La prima neve

Ero qui che stavo pensando e decidendo quale fosse il post per oggi, nel blog, che d’un tratto lo sguardo si è spostato sulla finestra che s’apre sul cortile per constatare che sta nevicando, ora, in modo deciso. Anche prima nevicava ma in modo meno deciso, un po’ svogliato, tant’é che nemmeno attaccava sul terreno e sulle strade, mentre ora sì, attacca eccome. E siccome la neve è sempre la neve – su questo non ci piove, infatti – ed è sempre qualcosa che, nonostante tutti i disagi, ti mette di buon umore e agghinda il paesaggio in modo indubbiamente piacevole – e siccome ancora questa è sostanzialmente la prima vera nevicata dell’inverno in corso (e probabilmente sarà anche l’ultima, vera nevicata, dato che siamo già ben dentro Febbraio), alla fine il post per oggi sarà quello che leggerete di seguito: un raccontino tratto da una raccolta inedita che forse tale rimarrà per sempre, ma non perché non la ritenga meritevole d’essere pubblicata, anzi! Solo che non è ancora giunta la sua ora, e considerando che si tratta di testi ormai vecchi di qualche anno, potrebbe anche essere che quell’ora epifanico-editoriale non giunga nemmeno mai. O magari invece verrà molto presto, chissà.
Insomma, buona lettura, eh!

10868111_663262473795301_1058747476183485206_nLa prima neve

Quando la prima neve cade sui tetti del villaggio ai piedi delle montagne, tutti i bambini corrono verso le finestre rivolte alle più alte vette del massiccio nella speranza che i bianchi nembi carichi dell’algido dono, magari sulla spinta d’un poco di vento, s’aprano a mostrare la cima più alta: lassù certamente essi potrebbero intravedere il Re Gigante della Grande Montagna, intento a spargere nel cielo intorno con ampi movimenti delle colossali mani i fiocchi nevosi. Egli osserva dalla sua dimora di ghiaccio sita sulla più alta vetta l’andamento stagionale, il cambio delle tonalità naturali dei boschi e dei prati, lo scomparire delle corolle floreali sugli alpeggi, il rientro delle mandrie nelle stalle, le prime gelate notturne; inoltre, suoi falchi messaggeri per l’ultima volta nell’anno salgono fino alla più alta vetta e riferiscono dei cambiamenti avvenuti al Gigante. Egli sa che tutto quanto sta accadendo non è che il richiamo perentorio della Natura, per far che la prima neve scenda ad indurire il terreno così da predisporlo al letargo invernale ed ammanti l’intero paesaggio del suo prezioso silenzio, che all’uomo lenisce i turbamenti dell’animo e fa sentire prossimo il tempo di ritornare al riparo nel calore della propria casa per proteggersi dalle ormai imminenti intemperie invernali.
Ma anche gli adulti, che richiamano prima o poi i propri figli dal gelido incanto del paesaggio imbiancato, guardano anche solo un attimo verso l’alto, verso la più alta vetta pur nascosta dalle basse nuvole: essi sanno bene che il Re Gigante della Grande Montagna vive e persevera sostentandosi dei loro sogni e dei loro aneliti, che sugli arditi fianchi del monte acquisiscono la necessaria energia e purezza per potersi slanciare verso l’alto e raggiungere il cielo.

Piccola, sentita ode alla matita (reloaded)

Ho scritto questo pezzo più di due anni fa per mero, purissimo affetto verso la sua protagonista. Poi è venuta la strage a Charlie Hebdo e lei, in tal caso con il compito di disegnare vignette satiriche – ma per cosa la si utilizzi non cambia il senso della questione – è diventata (almeno per un certo periodo) il simbolo di rivalsa verso ogni terrore e di assoluta libertà di espressione. Così mi è tornato in mente ‘sto pezzo. Il quale, come sovente accade in circostanze simili, oggi acquisisce un valore inaspettato (anche se sotto molti aspetti assai triste) e rinvigorente…
Insomma, ve lo ripropongo, ecco.

schrijven-cirkel-textuur-kleur-potloden_3311433La matita è lì che ti guarda, sorniona, dal portapenne.
Se ci fai caso, se la fissi un attimo e fai attenzione a cosa e come è, rapidamente ti rendi conto della sua particolarità e te ne sorprendi altrettanto velocemente, perché a tutti gli effetti hai di fronte un autentico prodigio che pochi altri oggetti di simile sostanza hanno saputo – e sanno ancora – mettere in pratica.
Innanzi tutto, è un pezzo di legno, la matita. Anzi, di più: è un pezzo di mondo, di pianeta, di Natura. Un corpo legnoso – tipicamente di pioppo – con un’anima minerale, di grafite. Legno e roccia, insieme all’acqua gli elementi fondamentali “solidi” che compongono quel nostro mondo. In tal modo, tenere in mano una matita è come tenere un pezzo della nostra Terra, e usarla per scrivere è un po’ come scrivere con la sostanza di essa.
Peraltro sono stati (si dice) due italiani, Simonio e Lyndiana Bernacotti, a inventare la matita in uso tutt’oggi, col corpo cilindrico o esagonale e l’anima di grafite – minerale che furono invece per primi gli inglesi a utilizzare nella scrittura, almeno dalla metà del XVI secolo. Fatto sta che è qualche secolo che la matita ci offre i suoi servigi, circondata – nel portapenne suddetto – da innumerevoli successori di metallo o di plastica con anime suppergiù liquide che da tempo, appunto, ne avrebbero dovuto sancire l’obsolescenza tecnologica e pratica, dunque la scomparsa. Che può fare un pezzo legno e di sasso dal tratto grigiastro contro, ad esempio, una lucente penna d’alluminio con cartuccia ricaricabile e tratto vividamente colorato e perfetto? Nulla, si direbbe…
Ma eccola sempre lì, la matita: quel pezzo d’antichità superatissimo in tutto e per tutto è ancora lì, oggi, nell’era degli smartphone e dei tablet, dove meravigliosi gadgets tecnologici rendono il più delle volte la scrittura una cosa superflua, pronti a registrare – e correggere, migliorare, catalogare, custodire – ogni nostra nota. La matita in fondo non fa che una miserrima parte di quanto può ad esempio fare uno smartphone, la fa infinitamente peggio di quanto farebbe il peggiore di quegli oggetti tecnologici contemporanei eppure sa donarci un gusto, nel farlo, un piacere, un compiacimento infinitamente migliori.
Perché scrivere con una matita è un gesto assolutamente semplice e per molti versi arcaico, appunto, eppure profondamente affascinante: una pratica estetica, oserei dire. Lasciamo una linea di finissima polvere di grafite sul foglio di carta che diventa, non solo nella forma ma anche nella sostanza, proprio come un’impronta nel terreno, con la differenza che qui l’impronta è in rilievo ed è il terreno stesso a fornircela. Poi, come ogni altra impronta, basterà poco a che venga cancellata – un alito di vento, un colpo di gomma – dandoci la possibilità di lasciare infinite altre nuove impronte, in questo modo risolvendo da sola, la matita, la natura effimera del proprio segno. Finché, soltanto quando lo decideremo, quel segno sulla carta potrà diventare indelebile – quando noi stabiliremo che sarà così, e non una penna e il suo inchiostro!
Hanno provato col tempo a domare e traviare la sua natura originaria: le hanno piazzato a un capo una gomma (trovata a ben vedere piuttosto insignificante), l’hanno trasformata in portamine (ne carne ne pesce, come ogni ibrido: non più una matita, ma nemmeno una penna…) e, come già scritto, l’hanno circondata di schiere infinite di penne d’ogni genere e sorta, inequivocabilmente più belle e più efficienti.
Niente da fare, la matita è ancora lì, da qualche parte sulle nostre scrivanie, incurante di tutto se non del “suo” fido orologio, il temperino. Fragile eppure resistente, povera ma anche raffinata, nobile e al contempo proletaria, è un oggetto che, per così dire, è ancora capace di tenerci saldamente coi piedi per terra attraverso un gesto – la scrittura con essa – antico, formalmente obsoleto ma tutt’oggi assolutamente ricco di fascino, semplice e bellissimo, che sempre più col passare del tempo riscopro e metto in pratica, invitandovi a fare altrettanto. Perché, appunto, non è che un pezzo di legno con dentro un frammento di roccia: due ingredienti in sé banali, tuttavia miscelati in una sorta di formula magica plurisecolare dalla quale scaturisce un piccolo/grande prodigio, che nessuna tecnologia è, almeno nel fascino, ancora in grado di eguagliare.

Visitando “Walter Bonatti. Fotografie dai grandi spazi” a Milano

Scrivere qualcosa che non sia stato già scritto su Walter Bonatti – forse l’ultimo autentico mito italiano moderno/ contemporaneo, e intendo col termine “mito” un personaggio che ha saputo andare oltre le proprie doti e la fama relativa per diventare icona dell’immaginario collettivo e simbolo di sogni e aspirazioni ben al di là dell’ordinario quotidiano – è probabilmente più difficile che ripetere una delle sue vie alpinistiche più celebrate. D’altro canto, certi personaggi diventano “grandi” ovvero – ancor più, appunto – miti popolari proprio perché la gente trova continuo interesse in essi, nella loro vita e nelle gesta compiute, e relativi motivi di discussione, riflessione, ammirazione, anche quando tali dissertazioni siano condotte su eventi che chiunque ormai conosce in modo abbastanza determinato.
1.Isola-di-Pasqua-Cile.-Novembre-1969-e14153794995311Walter Bonatti. Fotografie dai grandi spazi, la mostra in corso presso il Palazzo della Ragione di Milano, è indubbiamente un’ulteriore e notevole fonte di dissertazioni sulla figura del grande alpinista lombardo. Innanzitutto, le splendide immagini esposte rivelano che, ai titoli leggendari di alpinista ed esploratore che Bonatti si porta appresso, si debba assolutamente aggiungere quello di fotografo: non solo le foto sono spettacolari, ma sovente in esse si ritrova un gusto estetico e una sensibilità verso la composizione di matrice artistica che ci si aspetterebbe soltanto da grandi professionisti dell’immagine – da gente, insomma, che ha studiato a lungo fotografia e che di conseguenza è profumatamente pagata per quanto realizzato. Bonatti, si sa, realizzò i suoi reportage fotografici quali corollari dei viaggi d’esplorazione, a loro volta questi affrontati sulla scia delle letture dei grandi autori letterari che egli elesse a modello fin dalla gioventù: Salgari, Melville, London, Stevenson e alcuni altri. Bonatti stesso dichiarò più volte che le sue esplorazioni nascevano anche (a volte soprattutto) dal desiderio di andare a constatare di persona quanto di vero, o di verosimile, vi fosse in quei suggestivi romanzi d’avventura, dunque le fotografie da essi ricavate sarebbero quasi da considerare elemento non fondamentale dei numerosi viaggi: testimonianza necessaria anche per ragioni “funzionali” al contratto in essere con il settimanale Epoca, che gli pubblicava i reportage, ma non “lo” scopo del viaggio, almeno a livello personale. E probabilmente così era ma, lo ribadisco, la bellezza e il valore artistico che Bonatti seppe ottenere dalle sue immagini lasciano quasi stupefatti, e dimostrano di nuovo la grandezza di un uomo che seppe veramente realizzare i propri più grandi sogni e di farlo in senso assoluto, oltre che attestare la grande sensibilità che sapeva riporre in ogni propria avventura: altra dote tipica, d’altro canto, solo delle persone più grandi – e qui lo intendo anche e soprattutto dal punto di vista umano.
A proposito di umano, di uomo ovvero appartenente al genere umano quale Bonatti era, come tutti noi: trovo che un’altra cosa molto bella e importante che si può ricavare dalla mostra milanese sia il particolare rapporto che Bonatti ha ricercato e (ri)trovato con la Natura. Conscio che l’armonia più autentica e profonda con il mondo naturale fosse (e sia ancor più oggi) qualcosa di ormai dimenticato o perduto per l’uomo moderno, credo che si possa intravedere nelle immagini di Bonatti il tentativo – riuscito, senza dubbio – di staccarsi il più possibile dal proprio genere di appartenenza, per così dire, o forse di elevarsi sopra di esso ovvero di togliersi di dosso tutte quelle convenzioni sociali e quei meccanismi mentali, ideologici, comportamentali e antropologici contemporanei in genere per ritrovare, appunto, la capacità di sentirsi – anzi, di essere realmente parte della Natura, creatura vivente tra mille altre creature viventi relazionanti e interattive con ogni elemento naturale e in grado di “conversare” con essi, di ricevere informazioni, di risintonizzarsi sulla stessa frequenza vitale. Non è qualcosa di assimilabile all’attuale atteggiamento ecologista-ambientalista, non c’entra nulla con questo, ovvero non con la sua accezione odierna più abusata: è qualcosa di infinitamente più ancestrale, profondo, articolato. Bonatti ha saputo tornare alla Natura ma non da animale sottomesso ad essa e non da umano dominatore di essa, ma in base a un rapporto del tutto paritetico e vitale, dal momento che la vita è comunque un elemento che non può essere alto o basso, possente o debole, inferiore o superiore, più importante o meno di altra vita: è una, e nella sua essenza fondamentale è uguale per tutti. Che poi essa si sviluppi in infinite forme è altro discorso, ma il senso di essa è comune per qualsiasi entità che, sul pianeta, si possa definire vivente.

Quello che Bonatti ci mostra con le sue immagini è un equilibrio vitale alla massima potenza, un altro, ennesimo esempio di grandezza umana (appunto da intendersi ora nella suddetta accezione ampliata e riarmonizzata col mondo d’intorno) quanto mai illuminante e ispirante, oggi ancor più degli anni in cui Bonatti compì le proprie imprese esplorative. E’ la testimonianza di uomo che ha vissuto come raramente altri hanno fatto la propria vita, in modo profondo, autentico e sempre leale, con sé stesso e con il mondo, divenendo un vero e proprio mito, come ho affermato fin da subito. Oppure, se vogliano essere più pratici ma ugualmente oggettivi, un maestro di vita – quando poi ci fu pure chi se ne andava in giro per il mondo su un furgone con scritto sul copriruota “Bonatti is God”, come il grande alpinista americano Steve House
Bellissima mostra, imperdibile direi, e non solo per chi ha seguito Bonatti nelle sue imprese “solite”, alpinistiche o esplorative. E altrettanto bello è stato constatare il grande affollamento di visitatori, pure con coda all’ingresso del Palazzo della Ragione: prova ulteriore che i miti sono sempre tra noi, e sempre è bello (re)incontrarli ad ogni occasione utile. Chissà poi quanto sarebbe stata contenta la “sua” Rossana, di vedere così tanta gente venuta a omaggiare il “suo” Walter…

Edward Abbey, “I sabotatori”

cop_i-sabotatoriOk, è scientificamente provato che la razza umana, dopo aver ingannato chiunque capovolgendo la classifica che la metteva all’ultimo posto tra quelle viventi sulla Terra in quanto a intelligenza e con ciò arrogandosi il diritto di comandare su tutto e su tutti, sta distruggendo il pianeta sul quale vive. Dunque, che fare? Discutere con i personaggi fautori di questa distruzione? Come parlare ad un muro. Cercare con azioni politiche di fermare lo scempio? Propugnabile, se non fosse che molto spesso i politici si fanno corrompere da quelli. Quindi?
Beh, un altro sistema ci sarebbe ma non si può dire, pena l’accusa certa di sovversione, dunque piuttosto che dirlo meglio scriverlo: forse ha pensato questo Edward Abbey quando mise per iscritto il testo de I sabotatori (Meridiano Zero, 2001, traduzione di Stefano Viviani, prefazione di Franco La Polla; orig, The Monkey Wrench gang, 1975), romanzo che potrebbe pure passare per manuale d’azione, per così dire, sulla questione; e non sto affatto esagerando, visto come questo testo, e l’influenza intellettuale di Abbey stesso, almeno in parte, effettivamente influenzò alcuni movimenti piuttosto oltranzisti dell’ambiente ecologista angloamericano, Earth Firts! in primis.
Appunto, ecologia, difesa dell’ambiente “attiva”. I sabotatori – anche il titolo è fin da subito programmatico – è la storia di una piccola e raffazzonata banda di “ecologisti radicali” la quale un bel giorno decide che l’uomo lì intorno alle loro terre sta veramente esagerando con la sua totalitaria antropizzazione, cancellando la bellezza e l’anima di un territorio tra i più selvaggi e incontaminati di tutta l’America…
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Leggete la recensione completa de I sabotatori cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Le “Regole”: la gestione del paesaggio a regola d’arte

Il paesaggio è un elemento culturale, dunque la sua salvaguardia rappresenta pienamente un’azione culturale: sostengo ciò ad ogni buona occasione, qui e altrove, e non mi stancherò mai di farlo.
Posto ciò, resto sempre assolutamente incantato nonché stupito – nel bene e nel male – ogni qualvolta abbia modo di constatare cosa fossero (e in parte cosa sono tutt’oggi) le Regole, il sistema di gestione autonomo della proprietà rurale collettiva diffuso nelle zone dolomitiche di Veneto, Trentino e Friuli (nonché in minima parte, ovvero con forme parzialmente assimilabili, in altre zone delle Alpi).
Fin dal XIII secolo, quando le prime Regole nacquero, hanno permesso un’ottimale amministrazione collettiva di quasi tutto il patrimonio agro-silvo-pastorale di proprietà comune delle famiglie originarie e destinato sia al godimento diretto sia al finanziamento delle opere di pubblica utilità, il tutto caratterizzato da inalienabilità e da indivisibilità. Non solo, ma anche grazie a queste ultime peculiarità citate, le Regole hanno permesso l’ideale conservazione delle caratteristiche del territorio, con indubbi vantaggi dal punto di vista ecologico oltre che, ovviamente, paesaggistico.

masi-la-valTale regime tradizionale non era esente da pecche – come, ad esempio in alcune (ma non in tutte), il divieto per le donne di partecipare alla gestione di esse nonché alla trasmissione dei diritti regolieri, prescrizione eliminata solo in tempi recenti – tuttavia, nella pratica, per secoli è stato uno dei migliori esempi sulle Alpi di rapporto armonico tra la Natura e le attività antropiche sussistenti in essa, al punto che i regolieri ancora oggi – ove le Regole conservino una qualche valenza giuridica – difendono la loro autonomia dall’amministrazione pubblica di matrice statale, che più volte ha manifestato la tendenza a cercare di assimilare queste terre comuni a quelle di un demanio comunale: a ciò i regolieri hanno tenacemente opposto il principio che invece la Regola si tratti di una proprietà privata esclusiva degli abitanti originari.

1885___SourceUna sorta di antico senso civico rurale a salvaguardia di un territorio inalienabile e indivisibile, il tutto difeso da un forte reclamo di autonomia – se non autodeterminazione – e libertà consapevole, come quella di chi vive e conosce un paesaggio da secoli. Una cosa stupefacente, appunto, nel bene – per i mirabili risultati ottenuti e da tutti visibili – e nel male, per tutte le innumerevoli volte nelle quali viceversa si può constatare come il paesaggio naturale, messo invece nelle mani di amministratori incompetenti, incapaci, menefreghisti, truffaldini quando non criminali, venga puntualmente distrutto, sia nelle sue forme naturali che nella sua essenza culturale e antropologica, con i risultati che poi abbiamo di fronte sempre più frequentemente: sfruttamenti impropri e rovinosi delle risorse naturali, scempi ambientali, dissesti idrogeologici, frane e alluvioni, eccetera eccetera eccetera.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAEppure, di metodi, sistemi, principi e idee per fare bene qualcosa, soprattutto se qualcosa di interesse collettivo, e dunque dai vantaggi dei quali tutti possiamo/potremmo usufruire, la storia antica e recente, ma pure la realtà contemporanea, ne offre a iosa. Basta (ri)prenderli e (ri)metterli in pratica: una cosa estremamente semplice e lampante. Probabilmente troppo, per chi invece mira ad ottenere tornaconti personali o lobbistici cercando di tenere nascosto il tutto. In fondo, la cultura diffusa in una società si soffoca anche così: corrompendo e/o eliminando gli elementi primari e alla portata di tutti che la possono agevolare – anche perché, poi, serve almeno un poco di cultura per comprendere che è in atto un tale scellerato meccanismo… Sarebbe finalmente il caso di capirlo, una volta per tutte!

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