è turismo, questo è “giostra”. Turismo significa capacità di interdipendenza, di interrelazioni tra vari fattori produttivi all’interno del comprensorio. Senza spirito di solidarietà e di sussidiarietà fra fattori il turismo non si fa, e questo è quello che manca in Valtellina. Prendiamo il caso emblematico di Sankt Moritz: c’è lo sci, c’è lo sci da fondo, c’è il bob, c’è lo slittino, ci sono le passeggiate, slitte a cavalli e poi c’è il centro per cui ci sono una serie di riferimenti in cui tutti si ritrovano e tutti hanno qualcosa da fare. Ma in Valtellina che cos’altro puoi fare se non scii? Questo non è turismo e noi ci siamo fossilizzati su un’offerta monotematica.

In questo momento bisognerebbe avere il coraggio di chiudere certe stazioni turistiche. Sono stato Direttore della Scuola di Sci di Caspoggio 50 anni fa, dal 1964 al 1968, e avevamo creato per sopravvivere un turismo di nicchia, ci eravamo specializzati con una scuola di sci per ragazzi. Poi si sono lasciati trasportare dal “mal della preda” che è tipico della Valmalenco ed hanno iniziato a costruire ad oltranza, e sono andati a costruire anche sulle piste. Gli impianti hanno avuto dei dissesti finanziari ripetuti ma poi alla fine sono stati chiusi.

Il caso dell’Aprica e di Teglio è abbastanza rappresentativo perché non hanno puntato sulla creazione di valore per le generazioni future ma sulla speculazione immediata: hanno venduto tutto quello che c’era da vendere e adesso non sanno più cose fare visto che non c’è più niente da vendere, non hanno più “prodotto” e senza prodotto su cosa si fa turismo?

Al di là dal disastro ambientale creato dalle seconde case e dal consumo di territorio, la cosa peggiore è che le seconde case hanno inciso profondamente sul sociale, hanno cambiato letteralmente il modo di vivere e di pensare delle persone, hanno cambiato gli obiettivi. Mancando questa comunione è difficile anche sviluppare le aziende.

Sono brani tratti da un’intervista del 2015 a Mario Cotelli (1943-2019), celeberrimo commissario tecnico della “Valanga Azzurra” di sci e esperto di turismo montano – anzi, in buona sostanza tra i fautori del boom del turismo in montagna dagli anni Settanta in poi e in particolar modo di quello sciistico, proprio grazie ai successi degli suoi atleti e all’influenza popolare che ne derivò. Sono parole alquanto significative, le sue, proprio perché venivano da un personaggio legato a doppio filo all’industria turistica dello sci e che con grande lucidità e pragmatismo aveva compreso quanto quel turismo, dagli anni Novanta in poi, ovvero in concomitanza con i primi effetti pesanti dei cambiamenti climatici e con i mutamenti socioculturali che al contempo si manifestavano, avesse deviato lungo una strada niente affatto virtuosa e inesorabilmente degradante, in primis per le montagne stesse della sua Valtellina (quelle citate da Cotelli, per chi non le conoscesse, sono tutte località turistiche valtellinesi ad eccezione di Sankt Moritz, ovviamente), territorio peraltro certamente emblematico per molte altre zone montane similmente turistificate.

[Mario Cotelli al centro tra Gustav e Roland Thöni, ai tempi della “Valanga Azzurra”.]
Eppure, nonostante quelle sue osservazioni, le numerosissime precedenti che già da lustri mettevano in guardia da quanto sarebbe accaduto, le altrettante successive e nonostante tutto quanto è successo nel frattempo, l’industria dello sci persevera nelle sue strategie turistiche obsolete, illogiche e dannose. Anzi, accelera in tali suoi intenti, vista la presunta “ottima” scusante delle Olimpiadi invernali sempre più vicine.

Ma se è vero che non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire e peggior cieco di chi non vuol vedere, verrebbe da temere che l’alta quota peggiori notevolmente tali carenze sensoriali. Già.

Potete leggere l’intervista nella sua interezza sulla piattaforma web “Punto.Ponte”, dalla quale l’ho tratta, cliccando qui.

Un’altra beffa, forse, per il Lago Azzurro

Sopra Madesimo, a meno di un km dal celeberrimo Lago Azzurro di Motta della cui angosciante assenza di acqua vi ho (ri)parlato giusto di recente, stanno costruendo un nuovo bacino di accumulo idrico a servizio dell’innevamento artificiale delle piste da sci della località valchiavennasca.

Non lo denoto per avviare qualsivoglia polemica al riguardo: è un dato di fatto – tanto o poco opinabile – che lo sci su pista oggi può sopravvivere, salvo annate particolarmente fortunate ma sempre più rare, solo grazie alla neve artificiale, e in tale ottica non mi sorprende di vedere la costruzione di quel nuovo bacino. D’altro canto, anche solo ad un mero sguardo “turistico” della realtà in loco, sorge inevitabile il contrasto tra la visione di un bacino lacustre naturale che sempre più spesso si svuota in forza dell’assenza di apporti idrici dati dallo scioglimento della neve e da risorse ipogee, dunque quale conseguenza indotta anche dai cambiamenti climatici, e quello che sarà un invaso artificiale che facilmente si potrà ammirare ben colmo di acqua, pena la sua sostanziale inutilità.

Certo l’industria dello sci contemporanea si fa sempre meno scrupoli, rispetto agli ambienti naturali entro i quali genera la propria attività – d’altro canto assai spalleggiata da buona parte della politica locale – nell’operare al fine di protrarre il più possibile in avanti la propria agonia, già inesorabilmente segnata dai cambiamenti climatici in atto. La potrei anche ammettere (senza comprenderla) questa sua posizione, dal punto di vista meramente imprenditoriale, ma di contro – vista la situazione nella quale ci troviamo, appunto – non è più ammissibile che si realizzino infrastrutturazioni in ambiente a scopo turistico che non presentino caratteristiche di ecosostenibilità assolute, sia a livello ecologico (soprattutto per quanto riguarda il consumo delle risorse naturali dei territori in questione) che energetico, economico, paesaggistico, eccetera.

Non so se i lavori in corso a Madesimo – località alla quale sono molto legato, avendoci passato le mie estati dagli zero ai vent’anni e non solo quelle – rispettino tale necessità: me lo auguro, non nutro pregiudizi e comunque mi interesserò al riguardo. Fatto sta che la possibile visione futura di un Lago Azzurro vuoto d’acqua (come si è presentato per quasi tutto l’anno in corso) e a pochi minuti a piedi di un bacino per la neve artificiale viceversa pieno sarebbe tanto sconsolante quanto emblematica circa il futuro delle nostre montagne nonché, per molti versi, di noi tutti.

N.B.: le foto a corredo del post le ho scattate a fine agosto scorso.

Buon senso vs dissennatezza, a Sarnano-Sassotetto

[Immagine tratta da www.iluoghidelsilenzio.it.]
Già lo scorso 29 aprile vi avevo scritto le mie considerazioni nei riguardi del progetto di rilancio della località sciistica di Sarnano-Sassotetto, sul versante maceratese dei Monti Sibillini: un progetto talmente scriteriato da apparire quasi grottesco ma che d’altro canto dimostra che quella sconcertante incultura politica mirata alla gestione turistica dei territori montani di cui spesso tocca denunciare le dissennate iniziative non è confinata alle Alpi ma “deborda” pure verso il crinale appenninico. Stessa forma mentis (innanzi tutto politica, ribadisco) e identico modus operandi per danni inevitabilmente similari inflitti ai territori sottoposti a tali progetti, ai loro paesaggi e alle comunità che li vivono. Purtroppo l’involuzione turistica (e culturale) dell’industria dello sci non conosce confini montani, in Italia.

Riguardo il progetto di Sarnano-Sassotetto, e per tentare di bloccarne la realizzazione, si è formata un’Alleanza di varie associazioni marchigiane, non solo ambientaliste, che a maggio ha diffuso un comunicato stampa (qui accanto) con le ragioni in base alle quali si oppongono al progetto. In tale comunicato trovo molto interessante la parte dedicata alle reali esigenze di sviluppo delle comunità locali, un tema che praticamente mai viene toccato dai suddetti progetti turistici, i quali pedissequamente puntano tutto su iniziative monoculturali, con lo sci la fa da padrone e in base al consueto “mantra” per il quale lo sci e solo lo sci “salva la montagna”. Come se sui monti in questione non esistesse nessun altra economia, nessun altra potenzialità sfruttabile e possibilità di sviluppare forme di turismo alternative, come se le popolazioni che li abitano non sapessero fare altro e, come schiavi privi del diritto d’opinione, dovessero ineluttabilmente porsi al servizio dei promotori dei progetti suddetti che si comportano come padroni assoluti di quelle montagne. E come, ovviamente, se nevicasse allo stesso modo di decenni fa e i cambiamenti climatici non esistessero (ricordo che a Sarnano-Sassotetto si parla di un’area sciistica che non va oltre i 1600 m di quota). È del tutto evidente che la forma mentis alla base di questi progetti sia pericolosamente alienata, in primis rispetto alla realtà stessa dei monti sui quali vorrebbe intervenire, ovvero che persegua degli scopi che nulla hanno a che vedere con lo sviluppo socio-economico autentico e la valorizzazione ambientale effettiva di quei monti.

Per questo trovo quella parte del comunicato stampa su Sarnano-Sassotetto particolarmente significativa e esemplare, opponendosi alle bieche mire politiche presentate dal progetto e al contempo indicando come e dove poter intervenire se realmente si voglia sviluppare e valorizzare il territorio. Ve la propongo di seguito, mentre qui potete scaricare e leggere l’intero testo diffuso, nella speranza che il progetto in questione non vada in porto e parimenti che la politica locale possa finalmente recuperare il senno e comprendere le reali peculiarità, potenzialità, possibilità, esigenze e bisogni delle proprie montagne in ottica storica presente e futura.

[…] Se i progettisti e i politici si prendessero la briga di andare a studiare un po’ più approfonditamente la realtà del loro territorio e delle vere esigenze della popolazione, scoprirebbero almeno due cose: uno che la maggior parte della popolazione attiva dei loro comuni si dedica all’agricoltura, due che la popolazione attiva è andata negli ultimi decenni velocemente invecchiando, non a causa dell’abbandono a seguito del terremoto, ma per la brutale decurtazione dei servizi e delle infrastrutture necessarie per il vivere civile, che ha fatto fuggire specialmente i giovani. E tale situazione non è diversa se nel comune c’è l’industria dello sci, come a Sarnano, oppure no come ad esempio ad Amandola o a San Ginesio. Ciò significa che il turismo mordi e fuggi che si vuole potenziare, non è quello che fa la differenza, ma altri sono i fattori strutturali sui quali bisognerebbe rapidamente incidere. Siamo fermamente convinti, che i soldi che arriveranno, non incideranno minimamente sulle reali condizioni di sottosviluppo del territorio montano della nostra provincia, che per lo più andranno in gran parte a beneficiare i progettisti e le imprese che realizzeranno gli impianti, e ben poco rimarrà poi a beneficio futuro della popolazione locale. Sarà proprio un caso che per realizzare qualche tappeto di plastica, mettere qualche cavo sospeso tra due picchi, ristrutturare qualche skilift e qualche baita, fare qualche piazzola da campeggio, anche se pomposamente la vogliamo chiamare “glamping”, si siano mossi importanti progettisti dalle grandi città del nord? Il rischio che si intravede allora è che si tratti ancora una volta dell’ormai vetusto modello colonizzatore della montagna, aduso ad appropriarsi di ogni residua risorsa lì disponibile, lasciando poi sul territorio, finiti i soldi, i simulacri arrugginiti di tali realizzazioni, come quelle che già tristemente da molto tempo fanno mostra di sé, sui versanti e le creste dei Sibillini.

Il vero patrimonio che nessuno vede, ma che è presente in tutta la fascia pedemontana marchigiana dei Sibillini è invece il paesaggio rurale e i suoi centri abitati; l’agricoltura è la vera ricchezza che andrebbe potenziata e sulla quale bisognerebbe massicciamente investire per trasformare le poche aziende ormai invecchiate, in centri di produzione di eccellenza gestiti da giovani preparati, acculturati, profondamente motivati a vivere “bene” a casa loro. I tristi fatti di questi giorni hanno drammaticamente evidenziato come il nostro sistema agroalimentare sia fortemente dipendente, fragile ed inquinante. Le risorse come l’agricoltura e l’acqua che la montagna ancora custodisce, sono la vera ricchezza, oggi e sempre più nel futuro, e lì bisognerebbe volgere tutti gli sforzi e gli investimenti per un nuovo modello di produzione e di sviluppo integrato sociale e rispettoso dell’ambiente. E oggi agricoltura sostenibile significa anche turismo i cui proventi però, finirebbero direttamente nelle mani dei produttori, della gente del posto e non esportati fuori dal territorio nelle mani di speculatori e avventizi. […]