Sono nel bosco! (Per la Giornata Nazionale dell’Albero 2017)

Oggi, 21 novembre, si festeggia la Giornata Nazionale degli Alberi. Un’ennesima festa retorica, magari dirà qualcuno di voi, e sono piuttosto d’accordo: non tanto per il senso della stessa, che è certamente nobile, quanto perché vorrei che ogni giorno dell’anno fosse una tale “festa” ovvero una manifestazione di rispetto, soprattutto per quegli alberi che vengono incendiati dolosamente, abbattuti per cementificare, contaminati dall’inquinamento umano e così via.
Di contro, non posso non dirmi sensibile a questa giornata in modo speciale: per rimarcarlo, ripropongo questo testo già pubblicato tempo fa nel quale in breve racconto le basi della personale sensibilità al riguardo. Perché, appunto, ambisco certamente a poter essere considerato un Homo Sapiens nel senso più pieno della definizione ma, forse, in certi momenti (peraltro sempre meno rari) preferisco identificarmi come un Homo Silvanus.
E viva gli alberi, 365 giorni all’anno!

Se non mi trovate, sono nel bosco!

A volte percepisco una sorta di disequilibrio tra me e il mondo degli uomini, la società umana – almeno quella quotidiana nella quale mi tocca (volente o nolente) stare – una disarmonia inquieta che mi genera uno stato di estraneità interiore – nulla che si veda dal di fuori, sia chiaro – un sentirmi “fuori schema” e non conta che ciò sia per chissà qual mia improbabile e originale virtù o più plausibile mia colpa ovvero di quelle altrui – non è la solita questione del sentirsi “diversi” (da cosa, poi? E cos’è la diversità, cos’è la normalità? Chi si differenzia da chi, e in base a cosa?) ma, più semplicemente e peculiarmente, una dissonanza spirituale. Lo stare in un posto perché così dev’essere e non capire del tutto il perché, ecco.
Di contro, se c’è un ambito nel quale percepisco più che altrove una sensazione interiore di benessere, di essere in un luogo amico, accogliente in senso pienamente bio-logico, per così dire, è certamente il bosco. Mi troverete lì, nei momenti suddetti. Mi ci immergo come in una dimensione, uno spazio-tempo altro, assolutamente terreno e al contempo profondamente trascendentale, metafisico, vi girovago spesso senza mai sentirmi smarrito – anzi, tutt’altro – e in effetti, devo confessare, è così anche perché con le piante mi ci ritrovo a parlare, e ci faccio delle chiacchierate ben più argute di quelle che certi umani consentono. La dico con fare spiritoso, ‘sta cosa, perché so benissimo che quando la racconto i miei interlocutori in tal modo la intendono e insieme ci scherziamo sopra.
Tuttavia non sto scherzando mica troppo, in verità. Perché è il bosco, più di qualsiasi altro ambiente, che contribuisce a riallinearmi col mondo d’intorno, ad armonizzare nuovamente quelle percezioni dissonanti di cui ho detto, a insegnarmi – le piante, intendo – quale sia l’equilibrio necessario tra presenza ed essenza, tra forza e levità vitali, tra senso e sostanza della vita. Ben più di molti uomini, appunto, mi permetto di ribadirlo. Appoggio la mano sui tronchi e sento – credo di sentire, mi convinco, mi illudo o quant’altro ma tant’è, la cosa non cambia – scorrere più energia vitale (no, la linfa non c’entra) che in innumerevoli altri luoghi convenzionalmente ritenuti “vivi” ma che di viva hanno forse solo una cospicua immaginazione indotta.
Non so se possieda i “titoli” e possa ambire al titolo di Homo sapiens, forse ho più probabilità di poter essere considerato un Homo silvanus, ecco. Nonostante per molti il bosco non sia che un posto pieno solo di “cose” in forma di fusti legnosi fastidiosamente fitti, se non pure piuttosto inquietanti.
Beh, da Homo silvanus, a costoro vorrei dare un caloroso consiglio: imparate ad ascoltarle, le piante, quando avete la fortuna di vagare per i boschi. Vi insegneranno moltissimo. E se nel bosco mi trovate a vagare, come facilmente potrebbe accadere, non disturbatemi più di tanto – anche se sarò felice di incontrare pure voi, in un ambito così profondamente vitale e benefico.

P.S.: le immagini in testa al post sono tratte da qui.

Stiamo diventando tutti “androidi” (senza cervello)?

Syd Mead, Concept art per Blade Runner. (http://sydmead.com/v/12/)

L’indipendenza è un valore sacro da difendere: è impensabile farsi condizionare dagli altri, farsi limitare, farsi dire che cosa fare e come vivere. Eppure, io stesso conosco moltissime persone ‒ mie coetanee, anche ‒ per cui l’essere condizionati dall’esterno, il rinchiudersi in una forma data, è diventata una specie di religione inconsapevole.

Questa citazione è tratta da un articolo del sempre illuminante Christian Caliandro, che riflette sulla semplificazione culturale come tendenza tra le più diffuse del presente, rivelatrice di un degrado che coinvolge vari ambiti dell’esistenza, dal lavoro ai rapporti, fino alla musica e alla spiritualità, chiedendosi conseguentemente: “Quali soluzioni abbiamo per non trasformarci tutti negli androidi profetizzati da Philip K. Dick?” Testo breve tanto quanto illuminante, appunto. Vi consiglio di leggerlo e meditarvi sopra: cliccate sull’immagine per visualizzarlo interamente, dal sito di Artribune.
Poi, se vi interessa sapere la mia opinione al riguardo ovvero la risposta alla domanda dickiana posta – più avanti nell’articolo – da Caliandro “Che succede nel momento in cui la semplificazione culturale raggiunge il punto di non ritorno? Diventiamo tutti androidi?“, beh, sì, lo diventiamo. Anzi, ampia parte della popolazione lo è già diventata: spento definitivamente il cervello e meccanizzate le solite, invariabili azioni quotidiane – rompere tale routine è ormai percepita come qualcosa di potenzialmente rischioso – si è formalmente nella condizione di automi antropomorfi programmati per compiere certe attività e solo quelle ovvero comandati/comandabili a distanza in tutto e per tutto. Inclusa la funzione “OFF”.

La più equa tolleranza

Il miglior modo di coltivare la tolleranza è quello di non tollerare gli intolleranti.

Non è affatto una contraddizione o un’incoerenza, tutt’altro, e per un logicissimo motivo: tollerare ciò che ha come obiettivo sostanziale l’eliminazione della tolleranza è, esso per primo, un paradossale esercizio di assoluta intolleranza, per giunta autoimposta. La cosa più illogica possibile, insomma, oltre che vile.

Dunque, qualsiasi sviluppo di una proficua condizione di tolleranza, individuale o collettiva, deve prima di tutto prevedere l’eliminazione di qualsiasi forma di intolleranza, e agire in tal senso con logica e ineludibile determinazione. Una realtà di segno opposto sarebbe del tutto intollerabile, appunto!

Libertà è “licenziarsi” dalle schiavitù (Fëdor Dostoevskij dixit)

Nel mondo attuale per libertà s’intende la licenza, mentre la vera libertà consiste in un calmo dominio di se stessi. La licenza conduce soltanto alla schiavitù.

(Fëdor Dostoevskij, La soluzione russa del problema (febbraio 1877), in Diario di uno scrittore, traduzione di Evelina Bocca e Gian Galeazzo Severi, Garzanti, Milano, 1943.)

Il “mondo attuale” di Dostoevskij, nella citazione riportata, è quello di quasi un secolo e mezzo fa, eppure l’uomo in tutto questo tempo non ha capito cosa sia la vera libertà: ha preferito godere del permesso altrui di credersi “libero”, ovvero di avere licenza di fare ciò che da altri gli viene concesso di fare. Così oggi, in base agli stessi principi, l’uomo può pure essere “libero” di non sentirsi in schiavitù: un paradosso sconcertante tanto quanto incompreso. Il dostoevskijano “mondo attuale” è (ancora) oggi: una dimensione atemporale, in pratica, dentro la quale siamo prigionieri, incapaci di vivere liberi ovvero di poter realmente dominare noi stessi, fors’anche perché, ormai, troppo abituati ad essere dominati da altri.