Un pezzo di Italia al di là del Gottardo

(Immagine tratta da https://twitter.com/Rigi_CH)

Da Lucerna ad Erstfeld, ma sostanzialmente potremmo dire da Lucerna ad Amsteg, attraversiamo un paesaggio che non rivela la benché minima traccia di quella che sarà poi l’impervia zona del Gottardo. Anzi, dal punto di vista climatico, e quindi anche dal punto di vista della vegetazione, la zona tra Lucerna e Amsteg ha pochi paragoni nella Svizzera tedesca. Si potrebbe quasi dire che si tratta di un pezzo di Italia scaraventato al di là del Gottardo. Certo, non proprio l’Italia vera e propria, però qualcosa di affine.

(Carl SpittelerIl GottardoArmando Dadò Editore, Locarno, 2017, traduzione e cura di Mattia Mantovani, pag.36; orig. Der Gotthard, 1897.)

P.S.: e se non credete che la zona di Lucerna, cuore del cuore di Svizzera, sia ben più mediterranea di quanto si potrebbe credere, provate a leggere questo libro!

Strettamente uniti

Una cosa è certa: noi svizzeri dobbiamo unirci più strettamente. Per farlo, dobbiamo capirci meglio, e per capirci meglio dobbiamo anzitutto imparare a conoscerci a vicenda. Cosa conosciamo noi della Svizzera francese, della sua letteratura e della sua stampa? Su questo punto, ciascuno deve rispondere a se stesso.

(Carl SpittelerIl nostro punto di vista svizzero. Discorso sulla neutralità, in Il GottardoArmando Dadò Editore, Locarno, 2017, traduzione e cura di Mattia Mantovani, pag.239; orig. 1915.)

In poche e significative parole, peraltro enunciate più di un secolo fa, Carl Spitteler indica per la sua Svizzera una dote fondamentale che invece all’Italia è sempre mancata e continua (continuerà) a mancare. Anche così la Confederazione, piccolo/grande miracolo culturale, sociale e sociologico, ha costruito la sua forza e la capacità contemporanea di primeggiare in molteplici campi, materiali e immateriali; per il motivo uguale e contrario l’Italia è ferma a quelle celeberrime parole del Metternich e allo stato di mera «espressione geografica», incapace di andare oltre perché, sostanzialmente, priva di identità culturale e dunque di una “società” che possa definirsi autenticamente tale, realmente viva e vitale. Per la gioia di innumerevoli parassiti – autoctoni, soprattutto.

Viva Carl Spitteler!

Nel mentre che l’Accademia di Svezia annuncia(va) i vincitori del Premio Nobel per la Letteratura 2018 e 2019, Olga Tokarczuk e Peter Handke, la Svizzera ricorda(va) l’unico suo autore che abbia vinto il Nobel per la Letteratura, Carl Spitteler, nel 1919 – lo fa infatti anche per via del centenario da quell’evento.

La cosa mi interessa particolarmente dacché di Spitteler, lucernese d’adozione (un po’ come me, se così posso dire), solo negli ultimi tempi rivalutato anche in patria come autore letterario – semmai ben più celebre per il suo Discorso sulla neutralità – ma quasi sconosciuto in Italia, ho letto di recente il suo Il Gottardo, opera bellissima pubblicata dall’editore ticinese Dadò della quale, sfruttando tale occasione, vi ripropongo qui le mie impressioni di lettura.
Peraltro, sempre in occasione del centenario, l’altro principale editore ticinese, Casagrande, ripubblica il Discorso sulla neutralità in un volume che contiene le riflessioni al riguardo di numerose autrici e autori elvetici riguardo un testo di grande valore politico e culturale anche al di fuori del contesto svizzero (anzi, forse soprattutto al di fuori), per certi versi profetico, la cui lettura risulta per questo attualissima e illuminante.
Cliccate sulla copertina qui sopra per saperne di più.
Insomma: viva Carl Spitteler!

La montagna che “crolla”

Il disfacimento dei ghiacciai montani, sulle Alpi come su qualsiasi altra catena montuosa del mondo, ogni tanto sale agli onori della cronaca nelle disquisizioni sui cambiamenti climatici oppure, più raramente, in circostanze eclatanti come quella del Ghiacciaio di Planpincieux (cliccate sull’immagine per leggere l’articolo al riguardo de “La Stampa”). Tuttavia, nonostante il tema “caldo” (è il caso di dirlo!) del riscaldamento globale, è una notizia che viene sempre letta dai più come qualcosa di “suggestivo”, di pittoresco mi viene da dire: una massa di ghiaccio che sta per franare da una montagna e finire a valle e «wow!» – chissà che “spettacolo” sarà quando verrà giù, chissà quanti video, nel caso, gireranno sul web… Ecco, e poi finisce tutto lì.

In verità, quello che ancora si capisce molto poco, anche perché gli organi di informazione non approfondiscono mai le notizie come a volte dovrebbero e potrebbero, è che il disfacimento dei ghiacciai alpini (dacché il fenomeno è a livello globale, come già osservato, ma per molti aspetti è sulle Alpi che assume maggiore evidenza, in primis per la maggior presenza e pressione antropica sul territorio alpino) non comporta solo un guasto alla bellezza del paesaggio d’alta quota e dei relativi panorami, a breve pressoché privati di una delle loro componenti fondamentale e più “montane”, le nevi eterne, ancora così presenti nell’immaginario collettivo alpino di matrice più o meno turistica, ma ancor più comporta un profondo mutamento della percezione del territorio abitato e della relativa concezione del paesaggio, con conseguente alterazione della relazione tra l’uomo e i luoghi abitati. In parole povere: un territorio e un paesaggio che sono rimasti più o meno immutati per secoli, e che su tale loro essenza geomorfologica hanno generato la propria identità di luogo, di dimensione culturale e influenzato la relazione delle genti che li hanno abitati e li abitano, in breve tempo subiscono una modificazione così profonda e alterante da cambiare la percezione di essi negli occhi di chi li osserva, così cambiando inevitabilmente il rapporto antropologico di chi vi interagisca, sia come abitante sul lungo periodo che come visitatore nel breve.

Immaginatevi un luogo con cui avete un legame particolare, ad esempio un albergo nel quale avete passato per tanti anni vacanze bellissime e per questo vi siete affezionati: un bel giorno vi ritornate e lo trovate sempre lì dove è ubicato da sempre e più o meno uguale ma il terrazzone dove prendevate il Sole non c’è più, la sala da pranzo è totalmente diversa, le camere hanno un arredamento differente… L’albergo è sempre quello, il nome è lo stesso ma vi verrà difficile riconoscerlo come lo riconoscevate prima, per come vi identificavate in esso e per come ogni suo angolo vi suscitava piacevoli ricordi, memorie, aneddoti che vorreste nuovamente rivivere ma ora no, è impossibile: troppi cambiamenti da come era prima.

Ecco: senza voler troppo superficializzare o banalizzare la questione, il succo è più o meno questo.

E senza tener conto di tutte le altre innumerevoli conseguenze, spesso più materiali, derivanti dalla sparizione dei ghiacciai alpini: dalla diminuzione delle risorse idriche, ad uso domestico o per la produzione idroelettrica, ai danni all’industria turistica, dal dissesto idrogeologico all’aggravamento ancor più intenso del riscaldamento climatico, senza più i “freezer” d’alta quota sulle vette, eccetera. Non è solo un ghiacciaio che precipita a valle, dunque; non solo dei giganteschi seracchi che crollano (ma se va bene senza fare troppi danni a cose e persone), ma in realtà un paesaggio intero che crolla nelle sue “certezze” geografiche, geomorfologiche, naturalistiche, ambientali, antropologiche fino ad oggi “acclarate” e accettate. Un danno che va ben oltre quello idrogeologico e diviene pienamente storico-culturale, anche perché non più recuperabile se non entro qualche secolo e solo con un (ora utopistico) raffreddamento del clima.

Quella abitata dall’uomo ma senza più ghiacciai sarà una montagna inesorabilmente diversa, certamente peggiore dal punto di vista paesaggistico e ambientale, verso la quale i modus vivendi resilienti – e in necessaria costante mutazione – diverranno la norma, rendendo superata ovvero fuori luogo ogni stanzialità antropica per come si è manifestata fino a oggi, sia essa meramente residenziale e sussistenziale, sia funzionale alla fruizione turistico-commerciale (o comunque utilitaristica) dei monti. La montagna d’una volta, insieme ai ghiacciai, per molti aspetti sparirà; e chissà come noi e le future generazione reagiremo nel concreto, materialmente e immaterialmente, a questa drammatica perdita.

Carl Spitteler, “Il Gottardo”

Un paio d’anni fa, in Nuova Zelanda, alcune popolazioni indigene di etnia Maori hanno ottenuto per una montagna ad essi sacra (il monte Taranaki o monte Egmont) lo status di “personalità giuridica” proprio in virtù dell’importanza storico-culturale rivestita dal monte per gli abitanti della regione, il quale ha così assunto il ruolo di whanau (famiglia estesa) e di “antenato” come fosse realmente un membro delle comunità in questione.

Ora, non vorrei apparire in nessun modo “blasfemo” per quelle popolazioni e nemmeno eccessivamente retorico per gli elvetici, ma senza dubbio per la Svizzera il Gottardo, come massiccio montuoso e, ovviamente ancor più, come valico, una sorta di propria “personalità istituzionale” l’ha assunta ad honorem, in base all’importanza fondamentale che ha avuto nelle vicende storiche della Confederazione – in fondo la Svizzera è nata proprio ai piedi del versante Nord del Gottardo, sul celeberrimo prato del Rütli e col patto omonimo qui siglato nel 1291 – ma pure nell’ottica dei collegamenti tra la parte settentrionale e mitteleuropea dell’Europa con quella meridionale e mediterranea. Una montagna dalla quale nascono quattro tra i maggiori fiumi europei (Reuss, Reno, Ticino, Rodano) che poi divallano le loro acque ciascuno verso uno dei quattro punti cardinali, che venne creduta a lungo la più alta del pianeta e che tutt’oggi rappresenta uno dei passaggi fondamentali attraverso le Alpi per viaggiatori e merci, fin da quando venne aperta la prima mulattiera medievale – opera di notevole ingegneria, per il tempo – e ancor più quando, nel 1882, venne aperto il traforo ferroviario, all’epoca il più lungo al mondo, una meravigliosa tecnologica assoluta. In tal modo, se già il Gottardo “antico”, riservato a viandanti e carovane, ha rappresentato per secoli un esempio perfetto di “montagna-cerniera” capace di unire i versanti opposti e non di dividerli (come per tante altre montagne ha imposto il modello geopolitico cartesiano, basato sul concetto dello “spartiacque” e dal Settecento in poi divenuto lo standard nella tracciatura dei confini nelle zone montuose), e se ciò assume ancor più valore riguardo la realtà geopolitica della Svizzera (Staat pass/Stato di passo per eccellenza, come il geografo bavarese Karl Haushöfer definì le entità territoriali statali occupanti entrambi i versanti della catena alpina), lo è divenuto ancor più, e su scala ben più vasta, con l’apertura della galleria ferroviaria – affiancata solo in tempi più recenti, nel 1980, dal traforo autostradale.

Una decina d’anni dopo, la Società Ferroviaria del Gottardo rimarca l’esigenza di far conoscere meglio il territorio attraversato dalla linea ferroviaria internazionale al sempre più crescente pubblico turistico che dall’Europa del Nord giungeva fino a Lucerna e poi, col treno, ripartiva agognando le bellezze e il clima dei laghi e delle riviere marine italiane ma, in questo modo, rischiando di perdersi la meraviglia paesaggistica di uno dei territori alpini più affascinanti in assoluto. La Società incaricò dunque un autore oggi poco ricordato anche dagli stessi svizzeri ma fondamentale nella storia letteraria elvetica – e non solo per aver conseguito il Premio Nobel nel 1919, Carl Spitteler, il quale per due anni viaggia innumerevoli volte sul treno attraverso il tunnel e poi a piedi per tutto il territorio compreso nella tratta alpina della linea, ricavando da tali vagabondaggi ferro-pedestri Il Gottardo (Armando Dadò Editore, 2017, a cura di Mattia Mantovani; orig. Der Gotthard, 1897).

Ecco, lo dico subito: se nel genere della “letteratura di viaggio” dobbiamo considerare l’era che (geograficamente parlando) dal romanticismo illuminista evolve verso la contemporaneità tecnologica, questo volume di Spitteler è a mio modo di vedere un piccolo/grande capolavoro []

(Leggete la recensione completa de Il Gottardo cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)