“IrReality” di Magda Chiarelli, a Milano

A Milano, allo “Spazio Hortensia – B(r)E(a)THE SPACE” di Via Savona 22, fino al 21 giugno, c’è IrReality, la mostra fotografica di Magda Chiarelli curata da Luciano Bolzoni con il supporto organizzativo di ArtIcon.

Percezioni immaginifiche di montagne, fissate dentro attimi fotografici che se da un lato esaltano la potenza del loro paesaggio, dall’altro ne sospendono l’essenza in un’aura quasi irreale, appunto. D’altro canto quello delle montagne è un “iperpaesaggio”, così denso di significati, per l’osservatore sensibile, e altrettanto significante per la forza materiale – in senso geografico, geologico e morfologico ma pure estetico e antropologico – che possiede, che in forza di ciò riesce spesso a trascendere il limite tra realtà e immaginazione. La percezione di questa relazione, la sua analisi, la cognizione e la comprensione di essa è quanto di più fondamentale per comprendere parimenti le montagne; le immagini di Magda Chiarelli sono in tal senso un ausilio di grande potenza, come chiavi in grado di aprire la serratura sensoriale di preziose porte percettive con le quali sorprendersi ed emozionarsi, di fronte ai paesaggi raffigurati, per poi acuire la personale sensibilità al riguardo e meditarvi sopra, proprio per conseguire la conoscenza, anzi, per fare propri quei paesaggi, mutandoli in preziose e affascinanti geografie interiori.

Come scrive Luciano Bolzoni nella presentazione della mostra (che potete leggere interamente qui, e ringrazio di cuore Luciano per avermi concesso di pubblicare il suo testo),

Quando ci poniamo di fronte a un qualsiasi paesaggio, il nostro sguardo mette in moto una irrazionale metodologia di pensiero da cui scaturisce la volontà di elaborare immediatamente un giudizio. L’occhio si propone come ente chiamato a cercare la bellezza di un qualsiasi luogo. I paesaggi servono anche a farci vedere ciò che prima non conoscevamo e non esistono paesaggi vuoti o privi di sostanza osservabile, tutti appartengono alla realtà e ci rammentano qualcosa o qualcuno, volti, corpi, natura, oggetti, case, spazi quindi luoghi e sono questi ultimi che danno vita a tutti i paesaggi della terra, nessuno escluso; senza i luoghi, non esisterebbero neanche i nostri sguardi così come non identificheremmo gli spazi della nostra vita quotidiana.

Ribadisco: fino al 21 giugno a Milano, via Savona 22, “Spazio Hortensia – B(r)E(a)THE SPACE”. C’è da andarci, senza alcun dubbio.

Per qualsiasi info al riguardo: www.articon.it, info@articon.it

ART MARK for XMAS!

ART MARK for XMAS è un’iniziativa promossa e sostenuta da Articon & Alpes – realtà con le quali mi pregio di collaborare – in collaborazione con Spazio Hortensia.

Nello spazio di Milano in Via Savona 45/53 potrete incontrare alcuni artisti che proporranno le loro opere in vendita e così visitare lo spazio stesso, un nuovo luogo dedicato alla cultura e all’arte che da gennaio aprirà le porte al progetto culturale B(r)E(a)THE SPACE nonché la preview (con possibilità di acquisto degli scatti) della mostra della fotografa Elena Galimberti Milano come mai, curata da Luciano Bolzoni e dedicata interamente alla nostra città.
Da domani e fino al 20 dicembre troverete libri, musica, acquerelli, fotografie, sculture e oggetti artistici in legno di artigiani dell’immaginario che vi aspettano per un regalare o regalarsi un oggetto unico in occasione del Natale, anche solo per piccoli pensieri comunque preziosi e a loro modo rari.
Insomma: che siano piccoli presenti oppure grandi doni, a Natale regala l’arte e la cultura!

Per poter garantire la massima sicurezza negli accessi è fortemente consigliata la prenotazione, che è possibile direttamente cliccando sull’immagine in testa a questo articolo: scegliete l’ora e il giorno in cui vorrete venire a visitarci:

  • 11, 17 e 18 dicembre dalle 15:30 alle 19:30
  • 12, 13, 19 e 20 dicembre dalle 11:00 alle 18:00 (orario continuato)

Per qualsiasi altra informazione o richiesta al riguardo, chiedete direttamente ad Alpes, qui!

Il paesaggio c’è, sempre

[Foto di © Alessia Scaglia, 2020.]
Se aveste intenzione di ammirare un’opera d’arte, vi recaste ove fosse esposta ma, lì giunti, vi fosse qualcosa che vi impedisse la visione, ne rimarreste comunque affascinati come se la visione fosse libera e piena?

Immagino di no.

Ecco, pensate invece a come il paesaggio – che a sua volta possiede e genera una fondamentale valenza estetico-culturale di principio simile a quella posseduta dall’arte – anche quando svanisca, come nel contesto ripreso nell’immagine fotografica lì sopra, resti sempre e comunque affascinante e incantevole! Non si vede quasi del tutto, così nascosto dalle nubi basse in quel caso, e siamo felici di non vedere quasi nulla. Curioso, no?

D’altro canto questa è una significativa prova, ancorché a suo modo “empirica”, di come il paesaggio sia una nostra concezione culturale, prima che una percezione esteriore di natura fondamentalmente estetica. Quello che sovente chiamiamo – per facilità d’intendimento comune – “paesaggio” è in realtà il territorio, con le sue forme e le sue varie peculiarità geografiche, naturalistiche e antropiche; ma il concetto che da tale visione noi ricaviamo, frutto di queste percezioni sensoriali, delle personali sensibilità e del bagaglio culturale che possediamo (tutte cose che “albergano” dentro di noi, dunque), ecco, quello è il paesaggio. Che anche se non vediamo in qualche modo riconosciamo e intuiamo proprio perché gli elementi che lo compongono li produciamo noi stessi, a differenza dell’opera d’arte citata all’inizio che è invece il frutto di una concezione e di una materializzazione altrui, dell’artista: quindi, se non la possiamo vedere, non la possiamo neanche apprezzare.

Pensateci, insomma, se vi capiterà di ritrovarvi in una situazione come quella raffigurata nell’immagine. È qualcosa di empirico, ribadisco, eppure alquanto importante: riconoscere e identificare il paesaggio anche se “nascosto” ci permette di riconoscere e identificare noi stessi in esso, cioè di concepire il nostro posto nel mondo in quel dato luogo e in quel dato momento.

Non è cosa da poco, anzi: è moltissimo. Già.

P.S.: grazie ad Alessia Scaglia per la bellissima immagine.

L’autunno dentro

Il bello dell’autunno, e di vivere i suoi momenti, è che a volte ti dà una sensazione come quando fuori tira un vento freddo e ti ripari in una baita entro la quale il fuoco che danza e crepita in un bel caminetto diffonde un gradevole tepore e una delicata ma vivace luminosità. Solo che il tepore e la luce te li fa percepire dentro quando sei all’aperto – ad esempio di fronte a visioni come quella lì sopra, nella placida quiete d’un pomeriggio montano.

P.S.: sì, quest’anno mi sento particolarmente affine all’autunno e mi viene da scriverne spesso. Chissà perché.

Mattino e pomeriggio (d’autunno)

[A sinistra: Grigori Grigorjewitsch Mjassojedov, Mattino d’autunno, olio su tela, 1893. A destra, Alessia Scaglia, Pomeriggio d’autunno, fotografia digitale, 2020. Cliccateci sopra per ingrandire.]

In autunno tutto ci ricorda il crepuscolo, – e tuttavia, mi sembra la stagione più bella: volesse il cielo allora, quando io vivrò il mio crepuscolo, che ci debba essere qualcuno che allora mi ami come io ho amato l’autunno.

(Sören Kierkegaard, Aforismi e pensieri, a cura di Massimo Baldini, traduzione di Silvia Giulietti, Tascabili Economici Newton, Roma, 1995, pag.40.)

Ovvero: qualsiasi sia l’epoca, l’immaginario culturale, la visione, la percezione, il media o l’ora del giorno, il fascino dell’autunno resta qualcosa di profondo e ammaliante come poche altre cose.