Appuntamento (imperdibile) con “Il Geopoeta”, domani, ore 18.30, a Bergamo!

Mi sono convinto, in tanti anni di viaggi, cammini, esplorazioni e incontri con persone comuni, politici, docenti, accademici, amministratori, manager d’azienda, burocrati – che la geografia è pericolosa perché non mente. La geografia rende liberi, invita all’esplorazione, alla scoperta, alla realizzazione di un legame più forte con tutto ciò che sta intorno a noi. Per questa ragione una relazione primaria e fondamentale è stata trasformata, per una larga maggioranza dell’umanità inurbata, in un coacervo di paure e istinti aggressivi, inevitabilmente destinati a scaricarsi sul territorio in forma di prevaricazione, noncuranza, distacco: una relazione che tanto somiglia a quel criceto che invece di procedere resta immobile correndo nel cerchio, e che dunque a sua volta si riflette nell’impoverimento dell’alfabeto emozionale dell’immaginario collettivo.
La geografia (dal greco γεωγραϕία: “descrizione e rappresentazione della terra”) è la più antica scrittura conosciuta dal pianeta: una lingua vera e propria che il territorio, da noi modificato e vissuto, ci ha sempre insegnato e che abbiamo ascoltato e appreso. Una scrittura talmente diffusa che gli esseri viventi, spostandosi sulla Terra e sui mari, hanno unito fiumi, montagne, pianure, promontori, vallate, altopiani, canyon e deserti così come si uniscono vocaboli, verbi, aggettivi, congiunzioni, avverbi per esprimere emozioni, pensieri, idee, teorie; letteralmente sillabando nuove narrazioni fatte di storie, scoperte, dubbi. Quei capitoli compilati in un arco di tempo lunghissimo compongono il grande libro che abbiamo iniziato a scrivere fin dall’origine della vita umana e che ora si trova a un punto di svolta decisivo: siamo noi, i narratori, a dover decidere se sarà davvero possibile fare a meno di questa scrittura, e conseguentemente alla consapevolezza di essere in relazione con l’ambiente, con la poesia della geografia che nasce ogni giorno fuori e dentro di noi.

Questo brano è un estratto dal nuovo libro di Davide Sapienza, Il Geopoeta. Avventure nelle terre della percezione, che a sua volta ho estratto dall’articolo che IL Magazine del Sole24Ore ha dedicato ieri al libro (cliccate sull’immagine in testa al post per leggerlo al completo). Cliccando invece sulle immagini qui sotto potete leggere altri due intriganti contributi intorno al libro e alla geopoesia, rispettivamente dal Corriere della Sera-Bergamo e dal magazine ArtApp.

Ma, ovviamente, per saperne ancora di più e meglio su Il Geopoeta, la cosa migliore è essere presenti alla sua prima presentazione in pubblico, domani alle ore 18.30, presso la Sala Viscontea dell’Orto Botanico di Bergamo, nella quale avrò l’onore di disquisire sul libro con Sapienza e con Elena Maffioletti, la prestigiosa e preziosa editor del testo. Qui invece potete trovare le date delle altre presentazioni in programma.

E comunque leggetelo, Il Geopoeta. È un testo imprescindibile, uno di quei libri che, a non leggerlo, si perde un mondo di cose belle, utili, emozionanti, illuminanti. Una cosa deprecabile da far accadere, insomma.

Una settimana ancora all’arrivo de “Il Geopoeta”!

“[…] Questo testo è il completamento del lavoro di riflessione ed esplorazione di tutte le tematiche che hanno distinto l’originale cammino editoriale dell’autore. Le “boe” della sua narrativa vengono definite da quindici anni di viaggi, riflessioni, saggi, conferenze, reportage, attività in pubblico (incontri e soprattutto cammini geopoetici) che hanno originato quel percorso narrativo capace di prendere vita nelle storie che nascono tra il territorio e la presenza umana, soprattutto, sviscerando ancora più a fondo l’idea di una poetica della geografia, intesa come materia omnicomprensiva, inclusiva di tutto. Per tale ragione, il lungo capitolo 1 (“La geografia è poetica”) è una vera dichiarazione programmatica, politica e soprattutto poetica: creatività ispirata ed espressa con intenzione, alla ricerca di storie sempre nuove e viste da angolazioni non convenzionali. È la sfida dell’autore in cammino, nel viaggio come essenza per trovare “linguaggi e non parole.
(Dalla presentazione del libro sul sito di Bolis Edizioni. Qui invece potete trovare le altre presentazioni del libro in programma.)

Mercoledì 13 marzo, Bergamo: “Il Geopoeta. Avventure nelle terre della percezione”

È per me un grande onore essere nuovamente al fianco del leggendario Davide Sapienza per la presentazione del suo ultimo e fondamentale libro, Il Geopoeta. Avventure nelle terre della percezione, alle 18.30 di mercoledì 13 marzo a Bergamo nella Sala Viscontea dell’Orto Botanico, in concomitanza con la Giornata Nazionale del Paesaggio 2019. Intorno al libro, edito da Bolis Edizioni, chiacchiererò con Davide e con Elena Maffioletti, figura peraltro preziosa per la stesura del testo.

Già vi anticipavo qualcosa qui de Il Geopoeta e della sua importanza se possibile ancor maggiore, rispetto ad altri testi – senza affatto sminuirne i grandi valori letterari -, nella produzione di Davide Sapienza, del quale originale e distintivo cammino editoriale il libro fissa con grande forza espressiva i temi e le idee principali. Quindici anni fondamentali di un intenso tempo vitale in effetti anche più lungo in cui i viaggi, le riflessioni, i reportage e le attività con il pubblico hanno creato un percorso narrativo sempre vivo tra territorio e uomo, delineando l’idea geopoetica. “La geografia è poetica”, è creatività, ispirata ed espressa con intenzione, alla ricerca di storie sempre nuove e viste da angolazioni non convenzionali, una sfida in cui l’autore ricerca “linguaggi e non parole”.

I nove capitoli del libro sono un viaggio in luoghi reali, dove il lavoro geopoetico di Sapienza si sta svolgendo (come per esempio nel Nordland, regione dell’Artico norvegese, presso il Nordland Nasjonalparksenter), in luoghi trasfigurati, che sono geografia fisica e artistica, per arrivare alla geografia astrale. Sono queste le “avventure nelle terre della percezione”, luoghi ed esperienze solo in apparenza remoti, in cui la percezione riprende le redini del nostro vivere travalicando la geografia fisica per diventare luogo dell’immaginario: «Il geopoeta vede l’orizzonte oltre la mappa perché la geografia parla una lingua libera che ci conduce dalla percezione alla conoscenza

Fino a dopo la presentazione del 13 marzo il libro (che possiede il valore aggiunto di una bellissima opera di Samantha Torrisi in copertina) può essere acquistato solo in prenotazione, a prezzo speciale (per chi partecipa all’incontro, verrà consegnato all’ingresso) oppure nelle librerie, anche online: qui trovate le modalità per acquistarlo.
Ma certamente, inutile dirlo, sarà una gran bella e gioiosa cosa se potrete e vorrete partecipare alla presentazione che, grazie al Geopoeta e a Davide, sarà un’esperienza che vi resterà dentro vivida a lungo, ne sono sicuro.

Il Resegone

Il Resegone è una di quelle montagne che, non solo a livello lombardo ma forse per quanto riguarda l’intero ambito alpino, non ha bisogno di presentazioni. Sia per essere stato eternato quale sfondo delle vicende amorose di Renzo e Lucia nei Promessi Sposi; del Manzoni, sia per rappresentare, con le Grigne, l’orizzonte montuoso più prossimo ed evidente di Milano e del suo hinterland settentrionale – dai quali risulta evidente la celeberrima conformazione a denti di sega delle sue numerose punte, che vi ha peraltro conferito il nome più popolare (mentre Monte Serrada, il “secondo” nome, avrebbe origine spagnole) o sia, proprio in forza di quanto appena detto, per rappresentare da sempre una delle mete escursionistiche e alpinistiche più immediate della parte centrale delle Alpi, il Resegone ha assunto nel tempo una notorietà proporzionalmente ben più grande dei suoi 1875 m di altezza, in fondo una quota del tutto trascurabile nei confronti di altre ugualmente blasonate vette alpine. La città di Lecco è indissolubilmente legata alle forme di esso, tanto da citarlo graficamente in molte immagini, illustrazioni turistiche e commerciali, loghi e stemmi di enti e associazioni cittadine; le sue punte sono visibili praticamente da ogni angolo della città (mentre le Grigne restano sovente coperte dalla mole del Monte Coltiglione, con le propaggini del Monte San Martino e della Corna di Medale) e il paesaggio forse più noto identificante Lecco, quello del fiume Adda a Pescarenico che rimanda direttamente al celeberrimo passo manzoniano dell’Addio monti… e che innumerevoli dipinti e fotografie hanno immortalato nel tempo, ha proprio la costiera del Resegone come sfondo possente e suggestivo.

Tuttavia, il gruppo del Resegone è in verità ben più variegato e articolato di quanto la sua iconografia classica possa lasciare intendere. Oltre al versante lecchese, caratterizzato dalle due prominenze del Pizzo d’Erna e del Monte Magnodeno, il massiccio presenta l’ampio e boscoso versante di Morterone, quello bergamasco, ombroso e poco frequentato che divalla verso la Valle Imagna e si spinge, con la Costa di Palio, verso la Val Taleggio, e quello della Val San Martino, con la lunga propaggine di vette che, con la Passata, la Corna Camozzera e il Monte Ocone, scende verso meridione e la pianura bergamasca. Calolziocorte, capoluogo della Val San Martino, è dunque dopo Lecco il centro principale sulle pendici del Resegone, e per certi versi ancor più che per la città lariana, i cui appassionati di montagna possono scegliere come meta delle proprie uscite tra il Serrada, le Grigne ovvero i monti della Valsassina, per i calolziesi il Resegone col suo versante rivolto a meridione è “la” montagna per eccellenza, quella che rappresenta da sempre la destinazione più logica per ogni escursionista o alpinista locale, la meta pressoché inevitabile verso cui rivolgere le proprie attenzioni.

A dividere i due versanti abduani del Resegone, ovvero quello lecchese e quello calolziese, appunto, vi è una sella, posta tra la possente costiera rocciosa che sostiene il Pian Serrada – alla base della massima elevazione del gruppo, la Punta Cermenati – e la dorsale che culmina geograficamente nel Monte Magnodeno: è il Passo del Fó ( ovvero faggio in dialetto, nome che ovviamente richiama la principale essenza arborea in loco). Il valico, posto a 1284 m, è noto da secoli, rappresentando anche un passaggio obbligato dei percorsi che da Lecco aggiravano il Resegone e scendevano verso la Valle Imagna e le vicine valli bergamasche, ma il suo interesse non è solamente storico o geografico/escursionistico. Il Pass del Fó, pur nella sua scarsa ampiezza, è anche un luogo di bellezza discreta e fascino profondo: sembra quasi soffocare nell’incombenza possente della bastionata del Pian Serrada, la quale genera l’impressione di crollarvi addosso da un momento all’altro, ma basta che anche lo sguardo più timoroso si volga verso le piccole ma deliziose aperture prative che circondano il passo, o si faccia avvolgere dall’avviluppo forte e cordiale dei boschi che coronano i versanti, sovente ricchi di esemplari arborei veramente notevoli, oppure ancora, salendo solo di qualche metro, si affacci verso il lago, la valle dell’Adda e la pianura, che tutta l’avvenenza alpestre del luogo comincerà a palesarsi e a penetrare nell’animo dell’escursionista in modo via via più intenso e intrigante. Non si tratta, lo ribadisco, di una località che come certe altre sulle Alpi toglie il fiato per la sua spettacolarità immediata: è invece, il Passo del Fó, un angolo di montagna discreto, tranquillo, che richiede e ricerca l’armonia dell’animo prima che dello sguardo, che ispira emozioni pacate e piacevoli, ma che in effetti della montagna, anche di quella “vera”, e dei suoi requisiti non è affatto privo.

(Brano tratto da questo libro. Se ne siete interessati, contattatemi.)

Ir-razionalismo lombardo

Condivido totalmente, qui, lo sdegno dell’amico e stimato gallerista bergamasco Cristiano Calori nel segnalare l’abbattimento, a Bergamo, del piccolo stabile in stile razionalista lombardo (costruito nel 1938) di via Baschenis, adibito a distributore di benzina fino a qualche tempo fa e poi abbandonato. Un piccolo gioiellino architettonico demolito con «un atto di ignoranza colossale al netto di ogni questione burocratica», come ben sentenzia Calori (e preventivamente non solo lui), peraltro per farci una banale rotonda (probabilmente compatibile con la presenza del piccolo edificio, come qualcuno ha fatto notare), mentre le nuove destinazioni ipotizzabili e nobili, magari in ambito pubblico culturale (biblioteca di quartiere, caffè letterario, piccolo centro culturale, sala civica per incontri ed eventi vari, spazio espositivo per giovani artisti, eccetera), sarebbero state innumerevoli e avrebbero consentito la permanenza di questo affascinante edificio storico nel paesaggio urbano bergamasco.

Il comune di Bergamo (sia chiaro: questo mio post non ha nulla a che fare con qualsivoglia strumentalizzazione politica – chi mi legge abitualmente sa bene come la penso) si giustifica sostenendo che i costi per la bonifica dell’area sarebbero stati troppo alti rispetto ai benefici legati alla permanenza dello stabile. Per ribattere a ciò riprendo di nuovo le parole di Cristiano, perfetta risposta alla quale non c’è da aggiungere nulla: «Ragionare (solo) in termini di costi/benefici penalizza la visione del futuro delle nostre città. Se vogliamo trasmettere la cultura e la bellezza alle generazioni future ci si può anche rimettere qualche soldo ogni tanto. Se ne buttano già tanti!» Già, evidenza ineluttabile: quanti soldi l’Italia spreca nel distruggere il proprio patrimonio di bellezze d’ogni sorta, e quanti altri ne spende per costruire opere spesso brutte, sovente inutili e qualche volta, ahinoi, pure malferme? E quanto, agendo così, smarrisce sempre più la visione progettuale del proprio futuro minandone da subito qualsiasi potenziale convenienza?

No, non c’è proprio verso: l’Italia contemporanea continua pervicacemente a tirarsi le più vigorose zappate sui piedi, infangando la propria bellezza in modi via via più insensati. Va bene che ne ha a disposizione parecchia, di tale bellezza, ma di questo passo inesorabilmente il Bel Paese diverrà sempre più brutto. E più irrecuperabile, disperso in abissi di bruttezza e di degrado infiniti.