Quale turismo serve ai luoghi d’arte e di cultura italiani?

Come sempre accade nei periodi turistici/vacanzieri, su tutti i media si rincorrono le notizie e gli articoli circa la quantità di turisti presenti nelle relative località (d’arte, s’intende), i dati e le statistiche, il giro d’affari conseguente e quant’altro di affine; meno si discute invece (ma più di qualche anno fa) sull’impatto degli ingenti flussi turistici sui luoghi architettonicamente più “delicati” e sull’opportunità di regolarli introducendo numeri chiusi o proponendo altre eventuali soluzioni. Di contro, poco o nulla si discute sulla qualità culturale dell’offerta turistica, ovvero su cosa sappiano offrire della loro cultura i luoghi artistici ai propri visitatori: chi visita il patrimonio artistico e culturale italiano si riporta a casa una buona esperienza istruttiva e formativa riguardo esso, oppure c’è il rischio che anche i più importanti luoghi d’arte vengano “venduti” e di conseguenza usufruiti solo come mere mete turistiche, al pari d’un qualsiasi parco divertimenti o d’un banale museo delle cere?

A mio modo di vedere la risposta a tale domanda (retorica, almeno per lo scrivente) risulta fondamentale, anche dal punto di vista prettamente economico. Chiaramente non è questa la sede più adatta per entrare nel merito di come oggi sia studiata, progettata, strutturata e proposta l’offerta turistica nei luoghi d’arte e di cultura italiani – l’argomento necessiterebbe di sviluppi e approfondimenti troppo lunghi e “tecnici” – ma chiedersi cosa resti nella mente e nell’animo dei turisti (stranieri ma non solo) che affollano le città d’arte italiane è cosa a dir poco necessaria, ribadisco. Necessaria per il bene stesso, presente e futuro, dei luoghi in questione, affinché la cultura sovente unica al mondo della quale sono portatori non venga sottoposta a un deleterio processo di banalizzazione turistica che determini la visita ad essi soltanto per scattarsi un selfie e così poter dire “io ci sono stato!” ma, sostanzialmente, senza sapere nulla o quasi del monumento che ha fatto da sfondo all’ennesimo autoscatto social – e chissà quante volte già avviene una cosa del genere! Necessaria, la suddetta risposta, lo è per la preservazione della cultura identitaria nazionale, che all’estero in molti casi trova i suoi migliori “marcatori referenziali” proprio negli innumerevoli elementi del patrimonio artistico italiano, che meglio e più immediatamente di quasi ogni altra cosa sanno fornire la vivida idea di esso e della sua ricchezza, della storia, della cultura e dell’arte che l’Italia può offrire. E un turismo culturalmente consapevole è necessario, ne sono convinto, anche per accrescere il giro d’affari ad esso legato: se il turista recepisce e comprende il valore culturale dei luoghi che ha visitato – un valore che certamente non può essere compreso nella sua totalità solo attraverso una visita di qualche ora se non d’una mezz’ora, come spesso avviene nei classici tour turistici – probabilmente sentirà il bisogno e manifesterà la volontà di ritornarci, prima o poi; se invece il solo scopo della visita si riduce al “che bello essere in vacanza!” e al consueto selfie da postare sui social, appunto, (ovvero al panino da vendere al turista spesso a prezzi discutibili), la relativa esperienza si potrà considerare conclusa, in tutta la sua povertà culturale e con una desolante sconfitta per il nostro patrimonio culturale e il suo retaggio unico al mondo.

Lo ripeto: in principio la questione è meramente tecnica e riguarda il saper costruire un’offerta turistica legata alla visita/fruizione del patrimonio artistico e culturale italiano che sia valida, coinvolgente, che sappia coniugare divertimento e istruzione, che riesca ad arricchire il bagaglio di cultura del turista e lo renda consapevole di aver avuto a che fare non solo con un “bel” monumento, o altro del genere, ma con un prezioso e sovente inimitabile elemento di storia, di arte, di cultura, di sapere e di civiltà: qualcosa, insomma, che mai nessun selfie, souvenir o gadget può replicare. Ma, oltre tale costruzione di una valida offerta turistico-culturale, c’è poi da congegnare la capacità di saperla vendere – e si intenda tale termine nel senso più virtuoso possibile. Qui, io temo, vi sono da cambiare alcuni paradigmi ancora troppo legati a vecchi concetti “novecenteschi”, al “più turisti ci sono meglio è, e più ce ne sono più gli esercenti lavorano, e più lavorano più incassano” il quale di principio va pure bene, per carità, ma che diventa una pratica fine a sé stessa se, come detto, si lega esclusivamente a un turismo privo di consapevolezza culturale per il quale essere in Piazza San Marco a Venezia, sotto l’Arco di Augusto a Roma o tra i monumenti pacchianamente ricostruiti di Las Vegas non fa alcuna differenza. Dunque, strutturare un valido nucleo culturale attorno al quale costruire un “nuovo” turismo diviene una vera e propria forma d’investimento sul patrimonio artistico nazionale che, in quanto tale, inevitabilmente porterebbe pure a un aumento del relativo giro d’affari, con benefici non solo limitati al comparto turistico ma all’intero paese. Un paese, l’Italia, che potrebbe tranquillamente prosperare come pochi altri su quell’immenso tesoro d’arte e di cultura che ha la fortuna di possedere; purtroppo è anche un paese, l’Italia, dove troppe parole vengono spese e pochi fatti realizzati, soprattutto poi se utili a tutti e non solo ai soliti noti

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Summer Rewind #4 – Ah, sì, il celebre scrittore di… boh! Ovvero: se gli autori sono noti al grande pubblico ma i loro libri no…

(Una selezione “agostana”, dunque random ma non troppo, di alcuni dei più apprezzati articoli apparsi in passato dal blog. Questo, pubblicato in origine il 19 luglio 2013.)

book_money_imageDa tempo, ovvero da quanto ho preso a bazzicare come parte attiva il mondo editoriale e letterario, rifletto su quella che mi è sempre parsa una stortura bella e buona di tale mondo: la notorietà popolare di un titolo edito e dello scrittore che ne è autore, e dunque il rapporto che intercorre tra questi due “valori”. Spiego meglio la questione: ho sempre pensato che sia un libro – la sua qualità, le sue doti letterarie, la sua notorietà, appunto – a dover conferire pari virtù al suo autore, e non viceversa; cioè, per esprimere lo stesso concetto con altre parole, che la conoscenza pubblica di uno scrittore debba necessariamente passare dalla conoscenza diffusa dei suoi libri: io conosco (ovvero riconosco come “affermato”) e apprezzo quel tal scrittore perché conosco e apprezzo uno o più libri che egli ha scritto. La stortura suddetta, invece, la rilevo quando avviene il contrario – come mi pare accade sempre più spesso, oggi: il pubblico sa citare nome e cognome di tantissimi scrittori affermati, ma non saprebbe citare nessuno dei titoli dei libri che hanno scritto. Come se la bontà di un’opera di letteratura perdesse tutta la propria valenza espressamente letteraria e abbandonasse l’elemento che ne dovrebbe essere fonte – il libro, appunto – per trasferirsi tutta sul suo autore e assumere una valenza del tutto superficiale e tipicamente di natura mediatica. In soldoni: scommetto che il grande pubblico sa perfettamente chi siano Camilleri, Ammaniti o Baricco – tre nomi contemporanei scelti a caso e secondo me apprezzabili, ma la casistica potrebbe essere infinita e pure atemporale – tuttavia quanti (dei non lettori-fan, ovviamente) saprebbero citare almeno un titolo di qualche loro libro? Ecco, io ho invece sempre pensato che, per quanto riguarda il riscontro popolare del lavoro di uno scrittore, dovrebbero essere ben più conosciuti e famosi i titoli dei suoi libri piuttosto che il nome/cognome dell’autore – se non, appunto, quando riconosciuto come tale per fama acquisita dal valore di quanto scritto: On the Road, un celebre libro di Jack Kerouac (dunque a sua volta celebre per induzione) insomma, piuttosto che “ah sì, Jack Kerouac, il celebre autore di quel famoso libro che parla di… di… Boh!” (Sperando poi che almeno si sappia che Kerouac fosse uno scrittore e scrisse quel famoso libro, e non lo si creda un ex giocatore di basket o un attore di film western degli anni ’50…)
Certamente su questa realtà pesa molto l’influenza dei media, come già accennato, e la loro superficializzazione d’ogni cosa, oggetto o persona, spesso legata ad una spettacolarizzazione forzata e artificiosa a meri fini di audience. In TV, soprattutto, quando si parla (le rarissime volte che avviene e in orari “umani”, voglio dire…) di libri in verità si parla dei loro autori, e se l’autore non è televisivamente vendibile, ovvero non offre qualcosa con cui costruirne un “personaggio”, difficilmente troverà spazio, e i suoi libri tanto peggio. In un modo o nell’altro, il valore letterario proprio di un’opera scritta ed edita viene messo da parte, ignorato o represso: mica si può mettere in piedi un talk show televisivo ospitando dei libri, non vi pare?!? Ma nel principio lo stesso discorso lo si può tranquillamente sostenere per qualsiasi media nazional-popolare, sia chiaro, televisivo, cartaceo, on line o che altro, e il pericolo è che si inneschi un meccanismo di pseudo-conoscenza iper-superficiale in base al quale la cognizione diffusa del panorama letterario si fermi ai soli nomi di chi ne fa parte e non vada oltre, a ciò che veramente e inevitabilmente lo crea e compone – i libri, certo. Sarebbe come ritenersi conoscitori della storia delle missioni spaziali solo perché si conosce il nome degli astronauti più famosi – quelli degli allunaggi durante le missioni Apollo, ad esempio!
Attenzione: non sto dicendo che in ciò sia insito un sorta di tremendo e infamante peccato originale, o che questa sia una cosa deprecabile e debellabile. In verità la mia è una riflessione piuttosto banale e all’apparenza scontata, in fondo, eppure capace di rivelare in un modo alternativo la notevole superficialità della quale è fatta oggetto la “buona” letteratura dal grande pubblico – che invece non ha problemi a ricordarsi i titoli di certi libri-spazzatura da milioni di copie, imposti con battage pubblicitari da lavaggio del cervello per meri fini commerciali, giammai cultural-letterari! In questo casi gli autori non contano nulla, fors’anche perché definirli “autori” è termine esagerato se non fuori luogo…
Fatto sta che proprio di recente un caso editoriale del quale la stampa ha dato notizia pare confermare il cop_libro-rowlingsenso delle suddette mie riflessioni: J.K.Rowling, la celeberrima (e miliardaria) autrice della saga di Harry Potter, ha pubblicato un libro – un giallo, per la precisione – intitolato The cuckoo’s calling con lo pseudonimo di Robert Galbraith. Risultato – a quanto riportano le cronache: 1.500 copie vendute. Roba che a momenti un esordiente vende di più. Poi, salta fuori che quel tal Robert Galbraith è in realtà la Rowling, appunto. Risultato: vendite decuplicate. E ciò a prescindere dalla bontà letteraria dell’opera in questione, come vi apparirà chiaro. Fatemelo dire fuori dai denti: scrivesse merda, la potrebbe vendere e alla grande per il solo suo nome – e, ribadisco, quello della Rowling è solo l’esempio più fresco che ho avuto a disposizione e per questo ho citato: non ho assolutamente nulla contro di lei, anzi, giù il cappello al successo che ha ottenuto col suo celebre maghetto occhialuto! Ma, insomma, capirete bene che, in tali questioni, il libro non conta praticamente nulla: diviene come uno di quei capi alla moda orribili e dal valore estetico pari a zero eppure agognato da tanti solo perché firmato da questo o da quell’altro celebre stilista…
Lo ammetto ancora: la riflessione in sé è probabilmente banale, eppure non riesco a non ricavarne quella vivida sensazione di stortura, di qualcosa che va nel verso sbagliato, di un’evidenza – l’ennesima – tipica del panorama editoriale e letterario che tuttavia con i libri e la letteratura mi pare centri assai poco.

REMINDER! Un meraviglioso documentario possibile sulla DOL – e un crowdfunding per realizzarlo!

Manca solo una settimana alla conclusione del crowdfunding aperto su Eppela per finanziare il documentario sui monti della DOL, la Dorsale Orobica Lecchese, una delle zone alpine più belle e affascinanti d’Italia. Mi permetto di rinnovare l’invito a partecipare al crowdfunding: a ringraziarvi per la vostra generosità ci saranno non solo e non tanto il sottoscritto, chi sta lavorando alla realizzazione del documentario o chi altri stia collaborando al progetto sulla DOL, ma in primis ci sarà il territorio, ci saranno i monti con le loro rocce, i canaloni, le valli e i valloni, gli alpeggi, le acque dei torrenti e dei laghi, i boschi e i prati, i fiori, gli animali, l’aria e il cielo che sovrasta questa dorsale che dalla catena alpina scende verso la pianura portandosi appresso una quantità incredibile di “tesori” paesaggistici, naturalistici, storici, antropologici, enogastronomici, culturali sovente unici in tutte le Alpi. Questo è il ringraziamento più importante: quello delle persone e delle genti lo è a sua volta, assolutamente, ma il grazie che scaturisce della Terra resta nel tempo e vi resterà impresso per sempre nel cuore e nell’animo, perché è fatto delle stesse “parole” con cui ci parla la vita nella sua accezione più piena e completa.
E, comunque, grazie di cuore anche da me!

In questi giorni vi ho parlato più volte della DOL, la Dorsale Orobica Lecchese, anche grazie alla quinta edizione del trekking di In Viaggio sulle Orobie del cui gruppo di viaggiatori ho avuto l’onore e la fortuna di far parte – qui trovate tutti gli articoli dedicati al tema. Più volte, dunque, vi ho parlato della grande bellezza, della spettacolarità, del fascino di questo itinerario montano, certamente tra i più sorprendenti dell’intero arco alpino, e di come uno degli scopi del trekking sia quello di rilanciare e rivalorizzare l’itinerario e l’intero territorio attraversato da esso, ricchissimo di tesori paesaggistici, naturalistici, storici, architettonici, enogastronomici e culturali in genere, per fare in modo che una rinnovata frequentazione di esso diventi anche un’altrettanto rinnovata prospettiva di sviluppo, sotto ogni punto di vista (e non solo da quello meramente turistico, dunque) per questa zona delle Alpi Centrali.

Per raggiungere tale scopo, durante In Viaggio sulle Orobie, il fotografo e regista Carlo Limonta ha girato un documentario col quale ha raccolto tutta la bellezza e la potenzialità della DOL, facendone lo strumento peculiare di un progetto ideato da Ruggero Meles che supporta il rilancio del territorio attraversato dal trekking.
Per sostenete tale progetto è stato attivato un crowdfunding sulla piattaforma di Eppela, al fine di poter realizzare e produrre concretamente il documentario dunque, in questo modo, permettere la messa in atto degli scopi di cui vi ho detto – ma pure, in primis, per far conoscere una zona tanto bella a chi non l’abbia ancora visitata.
Vi invito caldamente a contribuire al crowdfunding, e non solo per l’importanza e il valore del progetto in sé: in verità – per così dire – ogni contributo donato è e sarà una particella luminosa in grado di illuminare nuovamente queste meravigliose montagne, la loro antica e affascinante cultura, le genti che le abitano, le loro tradizioni, i tesori che il territorio offre a chi lo visita e, appunto, lo spettacolare itinerario della DOL, vera e propria cerniera alpina capace di unire tutto quanto sopra in una dimensione di fondamentale importanza culturale, dalla quale chiunque – locali residenti e forestieri visitanti – può e potrà ricavare le più sublimi sensazioni di bellezza.

Cliccate sul pulsante qui sotto per visitare la pagina di Eppela dedicata al progetto, conoscerlo in ogni dettaglio e per contribuire:

Questo è invece il teaser trailer del documentario, il quale – ribadisco – sarà prodotto solo se l’obiettivo fissato dal crowdfunding verrà raggiunto:

Grazie di cuore fin d’ora per ciò che potrete e vorrete fare. E, se già non la conoscete e prima o poi la percorrerete, la Dorsale Orobica Lecchese, vi potrete assolutamente rendere conto di come non ci voglia granché per sentirsi parte di un valore inestimabile… solo un minimo di allenamento, un buon paio di scarpe e un pizzico di generosità!

Un meraviglioso documentario possibile sulla DOL – e un crowdfunding per realizzarlo!

In questi giorni vi ho parlato più volte della DOL, la Dorsale Orobica Lecchese, anche grazie alla quinta edizione del trekking di In Viaggio sulle Orobie del cui gruppo di viaggiatori ho avuto l’onore e la fortuna di far parte – qui trovate tutti gli articoli dedicati al tema. Più volte, dunque, vi ho parlato della grande bellezza, della spettacolarità, del fascino di questo itinerario montano, certamente tra i più sorprendenti dell’intero arco alpino, e di come uno degli scopi del trekking sia quello di rilanciare e rivalorizzare l’itinerario e l’intero territorio attraversato da esso, ricchissimo di tesori paesaggistici, naturalistici, storici, architettonici, enogastronomici e culturali in genere, per fare in modo che una rinnovata frequentazione di esso diventi anche un’altrettanto rinnovata prospettiva di sviluppo, sotto ogni punto di vista (e non solo da quello meramente turistico, dunque) per questa zona delle Alpi Centrali.

Per raggiungere tale scopo, durante In Viaggio sulle Orobie, il fotografo e regista Carlo Limonta ha girato un documentario col quale ha raccolto tutta la bellezza e la potenzialità della DOL, facendone lo strumento peculiare di un progetto ideato da Ruggero Meles che supporta il rilancio del territorio attraversato dal trekking.
Per sostenete tale progetto è stato attivato un crowdfunding sulla piattaforma di Eppela, al fine di poter realizzare e produrre concretamente il documentario dunque, in questo modo, permettere la messa in atto degli scopi di cui vi ho detto – ma pure, in primis, per far conoscere una zona tanto bella a chi non l’abbia ancora visitata.
Vi invito caldamente a contribuire al crowdfunding, e non solo per l’importanza e il valore del progetto in sé: in verità – per così dire – ogni contributo donato è e sarà una particella luminosa in grado di illuminare nuovamente queste meravigliose montagne, la loro antica e affascinante cultura, le genti che le abitano, le loro tradizioni, i tesori che il territorio offre a chi lo visita e, appunto, lo spettacolare itinerario della DOL, vera e propria cerniera alpina capace di unire tutto quanto sopra in una dimensione di fondamentale importanza culturale, dalla quale chiunque – locali residenti e forestieri visitanti – può e potrà ricavare le più sublimi sensazioni di bellezza.

Cliccate sul pulsante qui sotto per visitare la pagina di Eppela dedicata al progetto, conoscerlo in ogni dettaglio e per contribuire:

Questo è invece il teaser trailer del documentario, il quale – ribadisco – sarà prodotto solo se l’obiettivo fissato dal crowdfunding verrà raggiunto:

Grazie di cuore fin d’ora per ciò che potrete e vorrete fare. E, se già non la conoscete e prima o poi la percorrerete, la Dorsale Orobica Lecchese, vi potrete assolutamente rendere conto di come non ci voglia granché per sentirsi parte di un valore inestimabile… solo un minimo di allenamento, un buon paio di scarpe e un pizzico di generosità!

Dieci “parole” (più una) per un Viaggio unico sulla DOL!

Come saprete, ho avuto il grande onore e l’altrettanto grande fortuna di far parte dei viaggiatori che, dal 13 al 16 luglio scorso, hanno animato la quinta edizione di In Viaggio sulle Orobie, il bellissimo trekking che la rivista OROBIE organizza annualmente tra i monti delle Alpi Centrali e che, quest’anno, ha percorso lo spettacolare itinerario della DOL, la Dorsale Orobica Lecchese.
Dunque ora il classico copione imporrebbe un bel “resoconto” sul Viaggio, le emozioni provate, le sensazioni suscitate, le persone incontrate, i paesaggi e gli orizzonti ammirati, le cose viste, toccate, udite, mangiate e bevute… e invece?!?
Invece sì, un buon resoconto ci vuole, eh, vi tocca… però ve ne offro uno “non convenzionale”, se così posso dire: dieci “fotografie” scattate dalla (contorta, ma pure estasiata) mente del sottoscritto lungo la DOL, con dieci relative parole ma assai particolari – anzi, dieci più una… e leggendo capirete rapidamente perché lo sono!

1.      L’itinerario della DOL: semplicemente spettacolare e di rara suggestione, come pochi in tutto l’arco alpino. C’è di tutto: panorami glaciali, zone remote e selvagge, fauna e flora alpine a gogò, miniere, pascoli, boschi, stalle, casere, rifugi accoglienti, orizzonti sconfinati… e la partenza di questa “nuova” versione dell’itinerario (e del trekking) dalla Val Gerola, resa necessaria dal deterioramento di alcuni sentieri nella zona del Monte Legnone facenti parte del “vecchio” itinerario, lo rende ancora più ricco di peculiarità e di suggestioni. Nonostante, rispetto a prima, sia più breve: un(a) affascinante babyDOLl, in pratica! Dunque, voi escursioniste venite a provarla e voi escursionisti ad ammirarla!

2.      Ho già scritto altrove di quanto ritenga significativo e importante il concetto di montagne non (più) come mura di confine ma come cerniere tra versanti contigui, genti, culture, tradizioni, commerci, obiettivi comuni. Questo anche perché ovunque si elevino, e forse in Europa ancora di più, le montagne sono un territorio fondamentale sia in senso materiale che immateriale, e la Dorsale Orobica Lecchese il concetto di “cerniera” lo rende evidente e illuminante come poche altre zone montuose. Come non fosse una mera coincidenza geografica, la Dorsale è posta più o meno in mezzo alla Lombardia nonché alla catena alpina, affacciandosi ove essa si divide nelle sue parti occidentale e orientale, e rappresenta un impeccabile trait d’union montano tra le alte vette retiche e la pianura lombarda più antropizzata. Per tutto ciò si può dire che la Dorsale, del territorio sul quale si eleva e non solo per quello, è la parte più centrale, più intima… ne è il  miDOLlo, ecco!

3.      La Dorsale Orobica Lecchese non è un itinerario estremo ma, certamente, nemmeno una passeggiata. 80 km, pur se percorsi in 4 giorni – come è stato per In Viaggio sulle Orobie – non sono pochi, considerando poi la gran varietà di terreni che la Dorsale presenta: da comodissime piste sterrate pianeggianti fino a tratti di sentiero ripido, da riposanti passaggi attraverso ameni altipiani prativi a passi esposti e attrezzati nei quali un minimo di piede fermo è necessario. Insomma: allenatevi almeno un poco se volete affrontarla senza poi sDOLorare per il mal di gambe e lo sforzo fisico sostenuto!

4.      D’altro canto non vi devono essere limiti alla libertà di percorrenza degli 80 km di Dorsale Orobica Lecchese! C’è chi la fa correndo in meno di 12 ore, ma c’è chi ci mette pure due settimane, non volendo perdere nulla dei tanti tesori – paesaggistici, naturalistici, storici, culturali, enogastronomici eccetera – che l’itinerario offre. In fondo la “montagna” è sinonimo di libertà: quella vera, che non è il poter fare ciò che si vuole ma il conseguire la migliore armonia con il territorio e l’ambiente in cui si è, armonizzando la propria vita e le proprie volontà con la vitalità del luogo e con le sue peculiarità. Dunque, statene certi: in un modo o nell’altro, che la facciate di corsa o con la più olimpica calma, sicuramente la Dorsale Orobica Lecchese vi susciterà sempre la migliore inDOLe possibile!

5.      Come detto, la Dorsale Orobica Lecchese, nella sua parte più settentrionale, osserva da vicino i giganti di roccia e ghiaccio delle Alpi Centrali ma con uguale vicinanza, al suo termine meridionale, vede appena sotto i propri “piedi” Città Alta di Bergamo e, poco oltre verso Occidente, i grattacieli di Milano. Tuttavia, al suo centro, riesce persino a regalare l’emozione di essere tra i monti del Trentino e del Sud Tirolo, soprattutto quando lambisce lo spettacolare gruppo dei Campelli con le sue pareti, canali e torri di dolomia principale. Dunque, oltre che tutto il resto, si può ben dire che la Dorsale Orobica Lecchese è pure DOLomitica!

6.      A proposito: mai sentito suonare un alphorn – ovvero il corno delle Alpi – in fibra di carbonio dentro il fantastico circo roccioso dei Camosci, nel centro del gruppo dei Campelli? Io sì: grazie a Martin Mayes, ospite fisso del Viaggio con il suo corno tanto hi-tech quanto capace di emettere suoni fascinosamente ancestrali – come quelli che l’alphorn sa generare. E non vi dico la suggestione assoluta di sentire le note del corno di Martin echeggiare nel circo roccioso dei Campelli, la cui forma ricorda quella di una gigantesca sala concerti: un effetto stereofonico… anzi, DOLby Surround!

7.      Vi avviso, comunque: la Dorsale Orobica Lecchese è talmente bella che rischia di suscitarvi una sfrenata venerazione per essa e i suoi tesori. Ad esempio per l’imponente regnante che domina la parte Nord del percorso, il maestoso Pizzo dei Tre Signori; o per i panorami così sconfinati da lasciarvi in contemplazione estatica oppure, beh, per le prelibatezze enogastronomiche che nascono nel territorio: dallo Storico Ribelle agli altri formaggi, ai frutti di bosco, le carni, le polente, i dolci, i vini dei vigneti ai piedi dell’Albenza ove l’itinerario si conclude… Insomma, ribadisco: state attenti, la Dorsale Orobica Lecchese potrebbe ingenerarvi situazioni di vera e propria iDOLatria!

8.      Uno degli obiettivi che si è prefisso il trekking di In Viaggio sulle Orobie lungo la Dorsale è quello di rilanciare in grande stile la fruizione dell’itinerario che fino a oggi, nonostante la sua bellezza, ha sofferto di un certo deficit di conoscenza e promozione. In verità la Dorsale credo non sia affatto seconda a nessun altro trekking ben più rinomato e frequentato sulle Alpi, e lo scopo di In Viaggio sulle Orobie è giusto quello di promuovere sulla Dorsale un turismo “dolce”, slow, culturalmente consapevole ed ecosostenibile, che sappia non solo valorizzare il territorio ma pure contribuisca a far vivere al meglio le genti che lo abitano e, dunque, la montagna tutta. E poter disporre di un territorio così meraviglioso come quello attraversato dalla Dorsale Orobica Lecchese, è veramente come avere a disposizione un’immensa montagna di DOLlari!

9.      A questo punto, dopo tutto quanto avete letto finora (ed è nulla di quello che si potrebbe raccontare), beh, mi viene da dire una cosa “inesorabile”. La Dorsale Orobica Lecchese è talmente bella che, se prima o poi non la percorrerete almeno una volta (ma se lo farete una volta sono certo lo farete molte altre volte), sappiatelo: ve ne adDOLorerete moltissimo!

10.  Ultima parola che però non è una parola: è un acronimo, ma sarebbe bellissimo se alla fine una parola “vera” come le altre lo potesse diventare: “DOL“. Una parola che identifichi rapidamente a quante più persone possibili un itinerario, un trekking, una sorprendente vacanza montana a due passi dalle grandi città del Nord Italia ovvero per chi venga da qualsivoglia parte del pianeta, un territorio, un patrimonio culturale, una comunità di persone abitanti lo stesso crinale, un futuro per essa di ritrovata e rinnovata consapevolezza sociale, sociologica e antropologica, un progetto a lunghissimo termine di confortevole vita in montagna… Insomma, la DOL è tutto questo, dunque può benissimo pure rappresentarlo anche in qualità di “neologismo”: magari, un domani, di altri begli itinerari escursionistici montani, per rimarcarne il valore si arriverà a dire: è proprio una DOL!

Come? Sono dieci e non undici “parole”?
Un attimo solo: prima voglio rivolgere uno smisurato grazie di cuore a tutti gli altri viaggiatori e ai ragazzi della redazione di OROBIE che con la loro presenza hanno reso questo trekking, per lo scrivente, uno dei ricordi più belli e DOLci in assoluto.
Ecco, undici!

P.S.#1: potete godervi una ampissima galleria fotografica sul trekking di In Viaggio sulle Orobie 2017 lungo la DOL nel sito di Orobie, qui.

P.S.#2: le foto nell’articolo sono di Massimo Sonzogni.