Buoni motivi per i quali isolarsi dal mondo

[Foto di Alex jiang su Unsplash.]

RAGIONI PER LE QUALI MI SONO ISOLATO IN UNA CAPANNA
Parlavo troppo
Desideravo il silenzio
Troppa corrispondenza arretrata e troppa gente da incontrare
Ero geloso di Robinson
Fa più caldo qui che nella mia casa di Parigi
Perché sono stufo di fare acquisti
Per essere libero di urlare e vivere nudo
Perché detesto il telefono e il rumore dei motori.

A pagina 103 del suo Nelle foreste siberiane (Sellerio, 2012), che sto leggendo e del quale a breve vi scriverò, lo scrittore e viaggiatore francese Sylvain Tesson elenca le ragioni per le quali ha scelto di isolarsi per sei mesi in una capanna sulle rive del lago Bajkal, in Siberia, tra l’inverno e l’estate del 2010, a decine di miglia da qualsiasi altra presenza umana; l’immagine lì sopra vi può far capire il luogo. Una scelta sicuramente estrema che tuttavia a molti, credo (soprattutto a chi come me sia un “discepolo” di Thoreau), sarà venuta in mente qualche volta, magari senza finire in capo al mondo (o quasi) come Tesson ma facendosi bastare una baita in qualche valle poco o nulla abitata tra le montagne a qualche ora di camino dal villaggio più vicino, oppure un isolotto disabitato a sufficiente distanza dalla costa e dalla “civiltà”. Ma se mai decidereste di farlo, per quali motivi lo fareste?

Io per questi:

  • Non avere più l’obbligo di controllare date e ore.
  • Non avere più l’obbligo di dover dire cose a qualcuno ne di dover ascoltare qualcuno.
  • Essere libero di poter fare cose e non di dover fare cose.
  • Leggere un sacco, scrivere un sacco.
  • Dormire tantissimo per recuperare anni di sonno arretrato.
  • “Sentire” il silenzio ovvero ascoltare i soli suoni della Natura.
  • Provare a capire quali cose della mia vita siano veramente utili e quali veramente superflue.
  • Osservare la Natura e il cielo stellato per ore intere.
  • Vivere la solitudine vera per poi (ri)vivere meglio la socialità, quando torno.
  • Capire se la parte selvatica che io credo di avere si manifesti sul serio o sia solo una stupidaggine.
  • Sperimentare la situazione vissuta da Thoreau in Walden ma pure dal protagonista del romanzo Dissipatio H.G. di Guido Morselli.
  • Non doversi curare di ciò che accade nel mondo.

Ecco. Più o meno sono questi, i miei motivi. Magari voi direte: be’, ma per fare alcune di queste cose non c’è bisogno di isolarsi chissà dove per chissà quanto tempo! Forse sì, è vero, ma credo che ciò sia comunque qualcosa che ognuno può e deve decidere personalmente come fare. C’è chi ha bisogno di rumore per riuscire a concentrarsi e chi di silenzio assoluto, ad esempio: dipende da persona a persona insomma, e per esperienza personale credo che l’isolamento, idealmente in montagna, a me aiuterebbe molto a realizzarle in modo compiuto e proficuo. Che è poi ciò che conta, del farle.

E i vostri motivi, invece?

Il senso, in Natura

[Foto di Sergio Cerrato – Italia da Pixabay]

Sediamoci insieme, meditiamo, ascoltiamo il silenzio degli alberi, il mormorio dei ruscelli, il canto degli uccelli, il variegato pulsare degli astri in una notte limpida, prepariamoci a fare quel che fanno le stelle cadenti, come scriveva magistralmente Rainer Maria Rilke (1875-1926), già in noi «ha avuto inizio / ciò che dura oltre i soli». Poiché l’uomo che s’inoltra in natura capisce da solo, un’esperienza dopo l’altra, che la vita non ha una direzione obbligata, che tutto – a partire dal tempo che ci è dato, dalle energie che giostriamo, dai desideri e dai limiti con i quali ci forgiamo e misuriamo – è un dono senza un senso preciso: siamo la vita che decidiamo di indossare.

[Tiziano FratusSutra degli alberiPiano B Edizioni, 2022, pag.53. Trovate la mia “recensione” del libro qui.]

A rileggere questi passi del mirabile libro di Fratus, mi viene da pensare che per un dono senza un senso preciso come è la vita il “senso” migliore possibile è proprio quello che possiamo seguire inoltrandoci nella Natura. Così, come scrive Fratus, forse capiremo tutto ciò che serve da soli.

Il necessario ritorno al bosco

Ogni tanto ritorno al bosco per raccontargli quel che nel frattempo la mia penna ha radicato nel regno della carta. Semplicemente torno al bosco per leggere quel che ho composto grazie a questo vasto quanto irragionevole magistero; consegno silenzi e parole, insceno un oratorio privato di ricompensa e ritorno costante alla fonte della mia ispirazione – la natura, l’albero, le acque che ruscellano, il canto degli uccelli, il fruscio delle ali e delle code e tutta quella fantasia senza fine che può farmi compagnia in questo giro di ore che chiamiamo vita. Chiunque provi un autentico sentimento di trasporto verso i boschi e la natura e gli alberi sa che questi sono anzitutto trasformatori universali, proiettano quel che noi abbiamo bisogno di costruire oltre i nostri limiti, le nostre angosce, le nostre paure.

Così scrive Tiziano Fratus nel suo bellissimo Sutra degli Alberi (leggetelo, è uno dei libri più affascinanti usciti di recente; trovate la mia “recensione” qui) e mi trovo profondamente in sintonia con queste sue impressioni scritte. Anch’io ogni tanto – ma quanto più di frequente possibile – ritorno al bosco per gli stessi motivi, perché sono ben conscio che molto di quello che faccio nella mia quotidianità ha preso forma, materiale e immateriale – durante i miei vagabondaggi silvestri, nel corso dei quali ho trovato innumerevoli ispirazioni, molte probabilmente inconsce ma che so essere state comunque raccolte dai miei sensi e lasciate sedimentare nel mio animo, fino a che il loro valore divenuto chiaro le ha fatte e le fa tornare in superficie nella mente, mostrandomele proficue per tante cose: per scrivere, per riflettere, per vivere le cose ordinarie della giornata e quelle straordinarie, per provare a comprendere ciò che mi circonda, per provare benessere, equilibrio, armonia. In effetti camminare nel bosco è una pratica di illuminazione: rende più chiara la vita, non necessariamente la fa più bella ma, io credo, probabilmente la rende più nitida, più cristallina e dunque più tollerabile, facendone un cammino maggiormente equilibrato e armonico rispetto allo spazio e al tempo percorsi.

Poi a volte capita che quella “illuminazione”, prima da me descritta come un’ideale da praticare, diventa una realtà da vivere, fugace tanto quanto intensa, fantastica eppure tangibile (che con risultato largamente manchevole ho provato a fissare nell’immagine in testa al post, còlta nei boschi sui monti sopra casa nell’attimo in cui la luce del Sole prossimo al tramonto penetrava le foschie a volte dense che avvolgevano il luogo, un pomeriggio recente). È l’energia che scaturisce dal bosco quale «trasformatore universale», come scrive Fratus, ed è il bagliore generato dalla proiezione del nostro «bisogno di costruire oltre i limiti, le angosce e le paure» che umanamente abbiamo, che forse non sapremo superare ma le quali possiamo meglio definire, comprendere, accettare anche grazie al bosco e al mondo naturale, ovvero alla più armoniosa relazione che sapremo intessere con essi e con la loro tangibile fantasia.

Tiziano Fratus, “Sutra degli Alberi”

«Sutra: s. m. [voce sanscr., propr. «regola, norma di comportamento»], invar. – Nella letteratura e nella cultura dell’India antica, denominazione di aforismi brevissimi (generalm. di due o tre parole) di carattere religioso e rituale, grammaticale e letterario, filosofico e scientifico; tali aforismi, accompagnati da minuti commenti, indispensabili per l’estrema concisione degli aforismi stessi e per il significato convenzionale attribuito ad alcune lettere che li compongono, sono raccolti in speciali trattati, detti anch’essi Sutra.»

Questo sono i Sutra, leggendo la definizione sul Vocabolario Treccani. Una nozione sicuramente importante per il volume del quale vado a raccontarvi ma, se possibile, nella definizione c’è un passaggio che nello specifico lo è anche di più, a mio modo di vedere: quando si denota che i Sutra «sono raccolti in speciali trattati, detti anch’essi Sutra». Ecco: Tiziano Fratus, Homo Radix, scrittore, poeta, buddista agreste, dendrosofo ovvero uno dei maggiori conoscitori delle comunità arboree italiane e mondiali con le quali ha nel tempo costruito e intessuto una relazione che può ben essere definita spirituale in modo pieno e compiuto (nonché persona di gran valore generale della cui conoscenza mi onoro grandemente), di libri su questi temi che prendono la forma di trattati – o silvari, nella terminologia coniata da Fratus stesso – ne ha scritti parecchi e tutti intriganti, alcuni estremamente affascinanti. Tuttavia Sutra degli Alberi (Piano B Edizioni, Prato, 2022), in base alla mia personale esperienza di lettura dei testi dello scrittore bergamasco, assume veramente i connotati di un trattato speciale, dall’anima profondamente letteraria e parimenti spirituale, meditativa tanto quanto pragmatica, che nella produzione di Fratus mi pare rappresenti un vero e proprio apice, un sunto compiuto di quanto vissuto prima (editorialmente e umanamente), la manifestazione della volontà di porre un punto fermo, di carattere personale ma assolutamente condivisibile, che faccia da fulcro attorno al quale si possa condensare il pensiero passato – che poi di frequente è stato messo nero su bianco nei vari libri pubblicati, appunto – e dal quale possa prendere spunto quello futuro []

(Potete leggere la recensione completa di Sutra degli Alberi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Perdere tempo / prendere tempo

[Foto di Pasja1000 da Pixabay.]
Il modus vivendi che – volenti o nolenti – facciamo nostro nel mondo quotidiano, spesso ci porta a pensare, a ritenere o a credere che, nelle cose compiute durante le nostre giornate, siano quelle ordinarie o meno, stiamo perdendo tempo. Andiamo sempre di fretta, tutto deve essere veloce, abbiamo sempre meno pazienza e siamo sempre più esagitati al punto che, a impiegarci qualche momento in più nel fare qualcosa, abbiamo l’impressione che la vita ci scappi via, che ci stiamo smarrendo, che rimarremo indietro rispetto alla forsennata e irrefrenabile corsa del mondo.

Abbiamo così paura di perdere tempo che, paradossalmente, ciò che abbiamo realmente perso è la facoltà di prendere tempo.

Invece: prenderci il tempo necessario per fare le cose con la giusta calma, la più adeguata ponderatezza e senza la perniciosa superficialità (forzata ma che di frequente per alcuni diventa abituale) che spesso le contraddistingue, prenderci il tempo per fermarci ogni tanto a riflettere su cosa stiamo facendo e come lo stiamo facendo, su dove siamo, su ciò che abbiamo intorno, recuperare la necessaria lentezza che è naturale in molte azioni compiute, la facoltà di avere pazienza, di saper attendere – magari, come dice il Tao, attendere senza doversi sempre aspettare qualcosa… prenderci il tempo per pensare veramente, nel senso più compiuto del termine, contro la tendenza odierna di crede che a “pensare” troppo si perda del tempo, appunto. E infatti le conseguenze di tale tendenza, così malauguratamente diffusa, le vediamo un po’ ovunque intorno a noi.

D’altro canto: se fosse proprio questa nostra permanente paura di perdere tempo a farci sostanzialmente perdere il vero tempo, quello che scandisce il moto della vita realmente e pienamente vissuta e, di conseguenza, che ci rende altrettanto pienamente vivi? Oggi noi corriamo, corriamo, corriamo, esagitati e stressati come se da ogni ora di tempo ne dovessimo ricavare tre o quattro… ma per far che, e con quale risultato concreto? Forse con quello di farci correre ben più velocemente del dovuto verso la fine?

Dunque, di contro: se fosse proprio la capacità di saperci prendere tutto il tempo necessario a vivere al meglio la nostra quotidianità, quella veramente in grado di trasformare – come recita il noto motteggio popolare – «il tempo in denaro», cioè in qualcosa di grande valore e di utilità fondamentale per ciascuno di noi in questo nostro troppo scalmanato mondo?