È in corso un ennesimo sciopero, in Italia, questa volta dei benzinai. Una pratica di (presunta) protesta talmente frequente da essere diventata “normale”, e per ciò notevolmente depotenziata e banalizzata in merito al suo senso e al valore originari.
Fermo restando il rispetto e la comprensione per le motivazioni di chiunque protesti, spesso con giusta causa, trovo che qui la pratica dello sciopero sia ormai anacronistica, demagogica, pletorica e di mera facciata, legata a solite e ottuse strumentalizzazioni di parte, all’incapacità di dialogo istituzionale tra gli elementi politici nazionali e al voler/dover far scena a beneficio dei media; di contro, lo sciopero spesso crea problemi soprattutto a chi non c’entra nulla con le parti in causa nella vertenza a cui si riferisce.
Sarà, ma credo che ad oggi, anno 2019, e salvo rarissimi casi, essere qui ancora a “risolvere” vertenze sindacali nei settori produttivi del paese a colpi di scioperi, sia soltanto o una meschina messinscena, appunto, o comunque una cosa da società arretrata e in costante regresso.
Si può sperare, insomma, che l’Italia riesca pur con deprecabile ritardo a farli quei conti con la propria storia e a riequilibrare la memoria collettiva al riguardo? Non so, personalmente sono più pessimista che ottimista ma ho speranza nei giovani i quali, salvo qualche sbandamento inquietante, dimostrano spesso di avere più sale in zucca di molti adulti nonché di avere a disposizione almeno una parte di quegli strumenti culturali atti a migliorare la situazione. Altrimenti, l’unica altra via praticabile è quella per cui la democrazia cessa di essere tale quando sviluppa in se stessa elementi che ne minino il senso e l’esistenza, ergo deve indispensabilmente fornirsi di difese atte a scongiurare questa evenienza: un paradosso solo all’apparenza, dal momento che qualsiasi società presuntamente democratica che permetta quanto sopra in realtà così democratica non lo è affatto ovvero non lo è compiutamente (e quindi non è democrazia comunque). Come scrisse acutamente Walt Whitman, «La democrazia può lasciar crescere rigogliosamente la più fitta distesa di piante e frutti nocivi, mortali – introduce invasori, uno peggiore dell’altro – e quindi ha bisogno di più nuove, più vaste, forti e volonterose compensazioni e spinte.» Ecco, Liliana Segre è certamente una di queste preziose e illuminanti “compensazioni”; gli altri sono solo frutti nocivi e mortali per l’intera società.
Sembra proprio questo il termine più in voga in questo periodo. Non è stato inventato adesso, sia chiaro, l’uso corrente con l’accezione di “prevalere in modo assoluto sul proprio avversario” – la quale, non si può negare, ha una evidente e inquietante carica aggressiva: ne parla approfonditamente l’Accademia della Crusca in questo articolo dello scorso marzo nel quale appunto, si cita la prima o una delle prime apparizioni del termine con quella accezione, nel 1995 su “La Repubblica” – ma ho la viva impressione che tale uso si stia diffondendo sempre più. La parte politica che vince le elezioni asfalta quella avversa (come al solito, da queste parti, se c’è qualsiasi cosa che possa essere usata in modi e accezioni ben poco nobili, la politica la userà per prima!), l’interlocutore che nel pubblico dibattito mette in difficoltà l’altro interlocutore lo asfalta, la squadra di calcio che vince nettamente sull’altra la asfalta, ma pure nel colloquio quotidiano, il tizio che si fa mettere in piedi in testa dal suo capo o che soccombe in una discussione con chicchessia viene asfaltato.
Ecco.
Colgo tutto questo proliferare di asfalto e di asfaltate, un po’ ovunque, e mi chiedo: ma allora perché le strade italiane sono talmente malmesse, piene di crepe, buche, voragini? Non è che l’asfalto necessario a renderle di nuovo accettabili e degne d’un paese civile e avanzato è stato inopinatamente dirottato altrove, ad “asfaltare” tutt’altro?
O forse – visto che la politica la utilizza così tanto, questa terminologia – è solo un sistema per far credere che di asfaltature in Italia se ne facciano tante e ovunque, tacciando così di falsità qualsiasi automobilista che se ne lamenti?
Ipocrita (s.m.). Dicesi di persona che, professando virtù che non rispetta, si procura il vantaggio di trasformarsi, agli occhi di tutti, in ciò che più disprezza.
A differenza dell’Italia, nella quale la politica istituzionale – lo sostengo da tempo – è ormai morta, probabilmente dalla fine della Prima Repubblica, trasformandosi definitivamente in un teatr(in)o degli orrori, la Svizzera si rivela un paese molto avanzato anche dal punto di vista politico, sovente anticipando le tendenze elettorali in tal senso nei confronti di altri paesi europei. Mi pare che sia andata così anche in occasione della tornata elettorale di ieri: in passato la Svizzera è stato uno dei primi paesi a premiare un partito della destra populista e a ridurre l’importanza politica dei partiti storici di centro e di sinistra, poi è stato tra i primi a far arretrare quella destra populista, ora lo è nel rendere i partiti d’ispirazione ecologista tra quelli più prominenti sempre a danno di destra populista e sinistra storica – peraltro anticipando pure l’esistenza di due correnti “verdi”, una di sinistra e l’altra di centrodestra. Ed è, la Svizzera, anche uno dei paesi più avanzati in quanto a presenza femminile in Parlamento (ora al 42%) e nei quali da tempo l’affluenza alle urne è in calo, restando già da almeno 40 anni sotto il 50%.
Insomma: la Confederazione, con la propria unicità istituzionale, resta pure un laboratorio sociale, culturale e anche politico il quale, in modi per certi aspetti sorprendenti visto tale suo stato di unicum, anticipa le tendenze e le evoluzioni del resto di questa parte di mondo. Da seguire sempre con attenzione nonché, per quanto mi riguarda, da ammirare, senza dubbio.
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