La gente dice che la vita è la cosa genuina. Io preferisco leggere.
(Logan Pearsall Smith, Afterthoughts, 1931. Citato in Dizionario delle citazioni, a cura di Ettore Barelli e Sergio Pennacchietti, BUR, 2013.)
La gente dice che la vita è la cosa genuina. Io preferisco leggere.
(Logan Pearsall Smith, Afterthoughts, 1931. Citato in Dizionario delle citazioni, a cura di Ettore Barelli e Sergio Pennacchietti, BUR, 2013.)
Ecco, lo sapevo.
In tre giorni (di maggio, si noti bene) siamo passati dalla fine di febbraio alla metà di luglio, dalle nevicate a bassa quota al caldo subtropicale, sicché la gente – già confusa di suo per mille motivi – sta andando ancora più in confusione e non di rado mi capita di vedere uno accanto all’altro, ad esempio sul marciapiede ad attendere che un semaforo pedonale diventi verde o alla fermata dei bus, tizi agghindati come se stessero per raggiungere il Polo Sud e altri che sembrano appena tornati dalla spiaggia di Ibiza.
Eppoi dicono che il cambiamento climatico non è un problema: lo è eccome, invece, e pure per quanto riguarda lo “stile” (il look, direbbero quelli “avanti”) della gente comune. Il quale, peraltro, è già confuso di suo: sia chiaro, ognuno è libero di vestirsi come vuole ma, in tali circostanze, l’abito fa il monaco, altroché!
In fondo non ci vuole molto per poter coltivare la speranza di un buon futuro – o di un futuro “migliore”, se preferite.
Ad esempio possono bastare, nel solo vagone nemmeno così affollato della metro di Milano (linea 1) sul quale stavo ieri verso le 18, ben 5 (cinque) persone che leggevano libri, quattro cartacei e uno su ereader. Solo in quel vagone, appunto, senza considerare gli altri del convoglio.
Non frequento spesso la metro di Milano ma era da un po’ che non vi constatavo una tale quota di lettori – supponendo peraltro (e magari sbagliando, me lo auguro) che invece i tantissimi con uno smartphone in mano stessero leggendo altro di… meno “letterario”, ecco.
Sono cose belle da vedere. E confortanti, ribadisco.
P.S.: l’immagine l’ho presa dal web, non è riferita a quanto avete appena letto.
Eppure io non riesco proprio a farmi intristire da queste giornate uggiose, piovose, di nubi basse e foschie vaganti, nemmeno se è maggio e dovrebbe già sfavillare un Sole quasi estivo quando invece la temperatura è novembrina.
Perché questa meteo, quest’atmosfera che tanti incupisce, a me piace, lo ammetto – anzi, lo ribadisco. Mi dà una sensazione di pacatezza, di intimità, di rumori ovattati, luminosità mai troppo abbacinanti, di nuvolaglia poggiata sulle forme dei monti come avvolgenti e confortevoli coperte, di profumi delicati effusi dal terreno bagnato, di colori naturali resi vividi dalla pioggia. Una percezione di riacquisito lindore, di sanità e purezza, di abbeveramento dello spirito al pari della Terra.
Certo: le giornate assolate, quelle calde al punto giusto, senza una nuvola nel cielo azzurro e limpido sono bellissime, ma a volte mi danno l’idea – se così posso dire – di un affollato concerto nel quale la musica sia entusiasmante ma a volume troppo alto, mentre le giornate uggiose mi ricordano certi piano bar un po’ dismessi ma accoglienti, con la musica altrettanto coinvolgente e al giusto volume. Bellissima l’una e l’altra atmosfera se godute per ciò che sono nel giusto modo, per gli stessi motivi ne l’una e né l’altra intristenti o irritanti, per nulla.
E dopo il record dei Covoni di Monet, ecco i 91,1 milioni di dollari battuti da Christie’s per il Rabbit di Jeff Koons, altro record assoluto sul mercato dell’arte, questa volta per un artista vivente.
Le riflessioni che vi proponevo nel post sul Monet per molti versi qui valgono ancora di più. Koons è un grande “artista”, senza alcun dubbio: bisogna solo stabilire se lo sia più rispetto all’arte in quanto tale o più rispetto al marketing – osservazione valida per alcuni altri “artisti” contemporanei, e lo denoto senza alcun sarcasmo. Il Rabbit venduto da Christie’s è un’opera molto “koonsiana”, nel bene e nel male, ma è pure un lavoro del 1986, per certi aspetti già quasi “storicizzato” e il cui senso (se un senso si ammette che l’abbia) probabilmente trova spessore proprio in questa sua matrice mediatica post-contemporanea più che nel valore artistico in sé (dunque nessun paragone possibile con Monet, per nulla).
Fatto sta che, se posso dire la mia, la più grande “opera d’arte” di Jeff Koons resta il suo matrimonio con Cicciolina. E credo sia un’opera ormai inarrivabile, per il furbissimo Koons – il quale d’altro canto già da tempo vive di rendita, ora anche di più. E si vede.