INTERVALLO – Roma, Biblioteca Hertziana

hertziana00001Un edificio a due facce – settecentesca fuori, post-contemporanea dentro – per una delle biblioteche più colte d’Italia, a Roma: la Biblioteca Hertziana, istituto di ricerca della Società Max Planck dedicato alla storia dell’arte, originata nel 1913 dal lascito di Henriette Hertz, mecenate d’altri tempi, che offrì alla collettività un patrimonio di circa 200mila volumi (oggi accresciuto a più di 300mila, oltre a ben 800mila fotografie), configurandosi oggi come uno dei centri di documentazione più importanti al mondo sull’arte italiana.
Il rinnovamento dello storico Palazzo Zuccari è stato progettato dall’architetto spagnolo Juan Navarro Baldeweg e si struttura in un cono rovesciato di vetro e acciaio in forma di imbuto, così da essere al contempo contenuto (è collocato all’interno del complesso architettonico, rimasto doverosamente intatto all’esterno) ma anche contenitore, poiché accoglie il nucleo della collezione. La struttura poggia inoltre su una palafitta che preserva la sottostante villa romana di Lucullo, di epoca repubblicana.

Cliccate sull’immagine in testa al post per visitare il sito web della Biblioteca e conoscerne meglio la storia nonché la realtà attuale.

Francesca Mazzucato, “Frontiera. Ventimiglia, Mentone e altri lembi o confini”

cop-frontiera-mazzucatoÈ in senso assoluto una delle voci letterarie italiane contemporanee migliori, ecco.
La rimarco sempre, questa cosa, quando mi ritrovo a disquisire di Francesca Mazzucato: rischio di divenire ripetitivo, forse, ma lo corro ben volentieri quel rischio, come è il caso di fare quando si afferma qualcosa di cui si è fermamente convinti. E non so se alla costruzione così solida di tale mia convinzione abbia contributo non tanto il primo suo libro da me letto – Romanza di Zurigo, per la cronaca – quanto il genere del libro stesso: il resoconto di viaggio, nella forma tanto particolare e originale che è offerta dalla collana dei Cahier di Viaggio di Historica, al quale ovviamente appartiene anche questo Frontiera. Ventimiglia, Mentone e altri lembi o confini (Historica Edizioni, 1a ediz. 2011).
Fin da quella mia prima lettura, appunto, ho goduto della profonda capacità di Mazzucato di cogliere l’anima dei luoghi visitati e vissuti incrociandola di continuo con i propri moti d’animo, ponendoli in dialogo costante, stretto, a volte anche contrastato ma mai interrotto. È proprio così che si vive un luogo: parlando con esso in ogni momento e d’ogni cosa, lasciando che anche il luogo, per così dire, “viva” il suo visitatore, vi entri dentro, ne esplori la mente, il cuore, l’animo, lo spirito…

47848(Leggete la recensione completa di Frontiera. Ventimiglia, Mentone e altri lembi o confini cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Editoria de profundis

zombie-libriBeh: bisogna ammettere che, se qualcuno poteva ancora generare dubbi sullo stato reale del mercato editoriale in Italia e della lettura in generale, e su che vi potessero comunque essere possibilità di ridarvi fiato e rinvigorirlo, la diatriba tra Torino e Milano sul futuro del Salone del Libro ovvero tra le parti dell’editoria nostrana coinvolte in essa (cliccate lì sotto, per sapere le ultime novità sul tema) ha dato una risposta che, io credo, è inequivocabile e definitiva: salvo casi rarissimi, il mercato del libro in Italia è morto, e i personaggi sopra citati lo stanno seppellendo una volta per tutte in una fossa parecchio profonda nella quale finirà tutto quel mercato, pure quello che apparentemente con lorsignori non ha nulla a che fare.

salone-rotturaEcco, direi che non ci sia più nulla da aggiungere al riguardo e, per quanto mi riguarda, al momento la questione si chiude qui. Mi sono rotto delle loro rotture, già!
Ah, beh, un momento: una cosa da aggiungere forse c’è… Voi “aspiranti scrittori” nostrani che ancora credete al fascino e al prestigio della letteratura edita… o imparate per bene una lingua straniera e altrove scrivete e pubblicate, oppure sappiate che l’allevamento dei suini, ad esempio, è oggi attività ben più nobile e culturale dello scrivere libri poi pubblicati dai personaggi suddetti. I quali credo che, alla fine, cosa sia realmente un libro non lo sappiano più bene. O non l’abbiano mai saputo, forse.

P.S.: quanto sopra, sia chiaro, con tutto il rispetto per i suini, che solo metaforicamente ho inteso comparare a certuni “signori” dell’editoria nazionale.

Franco Arminio, “Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi di Paesologia”

cop_vento-forte«Paesologia? E che cos’è?»
Credo che non pochi si porranno una tale domanda, e la cosa non è affatto incomprensibile o criticabile. Io ne ho parlato più volte, qui nel blog, in forza di un personale interesse dovuto ai miei lavori di matrice geografica e antropologica sui territori montani della zona in cui vivo, ma certamente a mia volta, prima di questi impegni, potevo senza dubbio unirmi agli incompetenti in materia. Ed è un peccato, che la paesologia sia così poco conosciuta nonché praticata da chi possa farlo, perché è una disciplina a dir poco fondamentale, per il nostro paese.
Dunque, cos’è la paesologia? Lo dice il nome stesso: è la – se si può usare questo termine – “scienza” dei paesi, dei piccoli centri abitati, di quelli rimasti tagliati fuori dallo sviluppo economico e sociale del secondo Novecento subendone invece tutti i danni, ma anche di quelli che sono stati meramente dimenticati dai loro stessi abitanti, i quali magari vi risiedono ancora ma in una situazione di dissonanza cognitiva, di scollamento col territorio da loro stessi (ovvero dai loro avi) antropizzato, di sostanziale passività sociale e antropologica. La paesologia studia questi paesi, il loro declino, la loro “malattia”, cerca di coglierne più che i sintomi le cause, ma tenta di cogliere pure quello di buono, di sopito ma ancora acceso che c’è in essi, di ancora vivo e capace dunque di frenare la rovinosa caduta in un coma culturale (in senso generale) sempre più irreversibile, di contro ravvivando il paese e la sua storia, a volte millenaria, nobile, ricca di forza identitaria eppure così rapidamente svilita e calpestata dal progresso degli ultimi decenni, il quale ha favorito (se così si può dire, visti i problemi di altro genere e spesso anche più gravi – ma qui si intende in senso politico, soprattutto) le città e ha sostanzialmente dimenticato i paesi.
E perché fa tutto ciò, la paesologia? Molto semplice: perché in Italia i paesi sono il paese stesso. L’Italia è fatta di paesi, più che città, e di paesi di montagna più che d’altro: ciò perché l’Italia è un paese di montagne (a volte ce lo dimentichiamo ovvero pensiamo alle nostre bellissime coste, alle spiagge, al mare, ma basta prendere in mano una cartina…) e la montagna, che sia alpina o appenninica, è quella che ha subito i maggiori danni durante lo sviluppo economico novecentesco: dissoluzione delle tradizionali attività lavorative montane, spopolamento, trasformazione in realtà turistiche sovente totalmente avulse dal territorio, dalla sua cultura, relative cementificazioni selvagge, sfruttamento selvaggio e depauperamento delle risorse naturali eccetera eccetera eccetera… con tutte le conseguenze sociali del caso, spesso assai drammatiche.
Ecco: vi ho già detto molto di quello che è Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi di Paesologia (Laterza, 2008), testo fondamentale di paesologia – come denota subito quel sottotitolo – dacché opera di chi la paesologia l’ha “inventata” e definita: Franco Arminio. Un “esercizio” di paesologia è qualcosa di tanto semplice, nella forma, quanto profondo e intenso nella sostanza…

franco-620x330(Leggete la recensione completa di Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi di paesologia cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Fate cultura? Allora vergognatevi, fannulloni!

vignettaxSì, certamente: non c’è granché da aggiungere a questa vignetta di Vignettax, se non che si può sostituire il termine “musicista” con qualsiasi altro afferente al mondo della cultura e dell’arte ma il risultato non cambia.
Oppure no, c’è molto da aggiungere, moltissimo – tutto quello che, al proposito, disquisisco spesso con amici e conoscenti che “soffrono” dello stesso disprezzo popolare: un disprezzo adeguatamente coltivato da una pluridecennale e precisa strategia politica ben riassunta da quella famigerata affermazione d’un noto ex ministro, “con la cultura non si mangia”, per di più assolutamente diabolica per come ribalti totalmente il proprio senso sulle spalle di chi la cultura la fa e più di ogni altro avrebbe il diritto di mangiare con essa, quando invece altri ci mangiano – quelli che negano ciò, ovviamente!
Insomma, quella vignetta rappresenta perfettamente la normalità quotidiana di chi decida di impegnarsi nel mondo della cultura, l’emarginazione a cui viene sottoposto dal bigottismo culturale nostrano, l’ignominia che lo obbliga a doversi quasi giustificare per praticare un mestiere che da tanta gente viene visto come una parassita perdita di tempo. Forse qualcuno penserà che la stia mettendo giù fin troppo dura, la questione; in verità una tale situazione, purtroppo quasi esclusivamente italiana, nel suo senso va ben al di là della mera considerazione riservata al lavoratore culturale – sia esso musicista, scrittore, attore o che altro, appunto – ed è profondamente sintomatica dello stato generale della cultura in Italia, un settore che potrebbe garantire spropositate ricchezze (non solo economiche) al nostro paese e che invece per la politica pare sia quasi un peso, qualcosa di ingombrante, di fastidioso, qualcosa che tocca gestire controvoglia perché obbligati dalla nomea, così apprezzata all’estero, dell’Italia quale “paese culla della cultura” o “scrigno di tesori artistici e culturali” ma che, appena ve ne fosse l’occasione, non pochi vorrebbero togliersi dai piedi per sempre. Da qui, da tale modus operandi politico di lunga durata, deriva quella strategia a cui prima accennavo che, in fondo, riporta inevitabilmente a certe evidenze storiche le quali sanciscono che meno il popolo è (viene) acculturato, più si presenta facile da dominare e assoggettare.
Ma ok, questa è una mia osservazione personale e la potete confutare quanto volete. Tuttavia a quanto ho affermato lì sopra mi viene da correlare un altro fatto recente (ennesimo d’una lunga serie, peraltro), di forma diversa ma, a ben vedere, di identica sostanza, citato anche su Cultora: il benestare alla costruzione di uno stadio di calcio sopra una preziosissima area archeologica, a Crotone.

crotone-675 In buona sostanza, rispetto al vincolo di “inedificabilità assoluta” sull’area della Soprintendenza, sancito fin dal 1981, è stato ritenuto più importante il «chi se ne importa di quei sassi!» dei tifosi della squadra locale, con improperi vari e assortiti a chiunque abbia cercato di mettere in evidenza e salvaguardare il valore – storico, archeologico e potenzialmente economico – di “quei sassi” di 25 secoli fa.
Ecco: ora forse capirete come le due cose – la vignetta e lo stadio di Crotone – siano le due facce della stessa medaglia, rappresentante inequivocabilmente il disprezzo generale verso la cultura e, di contro, l’ennesima riproposizione del panem et circenses (più i secondi del primo, chiaramente nella forma dell’imperante, impestante, rincretinente calcio) con cui il sistema ha conformato nel tempo il nostro paese. Il quale ormai, a causa di tutto ciò e per sua ampia parte, non è nemmeno più in grado di comprendere d’essere assai più in rovina di quelle “rovine” archeologiche ovvero di quanto sia fondamentale l’attività di produzione culturale per il benessere collettivo, preferendo ad essa figure ignobilmente vuote e rozze elevate al rango di esempi da seguire – e facilmente imitabili, dacché per farlo non serva affatto avere un cervello funzionante.
Si può fare qualcosa affinché la situazione in futuro possa cambiare? Certamente si deve! E si deve farlo in primis perché lo merita la cultura del nostro paese e lo dobbiamo a noi stessi, se vogliamo realmente considerarci individui intelligenti e civili. Anche perché altrimenti il nostro paese è condannato all’affondamento nel mare della barbarie (sempre che non sia già colato a picco, eh!), e stare su una nave che affonda anche per colpa dei suoi capitani ignoranti non mi pare cosa così consona a persone di cultura!

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.