Lavorare nel settore dell’editoria indipendente oggi, in Italia, sia in qualità di editore che di libraio, è sempre più simile all’attraversare un campo minato con gli occhi bendati e con intorno numerosi cecchini pronti a sparare. Oltre alle problematiche legate alla probabile revisione della legge Levi sul prezzo di vendita dei libri, e sulla scontistica applicabile, vi sono altre questioni che sembrano strategicamente studiate per togliere la terra da sotto i piedi dell’editoria e della vendita libraria indipendenti, e per lasciare sempre più campo libero al dominio dei grossi gruppi editoriali/industriali. Il tutto, sia chiaro, senza che la cosa fondamentale della questione stessa, ovvero la qualità della diffusione editoriale e letteraria, sia tenuta in gran conto, quasi fosse una conseguenza secondaria rispetto alle mere mire finanziarie dei soggetti che stanno portando avanti il tutto.
In particolare, voglio ora fare riferimento ai recenti movimenti di fusione tra alcuni dei più importanti distributori editoriali italiani: Messaggerie/Fastbook e Feltrinelli/PDE, che lo scorso anno hanno creato una nuova joint venture che vale circa il 60% della distribuzione nazionale, con il bene placito dell’AGCM (l’autorità antitrust, per intenderci) giunto sul finire dell’anno e il parere favorevole dei grandi editori. La cosa troverebbe giustificazione nell’attuale situazione di crisi del settore, per via della quale le due società ora unite “ritengono che l’unico modo per continuare a garantire una distribuzione del canale tradizionale delle librerie in modo economicamente sostenibile sia il raggiungimento di economie di scala e sinergie conseguibili soltanto attraverso la realizzazione dell’operazione notificata. I risparmi derivanti dall’aggregazione potranno tradursi in prezzi maggiormente competitivi e più elevati livelli di efficienza del servizio offerto, senza dubbio auspicabili nel momento storico di forte contrazione che vive il mercato della distribuzione dei prodotti editoriali attraverso il canale tradizionale delle librerie.”
Tutto bene, dunque? Niente affatto, dal momento che tale operazione, unita ad altri eventi nel frattempo avvenuti, ad esempio la chiusura (per fallimento, ovviamente) di alcuni distributori indipendenti e/o di magazzini di distribuzione locali, particolarmente utilizzati dai piccoli librai, non fa altro che infilare nuovi e numerosi bastoni tra le ruote del già traballante carro dell’editoria e della vendita libraria indipendenti, che si ritrovano ora in balia di nuove realtà controllate dai grossi gruppi editoriali, dotate a loro volta di proprie librerie di catena, le quali non hanno affatto interesse a togliere risorse alla propria distribuzione per garantire un buon servizio ai piccoli editori e ai librai di quartiere. Al di là poi del fatto che il valore del 60% in termini di distribuzione nazionale del nuovo gruppo è ben oltre la soglia del 40% che, teoricamente, l’AGCM stabilisce come limite oltre il quale si delinea una posizione di dominanza commerciale, quali sono gli altri soggetti che occupano la restante parte del mercato distributivo? Mondadori, RCS e Giunti, ovvero tutti gruppi a loro volta dotati di una propria produzione editoriale, di proprie librerie e che per ciò non curano affatto la distribuzione di terzi, ne a favore dei piccoli editori e ne dei librai indipendenti.
Si sta formando (o si è già formata, sostanzialmente) una sorta di oligarchia editoriale, conformata per salvaguardare e favorire i soggetti industriali di riferimento e lasciare a piedi o quasi tutto il comparto indipendente. Oltre al danno, vi è pure in tutto ciò una ignobile beffa: secondo Messaggerie e Feltrinelli la joint venture non penalizzerà gli editori che non diverranno clienti della nuova compagine societaria (tutti i piccoli, in pratica), i quali potrebbero vendere sul web utilizzando canali propri (improbabile, per via dei costi) oppure di terzi, “primo tra tutti Amazon”. Che è un po’ come mettere in mano al soggetto che già soffoca i piccoli editori e librai pure una pistola carica, pronta a sparare: o l’editoria indipendente si affida al proprio aguzzino Amazon, affidandole il suo destino, oppure s’attacca, visto che, appunto, sperare che il comparto si possa reggere in piedi solo contando sulle vendite web è pura utopia. Con buona pace di tanti blablabla sulla necessità di contrastare il dominio web di Amazon, appunto!
Non è un caso, insomma, che gli unici a levare parole di protesta contro i movimenti che stanno cambiando la realtà editoriale italiana siano i piccoli editori e la relativa filiera indipendente: si ritrovano ostaggi del sistema di controllo del mercato dei grossi gruppi editoriali, senza distributori di riferimento affidabili, costretti ad accettare condizioni di vendita per le quali non possiedono forza di discussione contrattuale e disagi dovuti alla precedenza che i suddetti distributori riservano agli “amici” grandi editori, privati (strategicamente, insisto) dei minimi strumenti commerciali di sopravvivenza. Il tutto senza alternative attualmente presenti nella realtà nazionale ovvero possibilità di affrancamento da questo soffocante sistema.
Si sta cercando di fare piazza pulita dell’editoria e della vendita libraria indipendente, in poche parole, per creare spazio commerciale ai grossi gruppi editoriali e alle loro pubblicazioni sovente assai scadenti. Ma a che pro, tutto ciò? Siamo sicuri che tali mutazioni del mercato porteranno autentici benefici ai lettori? Appunto, i lettori: ma i signori che in base a meri calcoli di convenienza commerciale e finanziaria stanno pilotando il mercato verso questa nuova situazione, hanno pensato ai lettori? Hanno pensato al valore socio-culturale della diffusioni di libri e della lettura tra la gente? La concentrazione di potere nel comparto editoriale sta già andando avanti da qualche tempo, eppure i dati di vendita dei libri in Italia, ovvero di diffusione della lettura tra gli italiani, sono sempre più negativi: verrebbe da ritenere senza troppi dubbi che qualcosa non va, tuttavia si continua nella strategia intrapresa, alla faccia di tutto e di tutti. O il comparto è nelle mani di adepti dell’autolesionismo suicida, oppure di individui ai quali del libro, della lettura e della cultura relativa non interessa un bel nulla.
La situazione al momento è ancora in progress e piuttosto confusa: non mancherò di seguirne gli sviluppi, ma nuovamente ribadisco la necessità ormai assoluta di reazione, da parte del comparto editoriale indipendente. Non credo sia il caso di lasciarsi soffocare, senza fare nulla.
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Drogati di libri! (O forse no…)

Solita retata di spacciatori – leggo dai media – solite modalità di spaccio, solito squallore di una società allo sbando per sua gran parte, fatta di persone “normali” provenienti da ogni ceto e classe sociale, quelle persone normali così spesso elevate al rango di bravi cittadini e prese ad esempio “virtuoso” per qualsiasi scempiaggine che invece miri a colpire chi è diverso (in qualsiasi senso, anche solo perché pensa diversamente rispetto alla massa), per poi dimostrare – come se ce ne fosse bisogno poi, in certi casi! – tanti di quegli scheletri nell’armadio da far impressione a un ossario medievale al tempo della peste ovvero una turpitudine umana da brividi e, considerazione personale, spiegare inoltre certi comportamenti che spesso vedo in giro di cui non riesco a capacitarmene, oltre che spiegare quanto poi su di essi viene poggiato e imposto (vedi sopra circa le scempiaggini citate).
Comunque, a parte questo… Sulle notizie in merito leggo pure di
“(…) un 60enne che è finito per essere ascoltato dagli agenti in quanto consumatore. Il signore avrebbe riferito ai poliziotti di fare uso di cocaina per poter combattere la stanchezza alla sera, potendo così dedicarsi alla passione per la lettura.”
Ohibò! (o “‘Estica**i!” per voler essere più figo, fate voi!) Cioè, il tizio si farebbe di coca – peraltro di quella attuale, che sembrerebbe ben più sballante d’un tempo (!) – per non crollare di stanchezza e di sonno la sera e così leggere di più, soddisfacendo in tal modo la propria passione (irrefrenabile a quanto pare) per la lettura???
Ok, di fronte a siffatta notizia di cronaca vi propongo un sondaggio, ovvero alcune considerazioni tra cui scegliere quella che a vostro parere può essere la più indicata sul merito.
Dunque…
Un tizio 60enne dichiara di farsi di cocaina per poter contrastare la stanchezza serale e dedicarsi alla propria passione per la lettura. Che ne pensate?
- Vecchio ipocrita drogato!
- E’ un tizio ammirevole, anche se forse il rapporto tra soldi spesi per le dosi, quelli spesi per i libri e tempo guadagnato non è dei più redditizi.
- Potrebbe essere un’idea per rivitalizzare le vendite di libri in Italia, previa liberalizzazione delle droghe (ma solo in libreria).
- Dipende da che libri legge. Se si droga per poi leggere Fabio Volo, dategli l’ergastolo!
- Dipende da che libri leggeva. Forse è diventato cocainomane per aver letto un libro di Fabio Volo.
- Era più credibile se dichiarava di drogarsi per girare tre film porno a notte con una dozzina di ventenni ciascuno.
- Boh!
- Sempre detto che a fare i recensori su richiesta delle case editrici poi si finisce male!
- Non ho tempo di rispondere a questo sondaggio, ho il pusher di fiducia che mi aspetta ai giardini pubblici.
- Non c’è limite al peggio (n.b.: risposta passepartout: se non si sa cosa dire fa sempre la sua bella figura.)
- Non ho capito la domanda.
- Mi avvalgo della facoltà di non rispondere. E voglio il mio avvocato.
- __________________________________________ .
Ovviamente la risposta 13) presuppone che possiate anche aggiungere ulteriori vostre considerazioni sulla questione.
Ah, una cosa per finire – ça va sans dire: siate drogati di libri, ma sempre in senso metaforico, eh!
“Poca” spesa, tanta resa (culturale): l’esempio di Lissone e del suo MAC

La cultura in Italia è messa male. Malissimo, anzi. E sovente è messa così per “imposizione” istituzionale – di quelle istituzioni in mano ai numerosi signor “con la cultura non si mangia” (sì, scusate ma insisto sempre molto su ‘sta cosa) che piuttosto che offrire alla società dell’ottimo cibo per la mente, si occupano solo al ben più bieco cibo per le loro “panze” e saccocce, terrorizzati dal fatto che, con la cultura, la gente probabilmente penserebbe di più e dunque diverrebbe quanto di più ostile al loro sistema di potere.
Ma tra i troppi che, per quanto appena affermato, sono stati da tempo trasformati in prede della più letale abulia intellettuale e culturale, ce ne sono alcuni che con mirabile orgoglio e senza troppi mezzi, ovvero senza il supporto di realtà adeguate ai loro fini, riescono a mettere in piedi e realizzare cose a dir poco fondamentali per preservare e diffondere la cultura nella nostra società, anche dove, per l’appunto, non ci si aspetterebbe di poterla trovare. Esempio che trovo mirabile di ciò è il MAC – Museo d’Arte Contemporanea di Lissone, cittadina alle porte di Milano e dunque potenzialmente nell’ombra di tal gigante urbano e di tutte le sue prerogative – culturali e non – senza contare poi le solite dissertazioni sociologiche sulle problematiche delle periferie delle grandi città nell’era postmoderna e postindustriale che stiamo vivendo, eccetera eccetera. Invece, anche da questo punto di vista, il MAC di Lissone dimostra come la cultura, quando viene inserita in modo concreto, visibile e fruibile in contesti potenzialmente infecondi, non solo rende esteticamente più belle le realtà urbane che la ospitano, ma contribuisce ad evitare loro qualsiasi pericoloso degrado, aiuta a ridare vita a parti di essa altrimenti destinate all’oblio (non solo architettonico) e dunque al divenire elemento di abbruttimento civico e, inesorabilmente, diviene un prezioso volano per vitalizzare l’intera città, trainando dietro di sé innumerevoli altre piccole/grandi iniziative di simile genere e importanza.

In breve, il MAC – Museo d’Arte Contemporanea, appunto – è un piccolo ma bellissimo e assai dinamico luogo d’arte con il quale, una quindicina d’anni fa, un’illuminata amministrazione comunale ha saputo prendere con una fava i classici due piccioni – anzi, tre: dare una sede ufficiale alla raccolta delle opere già di proprietà comunale e prima ospitate nel polivalente Palazzo Terragni (primo piccione) e riqualificare l’area della stazione ferroviaria locale, che come molte aree simili altrove diventa spesso zona non esattamente raccomandabile, in assenza di interventi urbanistici di interesse sociale (secondo piccione). E quando in altre realtà amministrazioni moooolto meno illuminate alla parola “riqualificazione” ci attaccano “centro commerciale” o altro di simile, a Lissone si è deciso di valorizzare la parte più significativa dell’insediamento ferroviario originario, risalente ai primi anni del Novecento, svuotandolo e ingrandendolo con una nuova costruzione in stile contemporaneo per formare un unico volume costituito da tre livelli fuori terra e un livello interrato, trasformandolo in luogo museale dedicato all’arte contemporanea (terzo piccione!), quella che più di ogni altra oggi, almeno tra le arti visive, è in grado di interpretare in sé il concetto di riflessione culturale di senso pubblico. Col tempo, poi, da semplice sede della collezione di quadri contemporanei premiati ed acquisiti durante gli anni del Premio Lissone – altra bella iniziativa che dalla sua piccola fonte è scaturita con tale forza da divenire oltre modo prestigiosa – è divenuto sede vitale e attiva di numerose iniziative artistiche e culturali, rivolte sia al pubblico più vicino e già attento al panorama artistico che a quello meno coinvolto e interessato, portando avanti una mission di diffusione culturale che, appunto, non è soltanto proficua alla realtà del museo e alla sua salvaguardia ma, soprattutto, a quella della realtà urbana d’intorno, in un circolo virtuoso che diventa fondamentale per il benessere civico di tutta la città.

Il tutto, inutile dirlo, a pochi passi dall’aspiratutto-Milano e certamente senza poter godere di chissà quali risorse, ma mettendoci tanta iniziativa, volontà, passione culturale, spirito costruttivo in un proficuo connubio tra iniziativa privata e supporto pubblico – particolarmente illuminato a Lissone, ribadisco, per come la suddetta riqualificazione urbanistica e culturale abbia consentito, oltre alla nascita del MAC, la realizzazione della nuova Biblioteca Civica di Lissone, una delle più grandi del milanese, con annessa la Biblioteca del Mobile e dell’Arredamento, unica esistente in Europa.
Insomma: lode e gloria a Lissone, al MAC e chi ha saputo realizzare e sa tenere viva e reattiva una realtà del genere. Di cultura se ne può fare ancora, tanta, e di qualità, facendo rendere al massimo ciò che si ha a disposizione, anche quando sia “poca roba”. Lissone, lo ribadisco, non è Londra o New York, eppure di fronte al gigante Milano sa difendersi con grandissimo onore se non, sotto molti aspetti, con ancor più apprezzabile merito. Se altre realtà simili, a volte meno politicizzate e influenzate dal sistema di potere di quelle più grandi, e a prescindere da una eventuale minor preparazione nei confronti delle arti contemporanee – non solo di quelle visive – da parte delle realtà istituzionali presenti, sapessero realizzare cose simili, pur in scale e modi differenti (nonché con altre iniziative culturali di qualsiasi sorta in altre discipline), credo che la cultura in Italia avrebbe certamente di nuovo davanti un futuro roseo. D’altro canto lo si ripete spesso che, vista la situazione in cui stiamo, la rinascita culturale nostrana non potrà che scaturire dal basso: beh, vediamo tutti quanti di rendere i pochi torrentelli oggi defluenti un inarrestabile fiume in piena!
Cliccate sulle immagini per visitare il sito web del MAC – e poi visitatelo nella realtà, ovviamente!
Libertà significa responsabilità. Un interessante contributo di Italo Sciuto sul tema.
Il seguente testo rappresenta l’intervento di Italo Sciuto, docente di filosofia morale presso l’Università di Verona, presso l’assemblea del CAAI – Club Alpino Accademico Italiano – a Caprino Veronese, lo scorso 11 ottobre, e disquisisce di libertà in prospettiva filosofica – argomento che di primo acchito potrà sembrare piuttosto strano, se non incongruente, in un ambito frequentato da alpinisti il cui scopo primario è salire vette spesso infilandosi su per pareti verticali e affrontando pericoli tremendi… Lo ricavo dal blog di Alessandro Gogna, altro mirabile uomo di cultura – di montagna ma non solo – e grande alpinista (qui anche il suo website).
Come forse già saprete (o avrete intuito in qualche modo), mi occupo spesso anche di cultura di montagna, e la frequentazione dei monti è in verità grande e profondo esercizio di libera volontà sia in senso pratico che teorico, intellettuale, tant’è che è un argomento di frequente discussione nell’ambiente e non mancano testi di analisi filosofica (ovvero antropologica e sociologica) della pratica alpinistica. In questo testo Italo Sciuto amplia la dissertazione sul merito rendendola assolutamente valida per qualsiasi pratica umana contemporanea, anche per quelle meno “atletiche” e più ordinarie, in un’epoca come quella attuale nella quale troppi si riempiono la bocca di quel termine, libertà, abusandone oltre ogni limite sopportabile nel frattempo che sempre più persone perdono la cognizione e la consapevolezza di cosa esso significhi, parimenti perdendola pure concretamente, la libertà. Ovviamente, inutile dirlo, senza rendersene conto – anzi, restando convinti di essere “liberi”, cosa sotto molti aspetti ancora più terribile.
L’articolo originale nel Gogna Blog lo potete leggere qui.
Buona lettura e, ancor di più, buona meditazione di quanto letto.
Libertà e responsabilità in prospettiva filosofica
di Italo SciutoLibertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta
(Purgatorio, I, 71-72)Nel comune sentire e parlare degli alpinisti, sembra che la pratica dell’alpinismo si possa interpretare bene alla luce del Catone dantesco: il quale, appunto, pone la libertà come valore supremo, superiore addirittura alla propria vita. Per l’alpinista, come dice bene Alessandro Gogna nella sua ben nota lettera al procuratore di Torino circa la libertà in montagna, la libertà è un “diritto” che va garantito sempre, anche in presenza di un rischio inevitabile; anzi, il “diritto alla libertà” implica anche il “diritto al rischio”. D’altra parte, però, l’agonismo che in buona parte caratterizza l’alpinismo di cui maggiormente si parla con ammirazione (“conquistare” cime, “aprire” vie, compiere “prime” invernali etc.) fa anche pensare a un altro, grande e decisivo personaggio dantesco: Ulisse, che abbandona la comoda e sicura vita nella sua isola e affronta “l’alto mare aperto” per “divenir del mondo esperto”, cioè per compiere una “prima”, ossia superare le colonne d’Ercole per esplorare l’ignoto “mondo sanza gente” ove mai nessuno ha messo piede. La passione che muove l’Ulisse dantesco, dunque, non è soltanto l’aspirazione di chi vuole essere o si sente libero, ma anche l’hybris di chi vuole affermare la propria volontà di potenza. Tuttavia, la motivazione con la quale Ulisse convince i suoi compagni a seguirlo nel “folle volo” fa riferimento alla natura dell’uomo, alla sua essenza, che implica la responsabilità di compiere un dovere preciso:
Considerate la vostra semenza:
nati non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza
(Inferno, XXVI, 118-120).Il nostro alpinista dantescamente atteggiato, dunque, si muove tra libertà e responsabilità. Ma come vanno intesi questi due termini, facili da pronunciare (i politici, in particolare, ne han piena la bocca benché ne sia vuota la mente) ma ben difficili da comprendere e spiegare?
1. La difficile e inafferrabile questione della libertà.
Nella sua storia millenaria, il concetto di libertà è stato analizzato infinite volte e secondo varie prospettive (metafisica, psicologica, politica), con fondamentali differenze nei vari contesti storici dall’antichità a oggi. Nella riflessione attuale, è largamente prevalente la prospettiva politico-sociale, che si è imposta in Occidente a partire dalla modernità. Possiamo sintetizzarla con le celebri ed efficaci formule di uno dei padri del pensiero politico moderno, Montesquieu: “la libertà politica non consiste affatto nel fare ciò che si vuole. In uno Stato, vale a dire in una società nella quale esistono delle leggi, la libertà non può consistere che nel poter fare ciò che si deve volere e nel non essere costretti a fare ciò che non si deve volere”; in breve, “la libertà è il diritto di fare tutto ciò che le leggi permettono” (Lo spirito delle leggi, libro XI, cap. III). Si tratta della libertà che viene detta “repubblicana”, per distinguerla dalle altre principali concezioni moderne su cui, per brevità, non possiamo soffermarci: quella “liberale”, quella “libertaria” e quella “comunitaria”. Si tratta, dunque, di una libertà nella e non dalla legge, che potremmo anche definire libertà positiva, mentre oggi è largamente prevalente una concezione liberale-libertaria che è essenzialmente negativa. Si tratta insomma di capire la difficile idea che si è liberi non già nonostante, ma grazie ai doveri.Inoltre, va osservato che in questa concezione “repubblicana” della libertà l’aspetto fondamentale è posto nel fare (o meglio nell’agire) più che nel volere, con ulteriori precisazioni circa la libertà “da” e “di”, ossia “negativa” e “positiva”, su cui molti filosofi si sono acutamente impegnati con esiti sempre più complessi e raffinati. Ma, soprattutto, va rilevato che allora, in questo modo, la questione della libertà non viene svolta in ambito metafisico (in cui si tratta di affrontare il concetto di causalità e l’opposizione tra libertà e necessità), ma in quello morale o, meglio, etico. E in prospettiva etica sono due le concezioni che, a partire dalla celebre formulazione di Max Weber agli inizi del ‘900, vanno tenute presenti: l’etica della convinzione, secondo cui si deve agire seguendo princìpi fondamentali assoluti prescindendo dalle conseguenze che ne possono derivare (per esempio: “si deve sempre dire la verità” o, in negativo, “non si deve mai mentire”), e l’etica della responsabilità, secondo cui si deve certamente agire secondo princìpi, ma condizionati dal possibile esito della loro applicazione (se dire la verità mette in pericolo di vita una persona, si deve mentire). Le due concezioni etiche, naturalmente, non si escludono reciprocamente e, di fatto, in qualsiasi forma di agire eticamente valido si usano entrambe. Per il nostro discorso, tuttavia, dobbiamo insistere specialmente sull’etica della responsabilità (su cui rimane fondamentale Hans Jonas, Il principio responsabilità, scritto negli anni ’70 del secolo scorso).
2. L’arduo impegno della responsabilità.
Come il concetto di “libertà”, e forse ancor più, oggi si deve radicalmente ripensare il concetto di responsabilità, perché il “fare” e l’”agire” in cui siamo coinvolti (come agenti e/o pazienti) sono condizionati sostanzialmente da un fatto nuovo, sconosciuto ai secoli passati: l’onnipotenza della tecnica, in virtù della quale non siamo più in grado di prevedere gli effetti, le conseguenze del nostro fare. Oggi, per lo sviluppo enorme e dominante della ragione strumentale e cioè della semplice capacità di realizzare scopi, al massimo del poter fare corrisponde il minimo del saper prevedere: più aumenta e si velocizza la capacità di realizzare scopi (secondo il fatale principio da tutti a parole negato ma in realtà universalmente applicato “si può, quindi si deve”), più diminuisce la possibilità di prevedere l’esito cui potrà portare la loro realizzazione, ma questa capacità di previsione è essenziale, se il fine del nostro fare e agire dev’essere il bene comune, o l’utilità generale: il maggior benessere per il maggior numero. In tale contesto, va sostenuto il principio di cautela ma va anche radicalmente ripensato il concetto di responsabilità in tutti i suoi principali significati: giuridico, politico, etico.Per limitarci a quest’ultimo significato, che per il nostro discorso è certamente il più importante, dobbiamo rilevare che parlando di libertà non possiamo limitarci a distinguere, come si diceva, libertà “da” e “di”, “negativa” e “positiva”. Dobbiamo inserire anche il concetto della libertà “per”, ossia l’idea del fine cui tende o dovrebbe tendere l’agire libero; e anche il concetto di libertà “verso”, cioè l’idea dei soggetti altri cui essa va diretta. In particolare, e in sintesi, nell’attuale situazione dobbiamo tener presente, in tutte le nostre azioni, l’effetto che esse potranno avere sulle condizioni di vita delle generazioni future, di cui siamo appunto responsabili. E non è il caso di conferire troppo valore alla celebre battuta di Groucho Marx ripresa da Woody Allen (“ma in fondo, cos’hanno fatto per me le generazioni future perché io mi debba occupare di loro?”), appunto perché non hanno fatto nulla di male e quindi non meritano di essere danneggiate dai nostri comportamenti. Inoltre, e soprattutto, il principio di cautela impone di porre, di fronte a ogni pregevole innovazione tecnica, la decisiva domanda: quale sarà il peggiore uso che di questa positiva innovazione si potrebbe fare, e quindi si farà?
In tale contesto, diventa difficile ma essenziale trovare un principio d’azione adeguato (l’agire umano è dotato di senso e valore soltanto se è guidato da princìpi che, per quanto possibile, tendano all’universalità), non essendo più sufficiente il pur venerabile imperativo categorico kantiano (“agisci in modo che la massima della tua azione possa valere in termini universali”), appunto perché limitato al presente. Seguendo Jonas, possiamo adottare questo nuovo imperativo adeguato alla situazione attuale: “agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla terra” (H. Jonas, Il principio responsabilità, Einaudi, Torino 1993, p. 16). In altri termini, si può dire che un’azione è responsabile se corrisponde al relativo dovere, e che dunque sarà irresponsabile ogni “esercizio del potere senza l’adempimento del dovere” (ivi, p. 119). Ma questo adempimento, nella presente età dominata dal “Prometeo scatenato” della tecnica, dev’essere guidato da ciò che Jonas chiama “euristica della paura”, in virtù della quale, quando progettiamo una qualsiasi impresa, dobbiamo interrogare i timori prima dei desideri e prestare ascolto alle profezie di sventura più che a quelle di salvezza, più alla minaccia che alla speranza e alla promessa; dobbiamo agire per scongiurare il male supremo più che per conseguire il bene sommo: in sintesi, dobbiamo praticare un sano scetticismo per evitare il rischio di uno spietato ottimismo che potrebbe condurci sull’orlo dell’abisso.
Mutatis mutandis, e cioè con gli opportuni adattamenti, direi che un simile principio dovrebbe guidare anche l’attività dell’alpinista che voglia essere libera e responsabile: essendo forse la più adatta per capire che la vera libertà, per l’attuale agire umano che aspiri a realizzare un’autentica auto-nomia, è la responsabilità.
Se la legge Levi, le librerie ti bevi!
Al di là del bislacco gioco di parole del titolo (pardon!), penso che molti di voi già conosceranno – almeno per nome – la cosiddetta Legge Levi, o “Legge sul prezzo dei libri”, controversa normativa che nel 2011 ha cercato di mettere un certo ordine al mercato editoriale italiano (in gran ritardo rispetto ad altri paesi europei, more solito!) e, tra le altre cose, fissato un tetto massimo al valore di sconto applicabile ai prezzi di vendita dei libri, con ciò venendo incontro alle richieste della piccola e media editoria e delle librerie indipendenti ma di contro scatenando vivaci proteste di molti lettori fautori del “meno costa meglio è”, sovente ritenendo che tale strategia commerciale sia indiscutibile ausilio alla vendita di libri e alla diffusione della lettura.
Bene – o male, fate voi: è notizia di solo qualche giorno fa (io la prendo da qui) che una delle norme contenute nella bozza del disegno di legge sulle liberalizzazioni e sulla concorrenza, su cui il governo in carica è al lavoro, predisporrebbe l’abolizione del limite massimo del 15% di sconto applicabile sui libri, appunto sancito dalla suddetta Legge Levi nel 2011. Di conseguenza verrebbero aboliti i commi 3 e 4 dell’articolo 2 della normativa che, rispettivamente, permettevano una deroga alla regola del tetto massimo agli sconti per il mese di dicembre e fissavano uno sconto massimo del 20% in occasione di eventi particolari come manifestazioni o fiere (sempre che tali commi fossero effettivamente rispettai dai soggetti coinvolti, ma questo è un altro discorso).
Un’abolizione, in buona sostanza, che consentirebbe di nuovo ai maggiori gruppi editoriali e alla grande distribuzione (sovente in comunella, lo si sa bene) di fare il bello e il cattivo tempo sui prezzi di vendita dei libri, con modalità consentite dai propri grandi numeri e, di contro, sostanzialmente impossibili per l’editoria indipendente e per quelle librerie di ugual natura (ovvero non di catena, ma quelle oggi ormai si fanno chiamare bookshop, non più banalmente “libreria”!) che devo subire imposizioni di prezzo e condizioni di vendita insostenibili nei confronti della grande distribuzione o della vendita on line. Tutto questo, per di più, aggravato dal fatto che tali angustie commerciali vanno a colpire un’editoria che ancora produce letteratura di qualità, a fronte invece di quanto prodotto, distribuito e imposto dai grossi gruppi editoriali – ma non vado oltre, anche qui, per non imboccare strade speculative infinite che peraltro avrete percorso più volte pure voi.
Insomma, il ritorno di un lobbismo editoriale (!) senza pudore, capace di influenzare la politica (ma non ci vuole molto, suppongo) a tutto vantaggio di un’oligarchia che, per come ha lavorato negli ultimi anni, ha fatto più danni che buone cose per l’editoria, la letteratura e – soprattutto – per la cultura nazionale, a fronte di una situazione di mercato palesemente sbilanciata e deprecabilmente lasciata in condizioni di liberismo assoluto. Peccato che si stia parlando di libri, ovvero oggetti culturali, e di cultura diffusa, appunto, non di detersivi o ciabatte da mare – il che dimostra, una volta ancora, la mancanza di preparazione non solo tecnica ma pure culturale di certa classe politica e dirigente nostrana quando abbia a che fare con cose di una certa delicatezza.
Se effettivamente l’abolizione delle suddette norme – ovvero lo svuotamento sostanziale della Legge Levi, controversa e discutibile quanto si vuole ma almeno primo passo per regolarizzare il settore – andrà in porto è ancora da vedere, tuttavia mi chiedo nuovamente perché, molto semplicemente e banalmente, visto che siamo comunque un paese del pianeta Terra e non di Nettuno o di Alpha Centauri, non si dia un’occhiata ad altre situazioni simili intorno a noi e a legiferazioni in materia che sembrano funzionare bene: la normativa vigente in Germania, ad esempio, che fin dal primo articolo recita così: “La presente legge è volta alla tutela del libro inteso come bene culturale.” Quella italiana inizia invece così: “La presente legge ha per oggetto la disciplina del prezzo dei libri.” Sarò esageratamente caustico, ma temo che già così poche parole dimostrino molto, se non tutto.