Henry David Thoreau, “Ascoltare gli alberi”

Io lo insegnerei nelle scuole, Henry David Thoreau. Inserirei la lettura dei suoi libri nei programmi scolastici di ogni ordine e grado, in pratica, senza dubbio alcuno.

Ecco, avrei bell’e fatta la recensione del libro del quale ora vi dovrei scrivere, qui di seguito; d’altro canto mi rendo conto che le affermazioni iniziali, che scaturiscono dalla lettura personale della gran parte dei testi editi in Italia del grande pensatore americano, sarebbero e sono valide per tutti quei testi, preziosissimo corpus filosofico-letterario che Thoreau ha regalato a tutti i suoi posteri la cui importanza non solo non perde un’oncia col passare del tempo, semmai si accresce sempre di più, anche se non soprattutto dal punto di vista filosofico, di autentica e preziosa ricerca della verità delle cose. Leggere Thoreau, a scuola in quanto primario ambito di formazione del pensiero adulto come in ogni altra circostanza e momento della vita, rappresenta sempre una pratica di arricchimento intellettuale, emozionale, spirituale nonché una via da seguire con la certezza che, con tutta probabilità (ma solo per non usare espressioni apparentemente più assolutiste seppur obiettive), sia quella giusta, ovvero una delle più giuste da seguire tra mille altre anche ben più recenti ma raramente dotate di una simile forza, di una paragonabile purezza intellettuale tanto quanto spirituale.

Tutto ciò lo si può dedurre facilmente anche affrontando Thoreau da vie certamente confluenti (o defluenti, dipende da che parte le si contempla) in quella principale citata ma apparentemente “secondarie”: Ascoltare gli alberi (Garzanti, 2018, collana “I piccoli grandi libri”, traduzione di Alba Bariffi) è una di queste, compendiando l’opera nelle sue poche ma intense pagine una raccolta di brani, tratti da vari testi, nei quali Thoreau racconta della sua relazione con gli alberi, autentici compagni di vita e di esperienze per uno come lui che ha fatto del rapporto diretto, fisico e mentale, con la Natura la condizione esistenziale primaria e ineludibile []

[Immagine tratta da libreriamo.it.]
(Potete leggere la recensione completa di Ascoltare gli alberi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Dopo il temporale di maggio

[Foto di Larisa Koshkina da Pixabay.]

Adesso è uscito il sole dopo il temporale di maggio. Com’è luminoso, pieno di freschezza, di tenere promesse e profumato, il mondo nuovo! Il bosco sta mettendo le foglie nuove; è una stagione memorabile. Così ricca di speranza. Queste foglie giovani hanno la bellezza dei fiori. […] Sento forse l’odore delle foglie di betulla da lontano? La maggior parte degli alberi è bellissima quando germoglia, ma soprattutto la betulla. Dopo un temporale, in questa stagione, il sole esce ad accendere le tenere foglie in crescita, e tutta la Natura è piena di luce e profumo – gli uccelli cantano senza posa – e la terra è un regno incantato. Le foglie di betulla sono così piccole che attraverso l’albero si vede il paesaggio, e sono come lustrini verdi e argentati al sole.

[Henry David Thoreau, Diario, 17 maggio 1852 in Ascoltare gli alberi, Garzanti, 2018, pagg.43-44.]

Parole scritte 171 anni fa, ma che si potrebbero scrivere oggi (certo, a essere dei Thoreau!) e avrebbero lo stesso valore, la stessa portata. Il tempo della Terra è questo: per noi umani mortali qualcosa di inconcepibile, solo che continuiamo a “concepire” di poterlo dominare e assoggettare al nostro tempo, invece di cercare con esso la più equilibrata armonia. E subendone le conseguenze spezzo tragiche, inesorabilmente.

Il paesaggio è un modo di pensare

[Foto di Julien Riedel su Unsplash.]

Insegnare il paesaggio è in qualche modo una contraddizione in termini, perché il paesaggio non si insegna, non si impara, non è una disciplina definita, non è una materia che si può inserire in un programma di studi. Più che un sapere, il paesaggio è un “metodo”, e ancor prima di essere un metodo è un modo di vedere, di immaginare e di pensare le cose.
Le innumerevoli definizioni del termine «paesaggio» indicano l’inutilità, e anche l’impossibilità, di procurarne una definizione, perché c’è qualcosa nel paesaggio che sfugge in permanenza, che non si lascia abbracciare da uno sguardo univoco. Le numerose discipline che si occupano di paesaggio lo sanno, ma rinunciano per ragioni pragmatiche a questo relativismo, e agiscono come se il paesaggio fosse un oggetto come tutti gli altri. Invece, l’essenza stessa del paesaggio è proprio nella sua refrattarietà a un pensiero frontale.
Il paesaggio va colto di profilo, e quello che davvero conta non è il “cosa” ma il “come” del paesaggio, cioè la sua natura ambigua, dinamica, in progress. Per avvicinare il fenomeno paesaggio bisogna modificare le nostre attitudini, bisogna restituire elasticità al pensiero, bisogna accettare l’incompiuto, il frammento, il confine incerto. Proprio in questo senso insegnare il paesaggio è uno sforzo auspicabile, perché aiuta a cambiare l’orizzonte mentale.
Il paesaggio è un modo di pensare, e proprio per questo può diventare un buon metodo per affrontare problemi complessi e per insegnare ad affrontarli. Il paesaggio può insomma rappresentare un’alternativa preziosa per chi crede che l’insegnamento corrente, scivolato nella superficialità o nell’eccessiva specializzazione, ha bisogno di un ripensamento radicale.

[Matteo Meschiari, Pensare-Paesaggio. Il paesaggio come metodo, in Geoanarchia. Appunti di resistenza ecologica, Armillaria Edizioni, 2017.]

Artavaggio, nemo propheta in patria

P.S. (Pre Scriptum): per chi l’abbia perso e ne fosse interessato, ripropongo di seguito l’articolo sulla questione dello sviluppo turistico dei Piani di Artavaggio (Valsassina, provincia di Lecco – ma le cui osservzioni possono ben valere per molte altre località similari) pubblicato martedì 21 febbraio su “Valsassina News”. Come sempre, con la speranza di poter contribuire ad attivare un dibattito approfondito e consapevole riguardo il luogo, le sue peculiarità e il suo miglior futuro possibile, turistico e non solo.

Da Per una rigenerazione dell’Appennino Tosco-Emiliano: turismo, sostenibilità e sviluppo territoriale nel Parco Regionale Corno alle Scale, CAST – Centro di Studi Avanzati del Turismo, Università di Bologna (Campus di Rimini), marzo 2020, pagg.134-135:

«Se l’obiettivo primario è quello di investire sulla stazione sciistica, è bene seguire le best practice di stazioni sciistiche di piccole-medie dimensioni che hanno messo in atto recentemente delle strategie di rivitalizzazione del turismo (WTO, 2018). […] Emerge dunque la necessità di ampliare il portfolio di attività invernali per creare nuove opportunità di spesa per i visitatori, tenendo presenti i cambiamenti nelle loro preferenze e in una prospettiva di medio-lungo termine. In questo senso, la visione preferita registrata dai turisti oggetto della nostra indagine è quella che vede il rinnovamento e l’ammodernamento degli impianti, ma legandoli al potenziamento di forme di turismo diverse. ln questa direzione può essere utile ricordare le recenti esperienze di:
Valsassina in Lombardia, una stazione sciistica a bassa quota vicino a Milano, dove l’offerta dei tre piccoli resort che compongono la stazione è stata differenziata, dirigendola verso segmenti di mercato diversi. Il primo resort, di maggiore altitudine (Piani di Bobbio), è dedicato allo sci alpino in inverno e alla MTB in estate; il secondo (Piani di Artavaggio) è specializzato in sci di fondo, ciaspolate e attrazioni per famiglie; il terzo (Pian delle Betulle) è focalizzato sull’estate e offre un parco avventura.
– Cervinia in Valle d’Aosta, a fronte di una diminuzione nelle precipitazioni nevose, ha attuato un efficientamento degli impianti, riducendone il numero e aumentando la capacità degli ski-lift.
– Allgäu in Bavaria (Germania) ha un’ampia varietà di attrazioni naturali e culturali, ma si è posizionata come destinazione di wellness, promuovendo la cura che prende il nome da Sebastian Kneipp, originario di quella località.»

Tra gli innumerevoli documenti che abitualmente studio in tema di territori montani e loro frequentazione, qualche giorno fa mi è ricapitato tra le mani il report sopra indicato, dedicato all’area appenninica citata ma veramente ben strutturato e ricco di analisi alquanto interessanti e utili anche a molte altre zone montane che godono di una frequentazione turistica – o che la subiscono.

In esso, nel passaggio citato, i ricercatori del Centro di Studi Avanzati del Turismo dell’Università di Bologna citano tre casi evidentemente considerati indicativi riguardo il tema in questione, tra i quali c’è quello della Valsassina, portata a esempio di una riqualificazione diversificata delle proprie aree montane in forza dell’evoluzione climatica e socioeconomica degli ultimi decenni e, dunque, indicata come modello potenziale di rigenerazione post-sciistica di successo.

Ovvero, in parole semplici: uno dei centri accademici di studi sul turismo più importanti in Italia indica, nello specifico, i Piani di Artavaggio come caso virtuoso e emblematico di stazione ex sciistica riconvertita e rigenerata (come anche io con i coautori Sara Invernizzi e Ruggero Meles abbiamo raccontato sulla guida Dol dei Tre Signori, il cui itinerario escursionistico transita proprio da Artavaggio) e invece, purtroppo, gli amministratori locali vorrebbero riportarci lo sci costruendo impianti e infrastrutture conseguenti, degradando il luogo e la sua storia recente facendola andare al contrario come fosse ferma a sessant’anni fa.

Non solo: nel frattempo si sta diffondendo un significativo fenomeno, lungo le Alpi italiane, attestato da numerosi articoli degli organi di informazione. Molte località sciistiche, o ex-sciistiche, che per un motivo o per l’altro non hanno aperto gli impianti di sci (per problemi finanziari delle società a cui fanno capo, assenza di concessioni, mancanza di gestori, eccetera) e per le quali tale chiusura è stata considerata da alcuni come «una catastrofe», «la morte della località», «la fine dell’economia locale» e via di questo passo, stanno invece vedendo un notevolissimo afflusso di gitanti, con parcheggi stracolmi, ristoranti e rifugi a pieno regime, scialpinisti e ciaspolatori un po’ ovunque, famiglie con bambini che si godono la sicurezza e la tranquillità di una gita sulla neve priva dei pericoli e dei disturbi che impianti e piste da sci inevitabilmente genererebbero, se aperti.

In pratica, dove un tempo si sciava e ora non più, e dove per questo qualcuno credeva ci sarebbe stato il “deserto”, c’è invece più gente di quando gli impianti erano funzionanti e più di altre località nelle quali i comprensori sciistici sono aperti. Cioè, sta accadendo quello che già da anni si constata ai Piani di Artavaggio, che dunque in tal senso risultano un modello turistico virtuoso (e profetico, appunto) divenuto col tempo esemplare per tante altre località montane rimaste senza impianti e piste da sci.

Ecco perché fin da quando è stato reso noto il progetto di “ritorno” dello sci ad Artavaggio e di costruzione dei relativi impianti e infrastrutture, ho subito affermato che era ed è una follia. Persino un prestigioso ente accademico di ricerca “forestiero”, ma che elabora studi scientifici per l’intero territorio montano italiano e non solo, ha ritenuto emblematico elevare la località valsassinese a esempio e modello, come detto: posto ciò, è veramente un gran peccato che gli amministratori locali non lo capiscano, non vedano e non percepiscano questa realtà. È un peccato che, come sembra, ignorino – o vogliano scientemente ignorare – il grande valore e il prestigio che Artavaggio si è costruita negli ultimi anni, e che invece minaccino di farla ritornare a essere un’anonima, banale, trascurabile stazione sciistica, che dilapiderebbe in breve tempo il patrimonio di consensi costruito negli anni e per giunta resterebbe a costante rischio di fallimento – economico, turistico, ambientale, culturale.

Mi piacerebbe moltissimo dirimere tali inquietudini e i relativi dubbi – che so hanno come me tanti altri frequentatori di Artavaggio e delle montagne della Valsassina. Perché, ribadisco, non c’è solo in gioco la mera questione “sci sì/sci no”, ma l’intero territorio e il suo buon nome, la storia virtuosa costruita negli ultimi anni, l’ambiente naturale e il paesaggio, l’apprezzamento di molti estimatori della sua bellezza e delle sue peculiarità, il suo futuro e quello della comunità residente. Bisogna proprio sperare che tutto questo lo vogliano finalmente comprendere, quelli che hanno nelle mani il destino di Artavaggio. Per il bene del luogo e di tutti.

Martedì, su “Valsassina News”

Nel mentre che qualcuno vorrebbe installare nella conca dei Piani di Artavaggio una nuova seggiovia per riportarvi lo sci su pista, come se la località fosse ferma agli anni Settanta, il CAST – Centro di Studi Avanzati del Turismo dell’Università di Bologna produce un report su “turismo, sostenibilità e sviluppo territoriale” e indica al riguardo tre modelli di sviluppo ritenuti per diverse ragioni esemplari: Allgäu in Germania per il turismo del wellness, Cervinia per lo sci su pista e la Valsassina per la differenziazione dell’offerta turistica, citando nello specifico i Piani di Artavaggio specializzati «in sci di fondo, ciaspolate e attrazioni per famiglie».

Posta una tale prestigiosa attestazione accademica, la cui importanza emblematica è inutile rimarcare, la domanda che da mesi tutti (o quasi) si pongono diventa ancora più pressante: perché ricostruire seggiovie e riportare lo sci su pista a Artavaggio?

Ho espresso le mie considerazioni al riguardo in un articolo pubblicato martedì scorso, 21 febbraio, su “Valsassina News”, la cui redazione ringrazio di cuore per l’attenzione e lo spazio dedicatomi. Cliccate sull’immagine qui sopra per leggerlo.