Libertà è “licenziarsi” dalle schiavitù (Fëdor Dostoevskij dixit)

Nel mondo attuale per libertà s’intende la licenza, mentre la vera libertà consiste in un calmo dominio di se stessi. La licenza conduce soltanto alla schiavitù.

(Fëdor Dostoevskij, La soluzione russa del problema (febbraio 1877), in Diario di uno scrittore, traduzione di Evelina Bocca e Gian Galeazzo Severi, Garzanti, Milano, 1943.)

Il “mondo attuale” di Dostoevskij, nella citazione riportata, è quello di quasi un secolo e mezzo fa, eppure l’uomo in tutto questo tempo non ha capito cosa sia la vera libertà: ha preferito godere del permesso altrui di credersi “libero”, ovvero di avere licenza di fare ciò che da altri gli viene concesso di fare. Così oggi, in base agli stessi principi, l’uomo può pure essere “libero” di non sentirsi in schiavitù: un paradosso sconcertante tanto quanto incompreso. Il dostoevskijano “mondo attuale” è (ancora) oggi: una dimensione atemporale, in pratica, dentro la quale siamo prigionieri, incapaci di vivere liberi ovvero di poter realmente dominare noi stessi, fors’anche perché, ormai, troppo abituati ad essere dominati da altri.

Kazuo Ishiguro, Premio Nobel per la Letteratura 2017

(Ishiguro) ha una prosa di provocante equilibrio, piatta come l’orizzonte del mare ma dove si agitano profondità nascoste. Evita ornamenti ed eccessi e sembra apprezzare cliché, banalità, episodi scialbi e un’atmosfera con una strana calma diffusa, la cui mite presenza sembra irreale e minacciosa.

(James Wood sul vincitore del Premio Nobel per la Letteratura 2017 Kazuo Ishiguro, da The New Yorker.)

(Ecco, del Premio Nobel per la Letteratura a me – irrimediabilmente anarchico pure nella scelta dei libri da leggere – piace che mi “segnali” autori tanto importanti da meritarsi un riconoscimento simile e, di conseguenza, mi imponga la necessità di sconcertarsi per non aver mai letto nulla di loro. La riconosco tale “virtù”, al Nobel, e devo dire che effettivamente è servita a promuovermi la conoscenza di autori che, altrimenti, non avrei mai considerato. Anche nel caso di Ishiguro, probabilmente.)

I laghi i boschi le vette il cielo, ma poi le montagne s’incazzano (Arno Camenisch dixit)

Guarda i laghi, esclama lei slanciando le braccia, e le montagne, e i boschi, e la luce, e che bello che è il cielo. Sorride e chiude gli occhi. Sì sì, fa lui, nel bosco siamo tutti uguali, come se uno non l’avesse mai visto, che ci abbiamo passato tutta la vita tra le rocce, una pietra è sempre solo una pietra. E il lago, è li steso sulla pianura come un pesce morto. Poi di colpo arrivano delle nuvole grigie come beole e patapam, giù tuoni e grandine e ti centra un lampo, che quassù si fa in fretta, siamo sui milleotto, se sei sfortunato le montagne s’incazzano e ti buttano addosso dei massi grandi come vacche, ti demoliscono la casa e ci seppelliscono dentro per sempre tutto quello che avevi, altro che pace delle montagne, lo dice solo chi è cresciuto nel cemento.

(Arno Camenisch, La cura, Keller Editore, 2017, traduzione di Roberta Gado, pagg.14-15.)

O forse lo dice colui al quale nel cemento è semmai rimasto imprigionato l’animo, privo così di autentica libertà? Beh, leggete la personale recensione a La cura, qui, e capirete tutto meglio.

Se il vero “diverso” (e inabile) è chi non legge libri (Nicolò Cafagna scripsit)

Nicolò Cafagna è giornalista freelance, blogger de Il Fatto Quotidiano e convive da sempre con una… francesina (tale “M.me Duchenne”). Qualche giorno ha pubblicato un articolo, nel suo blog su Il Fatto, in cui racconta di quanto sia bello leggere libri nonché, e soprattutto, di quanto possa essere a suo modo geniale saperli leggere, nel senso più “funzionale” della cosa. Con la sua sublime ironia e la capacità di farci vedere il mondo da un punto di vista diverso dall’ordinario e spesso ben più illuminante, Nicolò ha scritto – secondo me – uno degli articoli in sostegno della lettura più fenomenali che abbia mai letto. E il bello è che, in effetti, lo ha fatto indirettamente – il nocciolo della questione disquisita nel testo è un altro, legato alla sua “cara” francesina, appunto – tuttavia centrando il suddetto obiettivo con rara efficacia.
Insomma: chapeau!
Ringraziando di cuore Nicolò per avermi concesso il consenso alla pubblicazione, vi offro la prima parte del testo dell’articolo, invitandovi a leggere il divertente e, ripeto, illuminante resto qui, nel suo blog.
Buona lettura!

Disabilità e lettura, ecco come la distrofia di Duchenne rende un’impresa anche il girare pagina

Fino a qualche mese fa impazzava il panico mediatico per l’inesistente epidemia di meningite (i cui casi nel 2016 sono in diminuzione rispetto al biennio precedente, ma siate omertosi: io non ho scritto nulla al riguardo), ma nessuno si preoccupa di un’altra grave patologia che col cervello ha a che fare: l’ignoranza.

Quest’ultima, benché dati certi non vi siano, causa indirettamente più morti della stessa meningite e veicola il ceppo dei pregiudizi; diviene pandemica nelle dittature ed è necessario monitorarla quando viene sfruttata dai politici per ottenere consenso (ogni riferimento a Salvini è puramente casuale).

Eppure la cura per questa terribile malattia è stata scoperta diversi secoli fa, ma ad oggi meno della metà degli italiani legge almeno un libro all’anno (dosaggio minimo) e solo una persona su dieci ne assume uno al mese (terapia consigliata): si necessita un cambio di rotta, perché insieme possiamo sconfiggerla! Per questo ho deciso di vaccinarmi contro l’ignoranza: possiedo già la mia bella francesina – Miss distrofia di Duchenne, l’acerrima nemica del girare pagina, non vorrei aggiungere anche questa…

Immagino ora siate curiosi di sapere dove voglio andare a parare. Semplicemente voglio togliere il velo a questo mistero: come fa il francesino a leggere? Se questa attività per il bipede attivo è semplice quanto bere un bicchier d’acqua, per il transalpino è complicata quanto bere appunto un bicchier d’acqua. La lettura “indipendente”, infatti, va a braccetto con le conquiste della francesina stessa: più quest’ultima progredisce, più l’altra diviene una montagna da scalare. E io, per non essere da meno, quando avevo facoltà di girare pagina con nonchalance puntavo alla duplice patologia – francesina più ignoranza – dopodiché mi resi conto di volermi accontentare solo della prima. []

P.S.: qui potete leggere gli articoli pubblicati in Diverso da chi?, la rubrica curata da Nicolò Cafagna su Il Cittadino di Monza e Brianza.

Non si comunica più, con tutto questo rumore (Emil Cioran dixit)

Da dieci o vent’anni non succede quasi più niente in ambito letterario. Esiste una marea di pubblicazioni, ma c’è una stagnazione spirituale. La causa di ciò è una crisi di comunicazione. I nuovi mezzi di comunicazione sono straordinari, ma provocano un immenso rumore.

(Emil Cioran*)

Dunque… Cioran morì nel 1995, dunque ben prima che i “nuovi mezzi di comunicazione” diventassero ciò che oggi sono, così come ben prima che l’editoria si palesasse per ciò che è ora. Eppure questa sua affermazione – risalente quanto meno a 22 anni fa, appunto – era già allora, ed è ancora oggi, “perfetta” in tutto.
Drammaticamente perfetta.

(*: citazione letta sul web, fonte ignota. Ogni indicazione al riguardo è gradita.)