Un paesaggio – ogni vagabondo che gli sta seduto davanti con l’anima vuota lo sa – è una tela euclidea tesa sull’orizzonte, sulla quale sono compressi e ridotti su un unico piano i milioni di eventi concorsi alla trasformazione del quadro, un accumulo di strati di Storia ridotti a un unico istante, una storia che avrebbe fatto a meno del dispiegarsi del tempo. Come un disco è una superficie piana che contiene in potenza una sinfonia, il paesaggio è un quadro che contiene in potenza la compressione immaginaria di secoli di sconvolgimenti. La geografia è la chiave che permette di srotolare il filo del tempo reale.
Aggiungo solo una cosa – fondamentale, per me – ai pensieri di Tesson: il paesaggio così ben definito, che è esteriore, nel viaggiatore consapevole che vi vagabonda diventa il paesaggio interiore. È ciò che genera e alimenta la relazione tra il viaggiatore e il luogo attraversato e fa del primo un elemento “significativo” del paesaggio, per quei momenti (pochi o tanti che siano) nei quali vi sta. Cioè, ciò che può far dire di essere veramente stati in un luogo.
Ma vi immaginate quanto prodigiosa è questa cosa? Tutto quello che scrive Tesson del paesaggio, che si riflette dentro chi lo attraversa?
Un prodigio, appunto. Che il viaggiatore autenticoconosce bene.
Ogni viaggiatore che si rispetti, cioè che si possa definire autenticamente tale, sa benissimo che l’infinito comincia appena oltre la punta dei propri piedi, e dunque che ogni passo compiuto rappresenta già l’esplorazione dell’immensità, che rappresenta la dimensione dell’infinito. Per questo motivo, ciascun singolo passo compiuto è già in potenza un viaggio verso l’infinito: non conta tanto la distanza percorsa e la lontananza dal punto di partenza quanto la predisposizione all’immensità, che in fondo è ciò che sostenne anche Fernando Pessoa con quel suo celeberrimo «I viaggi sono i viaggiatori», solo detto in altre parole. Una predisposizione che, appunto, ogni viaggiatore autentico coltiva incessantemente nel proprio animo.
Tuttavia l’immensità, se appare difficilmente definibile in senso materiale (non sappiamo e sapremo mai dire ovvero stabilire quanto sia vasto l’infinito), non può restare indefinita nella mente del viaggiatore che la esplora: come detto, è una dimensione in tutto e per tutto tuttavia immateriale, più filosofica che geografica ma comunque referenziale, che il viaggiatore stesso definisce in base al senso del proprio viaggiare, al valore ineludibile per la propria esistenza che egli vi conferisce e alla relazione spirituale che elabora con il viaggio (si veda Pessoa, ribadisco) e con ciò che ne ricava. Il viaggio in effetti è una pratica per imparare a conoscere il mondo e, come sostiene quel noto detto, di imparare non si finisce mai: un apprendimento a sua volta infinito, dunque, un cerchio che si chiude riaprendosi ogni volta come ogni fine di un viaggio che rappresenta l’inizio del successivo.
Un viaggiatore che più di tanti altri ha interpretato a modo suo la citata affermazione di Pessoa, facendo del viaggio una pratica di apprendimento del mondo e al contempo di definizione di se stesso rispetto al mondo “ viaggiato” è Sylvain Tesson, scrittore francese autore di alcuni dei maggiori best seller nella produzione editoriale di viaggio degli ultimi anni come La Pantera delle Nevi, Nelle ForesteSiberiane e Sentieri Neri. A proposito di dimensioni filosofiche del viaggiare, in Piccolo trattato sull’immensità del mondo (Piano B Edizioni, 2024, traduzione di Anna Faro; originale Petit traité sur l’immensité du monde, 2005; 1a edizione italiana Guanda, 2006) racconta e delinea la propria filosofia personale alla base dei viaggi compiuti o, per meglio dire – anzi, meglio direbbe Tesson – dei vagabondaggi effettuati in varie parti del mondo, con una predilezione per quelli a cavallo tra la Russia europea e l’Asia centrale (intervallati da varie ascese alpinistiche nelle Alpi, una sorta di verticalizzazione del vagabondare sulla base degli stessi principi di quello “orizzontale”).
In tal senso la figura che Tesson prendere come riferimento è quella del Wanderer, termine tedesco e ideale di origine ottocentesca che indica non tanto il vagabondo in senso generale quanto il viandante intriso degli ideali romantici che va per il mondo avendo come unico obiettivo la ricerca della bellezza, ovunque essa si nasconda […]
[Immagine tratta da www.segnalibro.net.](Potete leggere la recensione completa di Piccolo trattato sull’immensità del mondocliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
Questa affermazione di David Herbert Lawrence fin da quando la lessi per la prima volta l’ho resa uno dei princìpi fondamentali (quattro o cinque in tutto, non di più) sui quali cerco di elaborare la mia esistenza quotidiana. Nella mia interpretazione, il «dubbio» è qualsiasi situazione di difficoltà, materiale e immateriale, o di crisi, una circostanza che mette in dubbio la realtà personale fino a quel momento vissuta e in un modo o nell’altro impone una decisione; il «moto» è invece l’andare propriamente detto, soprattutto il cammino, il mettersi in viaggio ma considerando che per me è “viaggio” ogni passo mosso appena oltre l’uscio di casa con la predisposizione di esplorare, conoscere, vivere il mondo e il paesaggio esteriore per farne paesaggio interiore, ben sapendo che il mondo, anche quello domestico e quotidiano, non è mai uguale a se stesso ed è in costante cambiamento. Ma qualsiasi viaggio, quando sia vero, autentico e consapevole, va bene al riguardo, dalla passeggiata di pochi minuti a piedi all’esplorazione di un angolo di mondo lontano, tanto più che «i viaggi sono i viaggiatori», come diceva Pessoa.
Una pratica, questo mio “moto” (che immagino sarà condivisa anche da molti di voi), la quale si rivela duplice: ogni passo messo nel paesaggio esteriore produce pensieri nella mente e coloriture nel paesaggio interiore, l’un moto che alimenta l’altro, un’elaborazione costantemente reciproca che aiuta in maniera ancora più intensa a risolvere qualsiasi dubbio, o quanto meno ad averne una visione più chiara e utile alla sua risoluzione. D’altro canto è moto compiuto e autentico anche quello del pensiero, praticabile pure da fermi se proprio non si abbia la possibilità di muoversi con il corpo. È una preziosa manifestazione di libertà (non a caso si usa spesso l’espressione «libero pensiero» per chi dimostri particolare brillantezza mentale) che infatti difficilmente si riscontra i coloro i quali “ragionano” di pancia o per frasi fatte e idee altrui, dimostrandosi sovente privi di dubbi e conformi a presunte “verità assolute” («La fede nella verità comincia col dubbio in quelle verità finora credute», Friedrich Nietzsche, un altro di quei miei quattro-cinque princìpi fondamentali).
[Foto di Franco Michieli, tratta dalla sua pagina Facebook.]Per questo, quando qualcuno che dice di essere «nel dubbio» per qualcosa chiede a me un consiglio per dirimere tale sua condizione di perplessità, sono abbastanza restìo a darne: innanzi tutto, perché al netto della gratitudine alla persona per la considerazione della quale mi fa oggetto, temo di non essere così all’altezza di farlo, di dare consigli veramente validi e preziosi nonché soprattutto indipendenti dalla mia sfera personale (il «se fossi in te farei così» a volte mi pare introduca più un’ingiunzione che un consiglio la quale non tiene conto che ogni individuo fa a sé, anche quelli che usano più la pancia che la testa nel (s)ragionare). Inoltre, perché certi dubbi di genesi prettamente personale credo abbisognino di soluzioni altrettanto personali, il più possibile scaturenti dall’individuo stesso e dalla sua dimensione individuale. Il che non significa che non si possano e debbano accogliere i buoni consigli che altri sapranno dare, ci mancherebbe, ma che in ogni caso, qualsiasi sia la loro costruzione, le suddette soluzioni devono essere un’elaborazione assolutamente personale, il più possibile convinte e consapevoli, manifestazione evidente del proprio pensiero e della personalità specifica.
Quindi, se qualcuno dice a me di essere «nel dubbio» per qualcosa, io molto banalmente ma alquanto sentitamente gli dico: be’, mettiti in moto. E mentre ti muovi usa quel moto per dare energia alla mente come al corpo e liberare il pensiero. Forse così troverai la soluzione al tuo dubbio ma, se anche non la troverai, vedrai le cose molto più nitidamente e potrai capirne meglio il senso e la sostanza, esattamente come, muovendoti nel paesaggio ergo esplorandolo passo dopo passo, ne comprenderai meglio le forme, gli elementi che contiene, le geografie, le peculiarità, gli angoli più belli e quelli meno interessanti, la storia, la bellezza, il fascino, eccetera. Un moto generale e complessivo con il quale si può muovere ogni cosa e anche il tempo, che infatti non esiste se non a sua volta in forma di moto, ce lo insegna la fisica.
È per tutto questo che quell’affermazione di Lawrence l’ho resa un principio fondamentale per me stesso: perché non ho alcun dubbio sulla sua importanza nella mia piccola esistenza che faticosamente cerco di rendere meno inutile possibile.