«Un’opportunità mancata». Parola (anche) di POW Italy

POW – Protect Our Winters è la comunità internazionale outdoor di atleti, scienziati, artisti, copywriters e aziende del settore impegnata a combattere la crisi climatica per proteggere i luoghi montani. POW lavora a livello globale per divulgare, educare e attuare azioni per la mitigazione della crisi climatica che riguardano lo sviluppo dei territori, il turismo slow e la mobilità a basse emissioni.

Di recente la sezione italiana di POW ha rilasciato un position paper sui prossimi Giochi Olimpici invernali di Milano-Cortina del tutto eloquente fin dal titolo: «Un’opportunità mancata»: lo trovate qui. Il titolo esprime esattamente ciò che sostengo io già da tempo, come ho fatto ad esempio in questo articolo: le Olimpiadi 2026 potevano rappresentare una importante e preziosa occasione di sviluppo virtuoso per i territori alpini coinvolti (e non solo per quelli), che sta per essere incredibilmente sprecata in forza di una gestione inabile, sovente illogica, a volte inquietante e per molti punti di vista già ora fallimentare, soprattutto nei confronti delle comunità che quei territori olimpici abitano.

Le attività sul campo grazie alle quali POW Italy ha elaborato il position paper sopra citato hanno rilevato le seguenti criticità principali, dalle quali molte altre derivano:

  • Scarsa trasparenza e governance debole: il coinvolgimento pubblico nei processi decisionali è stato insufficiente e molti progetti sono avanzati senza consultazioni efficaci né valutazioni ambientali approfondite e in grado di integrare strategie nazionali e globali di adattamento agli impatti del cambiamento climatico.
  • Impatto ambientale e mobilità insostenibile: le opere appaiono invasive, con scarsa attenzione alla decarbonizzazione strutturale della mobilità regionale, nazionale o alpina.
  • Legacy incerta e poco condivisa: molte infrastrutture rischiano di restare inutilizzate dopo i Giochi, mentre i costi ricadranno sulle comunità che, abitando in aree montane, subiscono già un impatto maggiore rispetto alla media globale e nazionale degli effetti della crisi climatica.

Giustamente POW Italy ribadisce «la necessità di un cambio di paradigma nella gestione e nella realizzazione dei grandi eventi sportivi in montagna: devono essere i Giochi ad adattarsi al territorio che li ospita, non il contrario. È urgente avviare processi decisionali realmente inclusivi, basati su valutazioni sociali e ambientali partecipate, con una visione orientata a una legacy equa, utile e sostenibile.»

Resta il profondo rammarico per una grande, forse irripetibile occasione sprecata – della quale qualcuno dovrà pur rispondere e non solo moralmente – nonché il timore per ciò che accadrà dopo: lo spettro degli impianti abbandonati e in degrado delle Olimpiadi di “Torino 2006”, il relativo spreco di soldi pubblici e l’assoluta assenza di qualsiasi legacy olimpica nelle valli piemontesi coinvolte non lasciano sperare nulla di buono. Ma, ribadisco, stavolta qualcuno dovrà risponderne, necessariamente: la realtà in divenire delle nostre montagne, con le sue crescenti criticità, non può permettere più alcun condono d’ufficio.

(Nelle immagini: lavori “olimpici” a Cortina d’Ampezzo.)

Una riflessione “laterale” al caso del gipeto morto contro i cavi delle seggiovie di Santa Caterina Valfurva

[Immagine tratta da www.parconazionale-stelvio.it.]
La notizia del gipeto morto per aver urtato i cavi di un impianto sciistico di Santa Caterina Valfurva, nel territorio del Parco Nazionale dello Stelvio è profondamente triste. Il gipeto è una specie a rischio: estinto sulle Alpi all’inizio del Ventesimo secolo, è stato reintrodotto di recente nel Parco dello Stelvio ma ce ne sono solo dieci coppie in totale, delle quali sei nel settore lombardo. Dunque anche la perdita di un solo esemplare rappresenta un fatto grave.

Chiaramente è stato un incidente non prevedibile e poco evitabile: la problematica delle collisioni fra avifauna e cavi di impianti di risalita è ormai risaputa e coinvolge ogni specie che vive nei territori sciistici. Nonostante ciò, immagino che il caso solleverà qualche protesta, legittima tanto quanto sterile, temo: al netto di qualche sistema di protezione non so quanto efficace, o si tolgono i cavi degli impianti di risalita o si tolgono gli uccelli dai comprensori sciistici. Entrambe soluzioni impossibili, ovvio.

Semmai, la questione di fondo che il caso mette in luce, questa sì ben concreta, è se sia accettabile nel principio che il territorio di un parco nazionale possa ospitare degli impianti sciistici come è proprio il caso del comprensorio di Santa Caterina Valfurva oltre a quelli di Solda e di Trafoi, nel settore altoatesino, di Peio nel settore trentino e del Passo dello Stelvio, a cavallo tra Lombardia e Alto Adige. Certamente gli impianti sono lì da decenni e godono di particolari deroghe per sussistere all’interno dei confini del parco: si tratta dunque di un “peccato originale”, dal momento che il Parco era lì da prima degli impianti i quali, semmai, non dovevano essere autorizzati in origine, appunto.

Fatto sta che la questione resta intatta e semmai acquisisce ancora più valore, oggi che la tutela dei territori montani sottoposti più di altri agli effetti della crisi climatica è imperativa e inderogabile: è logico e normale che dentro un parco nazionale, area sottoposta a tutele ambientali variamente stringenti decretate appositamente per salvaguardare fauna e flora di pregio, e a quote alte insistano infrastrutture inevitabilmente impattanti come degli impianti sciistici e le opere annesse?

Non è una domanda retorica, questa mia, ma è certamente – e consapevolmente – provocatoria, funzionale alla formulazione di una valida risposta ma ancor di più, e prima, a provocare (appunto) una riflessione sulla questione e, in generale, sull’impatto della presenza antropica nei territori montani ancora poco o per nulla contaminati – a maggior ragione se sottoposti a tutela – nonché sulla sua gestione concreta e realmente benefica per essi e per i loro abitanti. Una gestione peraltro nelle mani di chi lassù è solo un ospite: un’altra evidenza piuttosto illogica, se ci pensate bene.

P.S.: bisogna rimarcare che in Valle dell’Alpe, proprio dove il gipeto è morto, c’è addirittura un resort di lusso (!) e che nel 2005 l’Italia è stata condannata dalla Corte di giustizia europea in occasione dei mondiali di sci di quell’anno per aver allargato le piste da sci di Santa Caterina abbattendo 2.500 alberi e così aver pregiudicato la Zona di protezione speciale (Zps) del Parco. Di contro, nel 2023 il progetto di nuovi impianti e piste da sci a Solda, nel settore altoatesino, è stato bocciato dal Consiglio di Stato proprio perché le nuove opere risultavano incompatibili con i valori naturalistici e paesaggistici tutelati dal Parco, nel mentre che nel settore lombardo si tentava invece di trasformare il Lago Bianco del Passo di Gavia in un bacino idrico al servizio dell’innevamento artificiale di Santa Caterina Valfurva con il silenzio-assenso del Parco, bieca vicenda assai nota e anch’essa fortunatamente risolta con il blocco dei lavori.

Un grazie di cuore al Ministero per le Infrastrutture!

Bisogna ringraziare SENTITAMENTE il Ministero per Infrastrutture, e in particolar modo il “ministro” in carica, per aver tagliato del 70% le risorse destinate alla manutenzione delle strade provinciali – che in quanto tali servono soprattutto le aree rurali e montane – allo scopo di finanziare i costi del Ponte sullo Stretto di Messina, cavallo di battaglia del ministro e opera notoriamente fondamentalissima per le sorti del paese.

Grazie per questa ennesima manifestazione di attenzione per le aree interne e per le montagne italiane!

Posto ciò, non si può dunque che rinnovare anche la gratitudine per quegli enti pubblici, regioni in primis, che nel frattempo spendono centinaia di milioni per finanziare impianti sciistici e opere annesse in zone montane dove ormai non nevica più e fa troppo caldo per sciare, al fine di alimentare gli affarismi locali a scopo elettorale. Zone montane presso le quali nessuno più arriverà, ora, visto che le strade che vi giungono, private di manutenzione, saranno troppo dissestate per essere percorse in sicurezza!

Ma grazie di cuore, proprio!

Montagne di plastica, sempre di più

Così, i maestri di sci (nordico, per il momento) d’ora in poi potranno sciare anche sulle piste di plastica.

Inevitabile, visto che la neve naturale è sempre più rara, fino a certe quote montane, e quella artificiale abbisogna di basse temperature a loro volta sempre meno frequenti.

Ma ciò che è inevitabile non per questo può essere anche ineccepibile.

La realtà di fatto, nel bene e nel male, è che la montagna sciistica si sta sempre di più artificializzando. È una montagna tale nella forma ma finta nella sostanza, che il turismo sciistico si ritrova “costretto” (per così dire) a rendere artificiale nel tentativo estremo di sopravvivere – a sé stesso, più che alla realtà in divenire.

D’altro canto sono gli stessi produttori di queste piste di plastica a sostenerlo apertamente: «Pronti a vivere il futuro dello sci? Vieni a scoprire come stiamo rivoluzionando il mondo degli sport invernali con le nostre piste da sci artificiali innovative e sostenibili che portano l’emozione dello sci tutto l’anno.»

Già. Un futuro di pendii montani ricoperti di plastica così da “fregare” la crisi climatica e sciare anche in piena estate.

La domanda che (mi) pongo è sempre la stessa, in questi casi: è ancora montagna, questa? Si può ancora considerare così, in fondo come ancora la si insegna a scuola, oppure la stiamo trasformando in un simulacro, in una sostanziale finzione sempre più avulsa dalla realtà originaria e antitetica alla sua cultura, pur di perseverare con certi modelli di frequentazione?

Ribadisco: ciò che apparentemente sembra inevitabile – al netto della questione qui dissertata – lo è solo per chi in fin dei conti vuole evitare di prendere atto della realtà delle cose. Comprensibile, dal loro punto di vista, ma non inconfutabile. Anzi: deve essere confutato, per il loro stesso bene (non se ne rendono conto, è bene farli riflettere al riguardo) e, soprattutto, per il futuro delle nostre montagne e di ciò che vogliamo siano ancora.

N.B.: il video e la fotografia si riferiscono al corso di aggiornamento svolto di recente a Livigno dal Collegio Regionale dei Maestri di sci della Lombardia.

Fin dove pensiamo si possano sfruttare le montagne?

Quanto pensiamo ci si possa spingere avanti nella turistificazione dei territori montani?

Dov’è il limite della trasformazione delle montagne in parchi divertimento ad uso prettamente turistico?

E dov’è il punto di equilibro tra presenze turistiche e comunità locale?

A volte, di fronte a certi progetti, opere, infrastrutture proposte e realizzate in montagna, legate all’industria turistica, forse restiamo perplessi ma poi tendiamo a soprassedervi: perché si tratta di opere “piccole”, magari pure “carine”, perché vengono proposte in località già ampiamente sfruttate, perché «non si può dire sempre di no», perché «che sarà mai!», eccetera.

Così una prima volta, poi una seconda, poi una terza e una quarta… e alla fine le località in questione vengono infrastrutturate, sfruttate, cementificate, asfaltate, consumate come la periferia di una grande città e soprattutto degradate nella loro bellezza e nell’identità che un tempo le rendeva peculiari e piacevoli da frequentare.

Con queste modalità, del tutto funzionali agli interessi del turismo massificato e da esso indotte – quel turismo che ragiona solo in termini di quantità e mai di qualità, soprattutto nei confronti del territorio coinvolto nelle proprie iniziative – stiamo lasciando che le nostre montagne si riempiano di non luoghi tali e quali a quelli urbani: località prive di anima, defraudate delle loro specificità, totalmente assoggettate ai modelli turistici imperanti, svendute a turisti-clienti come beni di un centro commerciale.

Dove pensiamo che sia il limite di tutto questo?

O, ancora prima: pensiamo che ci debba essere un limite a tutto questo?

Ce le poniamo qualche volta tali domande, di fronte alla trasformazione di certe località montane e al rischio che altre subiscano modalità simili?

Forse sì, probabilmente non a sufficienza. O lo facciamo con superficialità, senza il necessario approfondimento, senza che le citate perplessità diventino azioni concrete, materiali e immateriali, che diano risposte altrettanto concrete a quelle domande e a favore delle nostre montagne.

In molte località montane il processo avvenuto è proprio quello a cui ho accennato lì sopra: da alcuni piccoli interventi, il cui reale impatto si è trascurato o ignorato, si è arrivati ai megaparcheggi, ai condomini di venti piani come nelle periferie metropolitane, alle discoteche all’aperto a 2000 e più metri di quota, alle ostriche e champagne per avventori benestanti alla faccia delle tradizioni e delle identità locali oltre che di tutti i veri appassionati di montagna.

Da luoghi speciali a non luoghi, ribadisco.

Da località montane dalle peculiarità uniche e pregevoli a spazi anonimi esclusivamente vocati al divertimento, simili gli uni agli altri perché così dev’essere, non conta più il contenitore ma il contenuto, non conta più il luogo e ciò che offre ma a che prezzo ciò che offre sia vendibile e sfruttabile.

Quindi? Fin dove pensiamo di poterci spingere, con il destino delle nostre montagne? Fino a che punto possiamo accettare silenti la loro trasformazione?

Perché, è bene rimarcarlo, si fa presto a consumare il paesaggio ma poi spesso ci voglio decenni e generazioni per ripristinarlo. Siamo disposti ad accettare questa cosa, oppure no?