«Le più sostenibili di sempre!»

Le immagini che vedete in questo post, risalenti a mercoledì 7 gennaio e gentilmente concessemi dall’amico Savio Peri che le ha realizzate (e che ringrazio molto, anche per il costante impegno sul tema), mostrano lo stato dei lavori in corso a Livigno nella zona deputata a ospitare le gare olimpiche.

Al netto del giudizio sulle opere in sé, sulla trasformazione del versante montuoso interessato dalle gare e delle aree circostanti, è significativo constatare il massiccio e d’altro canto inevitabile utilizzo di mezzi a motore altamente inquinanti, che da mesi in gran numero operano in loco. Inevitabile, ripeto, ma solo perché non lo si è voluto evitare “alla fonte”, innanzi tutto evitando il “gigantismo” di cui ormai soffrono questi grandi eventi che ancora si vogliono organizzare sulle montagne.

È qualcosa di significativo non tanto per la circostanza in sé, quanto per ciò che si legge nel dossier olimpico, il testo che indica le linee guida in base alle quali si sono svolti e si svolgeranno i lavori olimpici. «Le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 si presentano come le più sostenibili di sempre» si legge nel dossier e in mille altri testi diffusi ovunque: un’affermazione palesemente menzognera, come le immagini qui proposte e innumerevoli altre testimonianze hanno ormai sancito. Dietro la retorica del “più sostenibile di sempre” si nasconde non solo il green washing più sfacciato ma pure la grande ipocrisia che sta caratterizzando fin dall’inizio l’evento olimpico italiano. Come si può affermare che un’Olimpiade, concepita, organizzata e gestita come è stato fatto, sia “la più sostenibile di sempre” se non decidendo consciamente di dichiarare una falsità?

Di sicuro non basta che alcune opere siano temporanee e verranno smontate alla fine dei Giochi a renderle “sostenibili”: come se fosse solo ciò a determinare il loro impatto ambientale materiale e immateriale, come se ad esempio la modificazione intenzionale e accidentale dei suoli naturali o l’inquinamento atmosferico derivante dai mezzi di cantiere fossero un nonnulla tranquillamente trascurabile – e, per giunta, come se Livigno, nonostante la propria geografia, non subisca già un notevolissimo impatto ambientale generato dal turismo di massa che costantemente (e consapevolmente) attira. D’altro canto è proprio grazie a circostanze del genere, ovvero alle convinzioni relative, che l’idea di sostenibilità è sempre più spesso travisata e privata di senso e di valore autentici, esattamente come viene dimostrato da quello slogan sulle Olimpiadi «più sostenibili di sempre».

Sfortunatamente, in una situazione del genere, la gran parte delle conseguenze nocive si paleseranno non immediatamente ma con il passare del tempo: anche questo le fa ritenere “sostenibili” a molti che le osservano e giudicano con superficialità. È un’altra manifestazione di quella mancanza di cura e di sensibilità verso le montagne e il loro futuro con i cui effetti dovremo presto fare i conti, ben più di ora.

Quando la montagna diventa un “cyborg”, a Livigno e altrove

Alcuni amici nelle scorse settimane mi hanno esternato il proprio sconcerto, per non dire altro, osservando nelle immagini diffuse dai media come quella soprastante (già pubblicata qui) l’enorme cantiere e la conseguente pesante alterazione di un’ampia fascia del versante del Mottolino, a Livigno, nella quale sorgeranno alcune delle piste e delle infrastrutture per le gare olimpiche di Milano Cortina 2026.

Fatto sta che a lavori finiti, la superficie interessata dai lavori verrà sistemata, ricrescerà l’erba e, magari, si avrà cura di far ricrescere almeno un po’ degli alberi abbattuti. Tutto ciò, come accade in questi casi, verrà portato quale “ottimo” motivo dai committenti dei lavori per sostenerne la bontà. «Non c’è stata nessuna devastazione delle montagne, è tutto come prima!» probabilmente affermeranno.

No, c’è stato di peggio: l’artificializzazione di un’ampia porzione di montagna, alla quale è stata modificata la morfologia, l’equilibrio naturale, alterata la superficie e la cotica erbosa ove presente sotto la quale vi saranno tubi, cavi, pozzetti, impianti vari al servizio delle infrastrutture di superficie. D’altro canto basta osservare un pendio montano sul quale transita una pista da sci per comprendere subito la notevole differenza rispetto a una zona ancora naturale e gli effetti della presenza della pista sul terreno. Lassù al Mottolino sarà come avere di fronte un androide: fuori apparentemente tale e quale a una persona vera, dentro un corpo artificiale, metallico, pieno di cavi e di schede elettroniche.

Una montagna-cyborg, in pratica.

[In quest’altra immagine in quella sottostante, lo stesso cantiere in due fasi precedenti.]
È accettabile che per alimentare un business puramente economico, come quello dello sci di massa, si stravolga in questo modo il valore ecologico di un territorio naturale? C’è veramente bisogno di farlo e di arrogarsi il diritto di fare alla montagna ciò che l’immagine evidenzia bene? Non si poteva essere meno invasivi e più rispettosi del territorio coinvolto, del suo ambiente naturale e del paesaggio che lo contraddistingue?

E dunque, in fin dei conti: è ancora “montagna”, quella nell’immagine? O, come detto, è qualcosa di apparentemente simile ma in concreto ormai diversa, alterata, snaturata? E tutto il marketing conseguente legato alla “natura incontaminata” così usato (e abusato) dalla promozione turistica, che fine fa? Che senso ha più?

Sia chiaro: per quanto mi riguarda non ne faccio una questione ambientale ma culturale, profondamente culturale. D’altro canto il paesaggio è cultura, soprattutto quando venga gestito con cura e attenzione alle sue peculiarità.

Sovente, nel dissertare sui temi legati al turismo montano, ci si pone il problema del necessario rispetto di un limite nell’antropizzazione delle montagne. Be’, secondo me sul Mottolino, a Livigno (ovvero in altre località nelle quali sono stati eseguite simili trasformazioni dei versanti montani), questo limite è stato ampiamente e drammaticamente superato.

P.S.: quello della “montagna-cyborg” è un tema che ho già affrontato qui.

L’inevitabile fine dello sci, anche per chi non ci vuol credere

P.S. – Pre Scriptum: dissertare di sci e neve anche in piena estate? Certamente! Perché la crisi climatica e le dinamiche socio economiche che condizionano il turismo sciistico non fanno le ferie estive, e perché quanto accade sulle montagne ha bisogno di costante attenzione e visione lunga nel tempo: qualcosa che sovente manca, nella gestione del turismo invernale – e le conseguenze negative di ciò si vedono, purtroppo.

[Le piste di Nara, stazione sciistica in Valle di Blenio, Canton Ticino, senza neve nel febbraio 2023.]

Il cambiamento climatico sta trasformando la Svizzera e questo è particolarmente evidente nelle regioni turistiche. “L’aumento delle temperature è fatale per le attività turistiche sugli sci”, afferma Monika Bandi, direttrice del Centro di ricerca sul turismo dell’Università di Berna. “A ciò si aggiungono precipitazioni intense più frequenti in estate, inverni con meno pioggia e lo scioglimento del permafrost, che può rendere instabili i pendii”.
Il problema maggiore legato all’aumento delle temperature riguarda però le località di sport invernali. “Garantire 100 giorni all’anno con un manto nevoso di 30-50 cm sta diventando sempre più irrealistico”, afferma Bandi. Secondo una scheda informativa di Funivie Svizzere, l’isoterma di zero gradi salirà di altri 300 metri entro il 2050. In futuro, le precipitazioni cadranno più sotto forma di pioggia che di neve, soprattutto all’inizio e alla fine dell’inverno. La stagione sciistica sarà quindi più corta. I cannoni da neve non potranno compensare questa mancanza, poiché funzionano solo nei giorni con temperature inferiori a 0 °C.
Quanto saranno profonde le trasformazioni per le stazioni sciistiche svizzere è difficile da prevedere. “Oggi non sono più molti i bambini che imparano a sciare”, osserva Monika Bandi. Tra 10 o 20 anni, s’interroga la ricercatrice, ci sarà ancora il desiderio di spendere 80 o 100 franchi per una giornata sugli sci?
Anche l’associazione Funivie Svizzere prevede un calo della domanda nella sua strategia di adattamento. Già oggi, oltre 60 impianti di risalita sono all’abbandono e con l’aumento delle temperature il loro numero è destinato a crescere.

[Brani tratti dall’articolo Come il cambiamento climatico mette sotto pressione il turismo in Svizzera, pubblicato su “Swissinfo.ch” il 15 luglio 2025.]

C’è poco da commentare e molto da riflettere, a fronte di tali evidenze. In Svizzera da tempo lo stanno facendo, in Italia molto meno. Certo li posso capire, i gestori dei comprensori sciistici, messi ormai con le spalle al muro dalla crisi climatica, dalla situazione economica, dal cambio dei costumi e delle abitudini di chi frequenta le montagne in inverno.

[Immagine tratta da www.radiocittafujiko.it.]
Ma a fronte della comprensione delle loro difficoltà, quei gestori (e i loro sodali, soprattutto in politica) devono a loro volta comprendere che in molte località l’attività sciistica è ormai al capolinea (se non già oltre) e che la loro perseveranza nel continuare a mantenerla e a rifiutare la transizione a forme di frequentazione turistica invernale più consone ai tempi non è affatto una forma di resilienza ma un’imposizione di sofferenza alle montagne e alle loro comunità, tenute in ostaggio di quel loro business ormai esaurito e per ciò incapaci – ovvero privati degli strumenti al riguardo – di sviluppare ogni altra forma di economia ecosistemica locale. Realtà ancora più grave nel caso in cui i finanziamenti pubblici, invece di sostenere lo sviluppo socioeconomico locale, vengano impiegati per realizzare nuovi impianti e piste di discesa a quote dove ormai lo sci è ormai qualcosa di utopico.

È difficile cambiare, certamente, ma è altrettanto ineludibile: altrimenti non saranno solo gli impianti e le società che li gestiscono a fallire e chiudere ma l’intero territorio che li ospita. Un’eventualità che non è possibile accettare, in nessun modo.

La «neve necessaria»

La persona tossicodipendente avverte la necessità irrefrenabile e frequente di assumere droga, nonostante il danno fisico, psicologico, affettivo, emotivo o sociale che tale assunzione può comportargli come conseguenza.

Mmm

Dov’è che ho sentito delle affermazioni di tono simile?

Ah, ora ricordo! Ecco qui:

Oggi, la produzione di neve artificiale è diventata una necessità. Più che parlare di una neve diversa, sarebbe opportuno riconoscerla come una neve necessaria.

Le ha proferite l’Anef, l’associazione che riunisce i gestori degli impianti sciistici italiani!

Dunque, per quanto riguarda la neve artificiale in relazione a molti comprensori sciistici, tocca parlare di una bizzarra, inopinata ma tangibile “tossicodipendenza”? Nel senso che, come il tossicodipendente necessita di assumere continuamente droga per andare avanti nella propria esistenza, anche le località sciistiche per continuare con la loro attività non possono più fare a meno della neve sparata dai cannoni, per loro stessa ammissione e nonostante le conseguenze ambientali e culturali cagionate alle montagne dove operano.

Be’, in entrambi i casi quel che ne esce è una realtà artificiale, a ben vedere. Che poco o nulla c’entra con la realtà ordinaria, con la “normalità” delle cose, con il benessere autentico delle montagne e dei loro paesaggi. Se non come fanno sentire “bene” certe sostanze, appunto.

La montagna cyborg

Di recente mi è capitato sotto gli occhi il video (lo potete vedere qui sotto) di una delle aziende leader mondiali (con sede in Alto Adige/Südtirol) nella produzione di impianti di innevamento tecnico – la neve artificiale, sì – il quale illustra uno dei loro più recenti e grandi impianti, installato presso il ghiacciaio di Stubai, la più grande area sciistica su ghiacciaio dell’Austria.

Il video, ovvero l’impianto che presenta, sono impressionanti e obiettivamente affascinanti, non c’è che dire. Ma nell’osservare il complesso sistema di pompe, torri di raffreddamento, tubazioni e cablaggi d’ogni sorta eccetera, ammetto che mi è comparsa in mente quest’immagine:

Sia chiaro, già in passato le montagne hanno subìto infrastrutturazioni di carattere industriale: basti pensare a quelle novecentesche legate allo sfruttamento idroelettrico delle risorse idriche in quota con tutti i loro canali di derivazione e di scarico, i tubi in superficie o in galleria, le centrali sotterranee, senza contare i muri spesso ciclopici delle dighe. Tuttavia, se è vero che le opere atte alla produzione idroelettrica hanno trasformato i paesaggi in quota, soprattutto con la creazione dei bacini artificiali (ci ho scritto sopra un libro, su questo tema), è altrettanto vero che tali opere non hanno intaccato l’anima originaria di quei paesaggi e tanto meno l’identità culturale, aggiungendovi anzi un elemento geografico – il lago – che non di rado li ha resi più ameni e gradevoli alla vista (nonostante i grandi muraglioni degli sbarramenti). La montagna idroelettrica, insomma, è rimasta sostanzialmente la stessa, con un lago in più e qualche tubo che corre a valle verso le centrali; inoltre, tale infrastrutturazione è servita per apportare benefici a tutti i residenti a valle di essa, grazie all’energia prodotta, ai canoni di concessione idrica e a volte alle opere edificate in concomitanza con gli impianti idroelettrici come forme di “risarcimento” alle popolazioni locali per lo sfruttamento delle loro montagne.

[Immagine tratta da www.demaclenko.com/media/download.]
Invece, un impianto di innevamento tecnico come quello illustrato nel video, a tutti gli effetti trasforma la montagna, artificializzandone tanto il corpo quanto il paesaggio, molto semplicemente perché consente di avere qualcosa che la Natura e il clima locale evidentemente non elargiscono più, la neve. Quindi, se lassù non vi fosse quell’impianto con i suoi cannoni, quelle montagne avrebbero un aspetto differente e ovviamente più naturale e reale rispetto alle condizioni ambientali in divenire; in qualche modo l’impianto cambia il loro aspetto, dona loro qualcosa che altrimenti non ci sarebbe, elabora un paesaggio artificiale, fittizio, ovviamente funzionale al comprensorio sciistico lì presente ma non alla realtà naturale di fatto del luogo. Il tutto, grazie al complesso sistema illustrato, del tutto simile a un impianto pienamente industriale altamente tecnologico “infilato” nel corpo della montagna, che dunque viene “artificializzata” sia fuori, con la neve sparata, che dentro, con tutte le infrastrutture necessarie.

[Immagine tratta da https://www.demaclenko.com/it/impianto-innevamento/progetto-faro-stubai/.]
Checché se ne possa dire – e ripeto: l’impianto è per molti aspetti affascinante, non è certamente mia intenzione criticarlo da questo punto di vista – quella così infrastrutturata non si può più definire una “montagna naturale”. Ne ha le forme, le pietre, i prati, ma sotto la superficie ha cavità di cemento, tubi di metallo, cablaggi elettrici, macchinari elettromeccanici che rombano e sibilano, computer che controllano i processi produttivi. È una montagna artificiale, ripeto, resa funzionale alla sua fruizione altrettanto industriale (in tal caso del turismo di massa) la cui percezione culturale non può essere la stessa della montagna naturale.

[Immagine tratta da https://www.demaclenko.com/it/impianto-innevamento/progetto-faro-stubai/.]
Ecco: quella da me qui messa in evidenza è una questione culturale, appunto, non ambientale o altro. È la base della riflessione che è necessario compiere e sviluppare su cosa vogliamo fare delle nostre montagne e cosa vogliamo che siano e rappresentino per tutti noi da qui al prossimo futuro, nella realtà così problematica e ricca di variabili – a partire dalla crisi climatica – che stiamo affrontando. Per tutti noi, non solo per chi le frequenta da turista, chi vi lavora e ne ricava un reddito o chi le abita stanzialmente: le montagne sono un patrimonio di valore inestimabile per chiunque, come pochi altri spazi antropizzati in grado di donare benessere e serenità e ciò perché i loro meravigliosi, potenti, referenziali paesaggi esteriori sanno diventare vibranti paesaggi interiori nell’animo di chiunque, quando vissuti con consapevolezza, passione e autentica relazione. E, per come la vedo io, quando quei paesaggi non nascondano materiali, infrastrutture e ancor più un’idea di fondo nei loro confronti la cui natura non c’entra nulla con quella montana. Non ci si può relazionare a un simulacro, ne scaturirebbe un legame falsato e deviante, culturalmente nocivo e a sua volta inevitabilmente artificiale. Inumano, insomma.