Su “Valsassina News” lo scorso 15 aprile

Devo ringraziare una volta ancora la redazione di “Valsassina News” che ha ripreso le mie considerazioni in tema di cicloturismo montano pubblicandole il 15 aprile nell’articolo sopra riportato (cliccateci sopra per leggerlo integralmente; sul blog lo trovate qui).

Come al solito, le considerazioni espresse hanno suscitato un ampio e articolato dibattito, con prese di posizione anche rigide (pure verso lo scrivente): ottimo così, va benissimo, i miei “articoli” più che imporre “verità” – che naturalmente non ho, semmai formulo riflessioni basate sulle mie esperienze personali, che tali sono, legate alle mie attività culturali in montagna – li pubblico proprio per sollecitare qualsiasi opinione di chiunque legga e voglia dibattere. Opinioni sulle quali si potrà poi essere d’accordo o in disaccordo ma, se fondate, costruttive e formulate con rispetto, sono assolutamente interessati e gradite. Al netto della mia esperienza in tali ambiti io non conto certo più di chiunque altro, ci sta che possa essere criticato, anzi: tutto può essere utile per affinare le proprie idee in un processo che mi auguro sempre reciproco e alla fine importante e utile anche per le figure, istituzionali e non, che detengono i poteri decisionali sulle iniziative progettate e da attuare. Che in quanto tali hanno una responsabilità ancora maggiore e, essendo rappresentanti dei cittadini abitanti e frequentatori delle montagne in questione, hanno l’obbligo di cogliere, meditare e elaborare ogni considerazione articolata su quelle iniziative.

D’altronde questi sono temi in costante stato di work-in-progress dacché legati a variabili in evoluzione nel tempo, i quali dunque vanno costantemente analizzati e affinati in base al divenire delle cose. Per ciò anche il dibattito deve mantenersi aperto, costante e sempre costruttivo, così da salvaguardare l’armonia tra cosa si fa, come si fa e dove si fa, a sempre maggior beneficio di tutti.

“Emergenza Milano”, lunedì 17 aprile

Milano, la città antitetica. Cosmopolita, attrattiva, progredita, olimpica, ma intanto lascia morire gli alberi che pianta tra una cementificazione e l’altra per dirsi “green” (clic), i ciclisti che manda lungo le sue evanescenti ciclabili per dirsi “sostenibile” (clic) e molti suoi abitanti per i livelli di inquinamento che non sa decrescere per evidente tossicodipendenza genetica (clic). La Milano distrutta dalla guerra, poi quella del boom economico, poi della cronaca nera poliziottesca, la «Milano da bere» che va in depressione negli anni successivi ma comunque non si ferma mai, nemmeno a riflettere sugli errori commessi e dunque rinasce (imbruttita però) negli happy hour, nella gentrificazione eternata, nell’Expo e nelle prossime Olimpiadi, sempre più forma e sempre meno funzione, più esclusiva e meno inclusiva, sempre più piena di se stessa e più vuota di abitanti (veri), più City Life e meno living city. Così “avanti” da essere andata oltre pure alla propria anima, Milano è una città meravigliosa e «tutta da rifare» (cit.). O almeno per un bel po’.

Quello di lunedì prossimo 17 aprile a Milano, al quale si riferisce l’immagine in testa a questo articolo, rappresenta un buon tentativo al riguardo. Per saperne di più, qui trovate l’evento Facebook con ulteriori link utili e il form per l’iscrizione in qualità di associazione/ente.

Il cicloturismo montano tra buone opportunità e biechi opportunismi

[Cicloturismo lungo i laghi dell’Alta Engadina. Foto di Romano Salis per Engadin St. Moritz Tourismus.]
Un altro tema legato al turismo montano che suscita dibattiti sempre maggiori, non di rado surriscaldando gli animi, è quello del cicloturismo, muscolare o elettrico, e delle relative, conseguenti infrastrutture che in diverse località si sono realizzate e si realizzano al fine di sfruttare il fenomeno come fosse un ormai immancabile must have turistico alpino.

Si tratta in molti casi di una viabilità in quota “nuova” ma che spesso, e a volte inevitabilmente visti gli spazi a disposizione, intercetta e “ricopre” la rete viaria storica, quella delle mulattiere secolari e dei sentieri fino a oggi esclusivamente riservati ai viandanti a piedi, e non di rado risulta palese la scarsa o nulla attenzione dei promotori di tali opere rispetto al valore storico e culturale di quei manufatti vernacolari, autentici marcatori referenziali e identitari dei loro territori e delle comunità che li abitano e peraltro dotati di grandi potenzialità turistiche – un turismo di sicuro più prettamente culturale che sportivo-ricreativo, in gran crescita ma che non pare interessare granché i promotori turistici locali. Così, tra iniziative politiche poco competenti e superficiali che tendono a inchinarsi alle esigenze meramente commerciali dei soggetti imprenditoriali privati, e nel bailamme delle discussioni tra le parti “pro” e quelle “contro”, spesso fin troppo irrigidite sulle proprie posizioni contrastanti, diventa evidente il problema (solito da queste italiche parti, ahinoi) della mancanza di gestione di fenomeni che sarebbero da regolare fin da quando prendono a manifestarsi in maniera importante, per fare in modo che le loro potenzialità positive non diventino rapidamente delle grane croniche e delle rogne parecchio nocive per tutti, inclusi quelli che vi avrebbero ricavato dei vantaggi. Purtroppo la cura e la lungimiranza riguardo tali situazioni sono doti delle quali la politica è parecchio mancante, lo sappiamo bene: per andar di metafora, ci siamo abituati a costruire le case partendo dai tetti per poi dichiarare l’emergenza quando i tetti sono prossimi a crollare. È un peccato perché ci sarebbero le migliori circostanze per costruire cose belle, fatte bene e durevoli: ovviamente per ottenere questo occorrono meno impulsività e più ponderazione, ma è come pretendere che un asino si metta a volare, a quanto pare.

[In mtb verso Fuorcla Surlej, Alta Engadina. Foto tratta da percorsimtbvalbrembana.it.]
Detto ciò, credo che il principio di fondo (anche) di una questione del genere sia un semplice e logico compendio di pochi e altrettanto evidenti stati di fatto. Posto che le mulattiere secolari sono un bene storico da sottoporre a tutela e modificarne lo stato equivale a prendere una torre medievale e trasformarla in una banale villetta, posto pure che pedoni e ciclisti non possono restare sugli stessi percorsi al fine di evitare gli ovvi pericoli insiti in tale situazione, e posto altresì che le morfologie montane impongono innanzi tutto la loro percorrenza a piedi – la quale è peraltro una pratica storico-culturale strettamente legata alla storia e all’identità delle stesse montagne – prima che in altri modi i quali, nel caso, devono inesorabilmente considerare dei limiti oltre i quali andare è dannoso oltre che stupido, io dico che il problema, come sempre, non è semplicemente fare le cose ma farle bene. È (sarebbe) banale dirlo e invece non lo è affatto, viste certe opere o certi progetti. Fare le cose bene significa farle con competenza, consapevolezza di ciò che si sta facendo, conoscenza e rispetto dei luoghi dove “si fa” nei modi più compiuti e approfonditi, contestualità con le loro caratteristiche, senso di responsabilità, capacità di visione futura rispetto a ciò che resterà in quanto fatto. A volte lo si fa bene, altre volte malissimo (in tema di cicloturismo montano, ad esempio, ciò che si è fatto a più di 2000 m di quota in Val Poschiavina è un caso esemplare al riguardo). E se non si fanno bene, queste opere a mero uso turistico, chi le ha progettate, autorizzate e eseguite male deve ineludibilmente pagarne le conseguenze a livello giuridico oltre che politico. Molte, troppe cose si fanno con altrettanta leggerezza e senza concrete assunzioni di responsabilità, per di più spendendo somme ingenti di denaro pubblico. Poi, quando dopo qualche anno ci si rende conto del danno cagionato – e sia chiaro: quasi sempre se il progetto o l’opera sono stati concepiti male lo si comprende subito – ormai i buoi sono scappati dalla stalla e per rimediare tocca spendere altri soldi pubblici, sempre che un rimedio lo si possa attuare.

[Lavori per l’orribile ciclovia della Val Poschiavina, in Valmalenco.]
Infine, è bene non dimenticare che, come ho accennato poco fa, in montagna esiste il senso del limite, un valore che purtroppo la società contemporanea da tempo sta cercando di demolire e che è soprattutto l’industria turistica, la quale spesso si presenta come paladina della valorizzazione dei luoghi ove opera, che si disinteressa bellamente di qualsiasi limite pur di massimizzare i propri tornaconti. Dunque, tornando al tema cicloturistico, se per certi versi è comprensibile che si sviluppino le infrastrutture atte alla sua pratica divenuta così popolare, per altri versi non si capisce proprio perché si pretenda di far arrivare i cicloturisti anche dove l’intelligenza imporrebbe il solo transito a piedi e, per fare ciò, si costruiscano tracciati tanto confortevoli per i ciclisti, desiderosi di ciclopiste “cittadine” anche a 2500 m di quota, quanto terribilmente impattanti nell’ambiente montano e disturbanti qualsiasi altra sua frequentazione.

Perché? Volontà genuina di sostenere il più possibile un nuovo fenomeno turistico, oppure mera (e non di meno bieca) pretesa di sfruttarlo per ricavarvi i massimi tornaconti disinteressandosi di ogni altra cosa, innanzi tutto dell’ambiente montano e della sua cura?

Una domanda che, per il momento, sembra generare una risposta abbastanza chiara e univoca. Già.

Milano, la città “green” che uccide gli alberi

Ho sentito poco fa alla radio che il grande platano di Piazza Buozzi a Milano è stato abbattuto, nonostante le proteste di molti cittadini prestigiosi e comuni – e tra i primi annovero i cari amici Paolo Canton e Giovanna Zoboli, che ne hanno scritto con passione sulle rispettive pagine Facebook. Insieme al platano, altri alberi milanesi storici sono stati o stanno per essere abbattuti: i glicini secolari del Circolo degli Ex Combattenti di Piazza Baiamonti, un grande nespolo e altri alberi che sono parte integrante del paesaggio del quartiere Sarpi-Garibaldi, i tigli del giardino comunitario dedicato testimone di giustizia Lea Garofalo, eccetera.

Io sul serio mi chiedo che testa abbia una città – ovvero i suoi amministratori – che cancella dal paesaggio urbano presenze vive e identitarie come i suoi grandi alberi, autentici marcatori referenziali nella geografia cittadina che nei decenni hanno assunto non solo una valenza storica ma pure un valore antropologico, stante il legame con essi degli abitanti dei rispettivi quartieri, e al contempo si gonfia boriosamente il petto annunciando un giorno sì e l’altro pure di piantare totmila nuovi alberi in giro per la città molti dei quali, per mero menefreghismo manutentivo, ecologico e civico, vengono lasciati morire – ma nel frattempo la propaganda mediatica ha generato i soliti titoloni osannanti la “Milano Green”, la “metropoli sostenibile” e via cianciando, con gran soddisfazione degli amministrazioni suddetti.

Sia chiaro: su che testa abbiano una risposta piuttosto franca ce l’avrei, anche solo per come un tale modus operandi politico metta in evidenza non solo un gran menefreghismo ma pure una totale incapacità di cogliere e interpretare il senso culturale profondo del paesaggio della propria città, ovvero per come segnali una sostanziale disconnessione dalla sua anima, dal suo Genius Loci, dalla sua identità di luogo.

«Era solo un vecchio albero malato!» ribatterà qualcuno. Be’, a parte il fatto che la scusa della malattia arborea viene sempre tirata in ballo, con una tale frequenza da far pensare inesorabilmente male circa la sua veridicità (che poi, se tutti questi alberi sono veramente malati, la colpa è comunque da ascrivere agli amministratori pubblici che non li hanno fatti curare a dovere), sì, era solo un albero. Come era un solo altro albero il glicine di Piazza Baiamonti, solo uno il nespolo di Sarpi, “solo uno” ogni altro grande albero abbattuto nei mesi scorsi. E qual è la somma complessiva di tutti questi “solo uno”? Eccola qui:

Nel periodo 2020-2021 Milano ha cementificato 18,68 ettari di territorio entro il suo perimetro amministrativo. Un numero che è il risultato di una accelerazione incredibile se paragonato ai 2,32 ettari del 2019-2020. Questo significa che nell’ultimo periodo monitorato dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), Milano ha innalzato il consumo annuo di suolo di otto volte.

Milano “green”. Greenwashing, già. Greenshaming, per ancora meglio dire.

(La foto del platano di Piazza Buozzi in testa al post è di Matteo Maculotti.)

Una Milano irripetibile

[Milano, anni Sessanta del Novecento. Immagine tratta da https://www.flickr.com/photos/milan_lera_insc/8746348521.%5D
Ogni qual volta ce n’è l’occasione – la più recente è stato il decennale dalla scomparsa di Enzo Jannacci – e mi ritrovo a leggere della Milano del secondo Novecento, resto puntualmente basito nel constatare la quantità abnorme di talento e genialità che si concentrava in città in quegli anni per la presenza di personaggi variamente appartenenti al mondo delle arti che, mi sia consentito l’accenno di “passatismo”, così non ne esistono proprio più. Fu una sorta di favorevolissima e ineguagliabile congiunzione astral-artistica, il risultato esplosivo di un incrocio di culture, creatività, doti, destini che si sono mescolati gli uni agli altri per “inventare” un mondo espressivo profondissimamente meneghino seppur – e anche questa è una peculiarità emblematica di quel “qui&ora” novecentesco – formato da individui spesso di origini niente affatto milanesi.

[Adriano Celentano e i suoi “Rock Boys”, con Giorgio Gaber alla chitarra e, seminascosto dal sassofonista, Enzo Jannacci al piano. Immagine tratta da www.laquintat.it.]
Per fare qualche nome tra i tanti e nella certezza assoluta di dimenticarne altri di pari valore: il citato Jannacci (figura centrale di quella fenomenale Milano d’antan) che al liceo ha come compagno di classe Giorgio Armani, comincia la carriera di musicista entrando nel gruppo di un giovane cantautore rock, Adriano Celentano, per il quale suona la chitarra Giorgio Gaber. Poi comincia a proporre pezzi suoi con testi sovente scritti da Dario Fo (che scrive anche per Ornella Vanoni la quale intanto lavora con Giorgio Strehler) o ispirati dall’amico Luciano Bianciardi, spesso composti ai tavoli del leggendario bar “Jamaica” bevendo qualcosa insieme ad altri avventori del locale come Lucio Fontana, Piero Manzoni, Dino Buzzati. Nel frattempo frequenta da musicista i locali milanesi, come il “Club 64” dove si esibisce anche un giovane Franco Battiato che verrà poi lanciato proprio da Gaber, e l’altrettanto leggendario “Derby Club”, locale aperto dagli zii materni di Diego Abatantuono, dove spesso suona con musicisti come Enrico Intra e Franco Cerri: del locale, nel quale si fa anche molto cabaret, ne diventa il direttore artistico de facto e parimenti lo diventa del gruppo di comici che più frequentemente si avvicendano sul palco, come il citato Abatantuono, Cochi e Renato, Mauro Di Francesco, Giorgio Porcaro, Massimo Boldi, Teo Teocoli, Giorgio Faletti, Francesco Salvi, Guido Nicheli… e via di questo passo. Ne sto dimenticando un sacco, ribadisco.

[Il “Gruppo Repellente” al Derby Club, metà anni Settanta: da sinistra, Ernst Thole, Diego Abatantuono, Enzo Jannacci, Mauro Di Francesco, Giorgio Porcaro, Massimo Boldi, Giorgio Faletti.]
Una Milano che non esiste più, certamente e inevitabilmente. Il tempo corre avanti, la storia riscrive giorno dopo giorno le proprie pagine, cambiano la persone, le mode, i costumi, le arti, cambia il mondo nelle grandi cose e nelle piccole, com’è giusto che sia e meno male che va così; d’altro canto, in considerazione di tutto ciò fare confronti tra momenti diversi è sempre una cosa pressoché priva di senso. Tuttavia, ribadisco, a volte certe circostanze sembrano proprio eccezionali, forse irripetibili: e quella Milano aveva un paesaggio, nel senso più ampio del termine dunque comprendente anche la geografia umana che caratterizzava la città, le conferiva l’identità peculiare del tempo e dava voce al suo Genius Loci, che veramente risulta straordinario anche, se non soprattutto, se visto e considerato al di là del tempo, quale corpus culturale e per molti versi antropologico che è un patrimonio ineluttabilmente inestimabile divenuto eredità, memoria, retaggio, fondamenta umanistiche del presente e del futuro.

[Gaber, Jannacci, Fo. Immagine tratta da https://ilfotografo.it.]
Ecco, a questo punto qualcuno avrà trovato la risposta alla domanda che forse, a leggere questo post, si sarà fatto: «Ma perché si occupa di paesaggi e qui scrive di quegli artisti milanesi?». Perché era (è) paesaggio, appunto, pienamente e compiutamente.

Insomma, come si cantava in una celeberrima canzone di qualche lustro prima di quegli anni eccezionali, «Lassa pur ch’el mond el disa ma Milan l’è on gran Milan!» E speriamo che lo resti, nonostante tutto.