La prima difficoltà di pensare il futuro è di pensare il presente.

La prima difficoltà di pensare il futuro è di pensare il presente.

C’è un legame stretto tra lentezza e memoria, tra velocità e oblio. […] Nella matematica esistenziale questa esperienza assume la forma di due equazioni elementari: il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria, il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio.
(Milan Kundera, La lentezza, Adelphi, 1995, pag.45. L’immagine di Kundera è tratta da qui.)

Ma, lo ripeto, sono riflessioni, queste mie, che mi sono sorte così, all’improvviso, nell’occasione della giornata. In fondo preferisco “celebrarla” così, posta la mia considerazione per essa e per tutte le altri similari prima segnalata, piuttosto che in altri modi tanto social quando banali e banalizzanti – e di questi tempi pure fin troppo retorici. La poesia resta e resterà comunque l’arte letteraria suprema, giornate mondiali o no: una benefica e salutare “malattia” di cui tutti noi dovremmo “soffrire”, debellandone – magari anche grazie ad essa – ogni altra virulentemente malefica.

Posto ciò, sono usciti negli ultimi giorni due interessanti e prestigiosi contributi sul tema, che vi voglio proporre citandovene qui un passaggio e augurandomi che possano aiutarvi nell’importantissima, ineludibile riflessione individuale al riguardo. Il primo è di Gianluca Briguglia, professore di Storia delle dottrine politiche all’Università di Venezia Ca’ Foscari, è tratto da “Il Post” e si intitola Cosa ci succederà dopo il coronavirus? – cliccate qui per leggerlo nella sua interezza:
[…] Gli eventi ci hanno imposto delle limitazioni e delle possibilità inedite di intervento sulle nostre vite che noi abbiamo accettato (e, ripeto, va bene e meno male).
Ma tutto ciò ha colonizzato la nostra mente come orizzonte di possibilità. Tutto questo entrerà nei dibattiti futuri come realtà possibile, come precedente riapplicabile anche in casi diversi. Fino a un mese fa era roba da Netflix, oggi è uno strumento, che qualcuno vorrà usare perché lo abbiamo già usato. E noi, che abbiamo già visto tutto questo all’opera e ci è stato utile, cosa diremo?
È questo un pericolo potenziale per le nostre libertà? Il concetto stesso di libertà, nel mondo che si prospetterà, cambierà? Del resto la libertà degli antichi non è uguale alla libertà dei moderni, e la libertà classica non sarà forse uguale alla libertà dei postmoderni. Sta per cambiare la nostra idea di libertà? È questo uno dei nodi storici al quale assisteremo?
Non ho la risposta, ma per trovarla e per fare in modo che sia una risposta che ci piace, bisognerà impegnarsi molto e, come diceva quel tale, ci sarà bisogno di tutta la nostra intelligenza, di tutto il nostro entusiasmo, di tutta la nostra forza.
Il secondo contributo è di Nadia Urbinati, professoressa di Scienze Politiche alla Columbia University di New York, è tratto da “HuffPost” e si intitola Non arrendiamoci a “tacere e obbedire” – cliccate qui per leggerlo nella sua interezza:
[…] Vi è anche un risvolto etico in questa politica della minaccia: non possiamo come cittadini accettare di portare sulle nostre spalle tutto il peso dei limiti del sistema sanitario – del resto deleghiamo le funzioni di governo, non governiamo noi direttamente. E le scelte dei governi, nazionali e regionali, devono essere contemplate nell’attribuzione dei livelli di responsabilità. E invece, non abbiamo sentito ancora una parola di autocritica.
Non dovremmo vergognarci di mettere in dubbio questa logica di un’escalation della repressione. Se la nostra libertà è il problema, allora c’è poco altro da dire.
Ci viene detto che reprimere e chiuderci in casa è una soluzione temporanea. Ma quanto durerà il “temporaneo”? […] Più delle norme emergenziali, si deve temere l’espansione di questa mentalità dispotica, che vorrebbe neutralizzare dubbi e domande. Tacere e obbedire. Ma non è un male fare le pulci al vero se, sosteneva J.S. Mill, il vero si atteggia a dogma – se poi è un ‘vero’ in costruzione, allora i dubbi e le domande sono perfino un bene!

Ne discuterò anch’io, nei prossimi giorni qui sul blog. Ma, ora, leggete Davide Sapienza, che ringrazio di cuore per avermi concesso di pubblicare le sue considerazioni.
[…] Il nostro benessere dipende anche da un equilibrio il cui perno è il rapporto con il nostro spazio vitale. Questa relazione intima permette di processare al meglio il nutrimento che proviene dal cibo che mangiamo e dalle informazioni che riceviamo. Un equilibrio che fornisce “ossigeno pulito” all’organismo e che serve per stare bene in tempi difficili, rinforzando il sistema immunitario aggredito dal forte stress che stiamo subendo. Relazione utile per testare anche il nostro senso di responsabilità. In realtà, non esiste il “divieto di passeggiata”, è stato scritto e anche detto da fonti ufficiali: uscire sotto il cielo permette di mantenere un equilibrio e di non sentire il territorio lontano e distaccato. Serve a evitare l’assalto dei fantasmi della mente. Esiste però il divieto di essere irresponsabili. Essere umani non significa abdicare al più elementare diritto naturale di evoluzione spirituale e culturale, propellente ecologico per esercitare il senso di responsabilità. In questo tempo difficile, dopo il quale nulla sarà uguale a prima, aiutarci a svilupparlo significa prepararci a ciò che verrà dopo. Lasciateci fare due passi, saremo cittadini migliori e più responsabili. Grazie.