Di me, una delle ultime volte che ci siamo visti, Giorgio Gaber disse a mio figlio Paolo: «Guarda che tuo padre quando era giovane era pazzo». Io guardai mio figlio e dissi a Giorgio: «Giorgio, io non ero pazzo, ero povero». Del resto si sa che i poveri e i pazzi sono sempre stati accomunati.
[Enzo Jannacci, citato in Andrea Pedrinelli (a cura di), Gaber, Giorgio, il Signor G. Raccontato da intellettuali, amici, artisti, Kowalski, Milano, 2008.]
Cosa si può dire di Enzo Jannacci, morto il 29 marzo di dieci anni fa? Che era Enzo Jannacci. Punto. Detto tutto, non serve altro.
Nell’anno in corso i Cripple Bastards, uno dei più importanti gruppi musicali italiani – e, nel loro genere, a livello mondiale – compiono 35 anni di carriera (proprio nel corso del mese di marzo, per la precisione). Tre decenni e mezzo di arte sonora estrema, di coerenza artistica e attitudinale, di lucidità espressiva, di potenza, veemenza, intensità, classe. Una pietra miliare del grindcore e una leggenda della musica contemporanea nonché, per il sottoscritto, a modo loro una notevole ispirazione spirituale.
Con l’augurio fervido che la leggenda possa continuare a lungo fino a trasformarsi in mito – sempre alla velocità della luce, ovviamente!
Il mondo intero è per me molto “vivo” – tutte le piccole cose che crescono, perfino le rocce. Non riesco a guardare crescere un po’ d’erba e di terra, per esempio, senza percepire la vita essenziale, le cose che si muovono con loro. Lo stesso vale per una montagna, o un tratto di mare, o un magnifico pezzo di legno vecchio.
Sono allarmato quando capita che ho camminato un paio di chilometri nei boschi solo con il corpo, senza arrivarci anche con lo spirito.
[Henry David Thoreau, Camminare, Mondadori, Milano, 2009, a cura di Massimo Jevolella; orig. Walking, or the Wild, 1862. La mia “recensione” al libro la trovate qui.]
Quella che a suo modo afferma Thoreau è una verità fondamentale: stare in un luogo senza saper intessere una relazione spirituale con esso è come non starci, non esserci. E in fondo ciò denota pure la differenza basilare tra luoghi e non luoghi: questi secondi non richiedono alcuna relazione con chi li visita, non avendo un’identità con la quale relazionarsi, mentre i primi basano proprio su questa relazione la loro essenza, il loro essere “luogo” nel senso pieno e compiuto del termine. Il che rimarca un’ulteriore diversità tra i due ambiti: il non luogo privo di identità richiama inesorabilmente individui altrettanto che ne sono altrettanto privi, i quali invece del luogo non sanno cogliere il valore. E non se ne allarmeranno mai, purtroppo, a discapito del luogo stesso che in qualche modo dovrà essere salvaguardato da tale trascuratezza spirituale e culturale.
Gaudio supremo, paradiso, eden, empireo, «turris eburnea», «vas spirituale», reggia… abitanti 120, 12 case. Paese tranquillo, con macchie splendide fino al mare, popolate di daini, cignali, lepri, conigli, fagiani, beccacce, merli, fringuelli e passere. Padule immenso. Tramonti lussuriosi e straordinari. Aria maccherona d’estate, splendida di primavera e di autunno. Vento dominante, di estate il maestrale, d’inverno il grecale o il libeccio. Oltre i 120 abitanti sopradetti, i canali navigabili e le troglodite capanne di falasco, ci sono diverse folaghe, fischioni, tuffetti e mestoloni, certo più intelligenti degli abitanti, perché difficili ad accostarsi.
[Lettera ad Alfredo Caselli del luglio 1900, in Carteggi Pucciniani, a cura di Eugenio Gara, Ricordi, Milano, 1a ed.1958, lett. 233.]
[Milano a fine Ottocento. Immagine dal web.]
Città schifosa, sudicia, merdosa, putrida, caliginosa, infame, scureggialla, bifolca, bianca di grappa (almeno fosse di quella fina) con quel Duomo che pare un panforte di Siena ammuffito in cantina… con quei risotti che paiono cacca gialla di bimbi, con quelle cotolette che paiono guance di parroci rifiorite […] quel parlare poi! Pare un rutto dopo una sbornia da giovedì grasso.
Un insolito Giacomo Puccini, compositore operista tra i più grandi di tutti i tempi, nelle vesti di narratore intenso e originale del paesaggio: nella prima citazione, è quello di Torre del Lago, la frazione di Viareggio nella quale si trasferì nel 1891 dopo aver vissuto per qualche anno in Lombardia, tra Monza e Milano, città alla quale si riferisce la seconda citazione che rende palese il disamore (a dir poco) di Puccini per il capoluogo lombardo e, in generale, per i centri abitati troppo grandi e caotici, amando molto di più le zone rurali anche in forza della sua indole solitaria. Comunque, in entrambe le citazioni, dimostrando grande e sagace – se non mordace – sensibilità paesaggistica e una notevole capacità di tratteggiare in poche parole una visione nitida dei luoghi, dote propria (e rara) dei grandi scrittori di paesaggio e Natura.