Sulla giornata mondiale della poesia. O sugli estremi onori? Insomma, la poesia oggi, al tempo del web

cropped-logo-poesiaSabato scorso, 21 marzo, si è festeggiata la Giornata Mondiale UNESCO della Poesia.
La poesia, sì.
P-o-e-s-i-a.
Massì, dai, quella cosa che sta coi relativi libri sugli scaffali più nascosti e impolverati delle librerie! Quella che vi insegnavano (e insegnano, temo) a scuola spesso col preciso intento di farvela odiare, quella che in tanti oggi dicono di scrivere e si fan chiamare “poeti” e invece risulta più poetico uno scontrino del supermercato! Quella che…
Avevate di meglio da fare quel sabato, dite? Beh, avete ragione. Sono d’accordo perché queste giornate piazzate una tantum nel corso dell’anno – a qualsiasi tema siano dedicate – a me odorano sempre di sostanziale inanità, concentrando l’attenzione popolare in un unico momento e, inevitabilmente, sfumandola per il resto dell’anno. Inoltre, sono d’accordo per colpa stessa della poesia. O di quella che troppe volte oggi viene spacciata come tale quando invece, di autentico spessore poetico-letterario, ne sanno generare di più i paracarri in pietra lungo le strade di campagna.
Beh, preciso, se ce ne fosse il caso: colpa dei troppi presunti e pretesi poeti. Quelli che scrivono e a volte riescono a pubblicare (ahinoi) poesia senza padroneggiarne la materia, pensando che la scrittura poetica sia solamente una questione di pseudo-espressività interiore più o meno estetizzata, magari con qualche rima, qualche assonanza, qualche frase a effetto che dia l’impressione di struggimento spirituale – quello che per convenzione il poeta patisce e dal quale proviene poi il relativo afflato poetico. Maddeché?
Ma, a parte tali osservazioni di natura primaria su certa produzione (non)poetica contemporanea, c’è a mio modo di vedere una sorta di handicap che molta poesia contemporanea – nel senso cronologico del termine – si auto infligge. In primis non considerando (o ignorando – per concreta ignoranza, intendo) la lezione delle avanguardie poetiche novecentesche, a partire dal Futurismo, passando per il Gruppo 63 e arrivando alla cosiddetta Terza Ondata, continuando invece su territori espressivi già del tutto esplorati e ormai ancorati al passato – le suddette banalissime estetizzazioni a colpi di frasi-a-effetto, ad esempio: roba che viene gettata immantinente nel cestino della spazzatura pure dal più banale e misconosciuto poeta di fine Ottocento. In secondo luogo, ma a ben vedere credo in modo ancora più importante, non considerando che oggi, ormai la gran parte dell’espressività artistico-letteraria passa innanzi tutto dal web, prima che dalla pur fondamentale carta stampata, e questa circostanza io credo valga soprattutto per un’arte come la poesia, sovente istintiva, spontanea, impulsiva, viscerale, dunque assai adatta ad un ambito come quello della rete.
Ma con criterio, però. Perché se è vero che scrivere di tramonti infuocati o di onde marine sussurranti (a proposito di frasi ad effetto) sul web è un po’ come vestirsi come una dama rinascimentale per andare ad un rave party, è anche vero che le infinite potenzialità che oggi offrono il web e tutte le forme di social networking vanno usate e sfruttate bene. “Internet è un gioco che solo i poeti possono vincere. Se la sfida è commuovere le persone usando soltanto 140 caratteri, o 6 secondi, o 500×500 pixel, il nostro linguaggio dovrà essere carico di significato. Quello che cerco di fare, quindi, è spingere più poeti, nel senso romantico del termine, a usare queste nuove piattaforme”. Questo l’ha detto Steve Roggenbuck, poeta e web-artist americano (citato da Valentina Tanni in questo articolo su Artribune), la cui produzione artistica potrà piacere o meno, ma che senza dubbio ha capito che se la poesia può avere un futuro, è nello sfruttare la propria naturale carica avanguardista – in senso espressivo tanto quanto linguistico – e nel farlo utilizzando quanto di più attuale e avanguardista è oggi disponibile. Negli USA si è già formato una sorta di movimento di nuovi web-poeti, denominato Alternative Literature – più conosciuto come Alt Lit), che si è dato come scopo principale quello di creare un innovativo modo di scrivere, raccontare, narrare, comunicare, ovvero un nuovo linguaggio il più possibile consono ai tempi e agli strumenti di comunicazione contemporanei. Riscoprendo peraltro forme espressive avanguardiste di qualche tempo fa come ad esempio la poesia visuale, la quale, capirete bene, nel regno dell’immagine totale del web può non solo rinascere ma fiorire alla grandissima, e con risultati potenziali impensabili. Trovate molte opere del suddetto movimento, come in generale delle nuove forme letterarie contemporanee basate sul web, nell’ormai celebre contenitore di UbuWeb, non a caso fondato nel 1996 da un poeta, Kenneth Goldsmith.
Insomma: un evento potenzialmente insulso (suo malgrado) come la Giornata Mondiale della Poesia appena trascorsa, ovvero il senso stesso di poesia oggi considerabile (al di là, ribadisco, dei pochi geni che sappiano ancora fare autentica poesia in modo “classico”. Ma, appunto, personalmente li conto sulle dita di una mano!) può trovare un suo apprezzabile valore solo se la poesia saprà tornare ad essere ciò che è sempre stata, l’arte letteraria più innovativa, illuminante e sperimentale, e se lo saprà fare restando assolutamente e interattivamente legata al tempo in cui si manifesta, dunque al presente e al futuro, non al passato. Nonché, cosa a mio modo di vedere anche più importante, tornando a essere realmente conosciuta e compresa nelle sue peculiarità più profonde ed essenziali. Per essere, in qualità di poeti, “Un incrocio tra Walt Whitman e Ryan Trecartin” – sono parole ancora di Goldsmith – dunque dotati di ispirazione storica di stampo romantico e insieme di attitudine ipercontemporanea ai formati web.
Se così sarà, o se così da qualche parte già è, allora auguri di buona ed eterna giornata della poesia, sul serio!

Librerie ad azionariato popolare: una via di salvezza per evitare la chiusura?

IoCiSto_image-900x600Avrete probabilmente sentito parlare della libreria ad azionariato popolare IoCiSto di Napoli, nata qualche mese fa per salvare dalla chiusura l’ennesimo esercizio commerciale analogo (una FNAC, per la cronaca, catena indipendente – o più o meno tale – che come saprete in Italia non c’è più), peraltro in una zona della città, il Vomero, da tempo in profonda crisi commerciale e sociale. Per chi non conoscesse tale “esperimento”, presentato dai media come la prima libreria di quel particolare genere giuridico (che nasce in ambito sportivo come sostentamento economico se non come “salvezza” di squadre in crisi finanziaria da parte dei tifosi di esse), lo riassumo in breve.
Lo scorso maggio Ciro Sabatino, giornalista ed ex editore napoletano, lancia un allarme sui social network per via della chiusura dell’ennesima libreria, appunto. “Perché non l’apriamo noi cittadini? Se ognuno ci mettesse qualche soldo, anche poco. Io ci sto”, scrive Sabatino. Da lì a qualche settimana, dal “mi piace” si è passati a qualcosa di più concreto. “Abbiamo raccolto le prime sottoscrizioni: 150 da 50 euro ciascuna” racconta Alberto Della Casa, attuale direttore della libreria. “A luglio avevamo una sede e la presentazione ai cittadini è avvenuta il 21 luglio con un flash mob di 4mila persone in piazza Fuga al Vomero, che sta davanti alla libreria.”. Oggi i soci sottoscrittori della libreria sono circa 700 soci, molti dei quali peraltro hanno pure dato una mano nell’allestimento dei locali, imbiancando le pareti, costruendo gli scaffali e arredando gli spazi a disposizione.
In verità IoCiSto non è stato il primo esperimento di libreria ad azionariato popolare. L’anno precedente due altre realtà della vendita libraria indipendente hanno deciso di affrontare tale innovativa strada. A Busto Arsizio, in provincia di Varese, la storica Libreria Boragno – di proprietà d’una famiglia di librai dal 1911 – a marzo 2013 è stata costretta alla chiusura, “Dopo aver lottato e perso contro i punti vendita delle grandi catene” come ha spiegato allora Francesca Boragno, ultima erede della famiglia. Tuttavia Francesca non s’é data per vinta, riuscendo a ottenere dal tribunale lo scorporo di una parte dell’azienda dalla procedura di concordato preventivo, così che la Libreria Boragno è potuta ripartire grazie all’azionariato popolare e ai primi venticinque soci finanziatori.
Poco distante, a Saronno (un contagio del tutto benefico, mi viene da pensare!), un’analoga scelta è stata affrontata dalla Libreria Pagina 18, che dopo i primi 5 anni di attività rischiava a sua volta di abbassare definitivamente le saracinesche, e nuovamente per la vicinanza di un punto vendita di una grande casa editrice. “Servivano 90mila euro, non li avevamo”, hanno raccontato i gestori della libreria (dacché definirli proprietari mi pare ora improprio). “Ma grazie all’azionariato popolare, in quarantacinque giorni abbiamo trovato trentacinque nuovi soci, e a luglio dello stesso anno abbiamo potuto inaugurare.”

Poste tali esperienze così importanti e innovative per il panorama della vendita libraria commerciale nel nostro paese, posta pure la sempre più precaria situazione delle librerie indipendenti nonché rimarcando nuovamente con forza che, in un paese nel quale più della metà della popolazione non legge nemmeno un libro all’anno e, forse, nemmeno più sa cosa sia un libro, c’è la necessità assoluta di rimettere in contatto le persone con l’oggetto-libro e con i suoi contenuti letterari, di rendere nuovamente il libro un oggetto assolutamente familiare, e familiare ancor più la sua importanza culturale, sociale e la bellezza che regala a chi lo legge – posto tutto ciò, insomma, credo che la via dell’azionariato popolare per le librerie indipendenti, non solo per la loro eventuale salvezza ma, io dico, per la loro prosperità (un vantaggio comune, a questo punto), sia da seguire e perseguire senza alcun dubbio. Anzi, che sia pure “istituzionalmente” e giuridicamente agevolata, in qualche modo che non ho le competenze di poter determinare ma che mi auguro possibile.
Come sostiene Claudia Migliore, vicepresidente dell’associazione IoCiSto, che gestisce la libreria napoletana e le sue attività, “Siamo un’associazione e prevediamo quest’anno di procedere all’iter per il riconoscimento. Ci risulta che in Italia, le strutture che nascono con azionariato diffuso non abbiano una forma giuridica ad hoc, devono adattarsi. Noi abbiamo scelto quella associativa che ci sta permettendo di capire come stiamo andando da un punto di vista economico e di realizzare le nostre attività. Quando il ricavato dalle vendite dei libri costituirà l’entrata prevalente rispetto alle quote associative, potremmo diventare cooperativa di consumo.”
Ecco, Claudia Migliore già indica e specifica meglio come si potrebbe agire, in tal senso. Per poi – passo appena successivo e indispensabile – creare una rete di librerie di tale genere, a sua volta ben correlata con l’intero ambiente dell’editoria indipendente nazionale, dato che ovviamente una libreria ad azionariato popolare non è diversa da qualsiasi altra, commercialmente e culturalmente. Ha una forma giuridica alternativa, tutto qui. Quel che conta è la missione (la mission oggi si direbbe, ma uso l’italiano, come da molti giustamente auspicato) culturale che, inevitabilmente, sta dietro l’attività commerciale di un esercizio come la libreria indipendente – salvo casi di inadeguata gestione. Missione che le altre librerie di catena, spiace dirlo, molto spesso mettono in secondo (o terzo, quarto, centoventiduesimo) piano rispetto al mero tornaconto finanziario, e che invece, per quanto affermato poco fa, oggi è più che mai fondamentale, da riproporre come esigenza ineludibile. E ad agire quanto prima in tal senso, senza alcuna esitazione, io ci sto.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, QUI.

Per una critica (costruttiva) della critica. Le quattro tesi di Michele Dantini

1419863140647Le-LibraireMichele Dantini è storico dell’arte contemporanea, critico e saggista, insegna all’Università del Piemonte orientale ed è visiting professor presso università nazionali e internazionali.
Sul numero 23 di Artribune ha pubblicato un interessante e illuminante articolo su una questione (d’istinto stavo scrivendo “una ferita”!) aperta ormai da tempo immemorabile in ambito artistico e culturale: la critica. Disciplina che genera sempre parecchie discussioni anche per come la sua definizione pare essere cosa piuttosto vaga e lontana, il che genera interpretazioni innumerevoli, sovente di segno contrario le une con le altre e le quali a volte, tanto avviluppate su sé stesse che sono, smarriscono quello che dovrebbe essere il senso primario del fare (e praticare) critica. Che non significa semplicemente sancire se una cosa è bella o brutta, sia fatto ciò in due righe o in 1500 pagine – è una ovvietà, questa che ho appena scritto, anzi: dovrebbe esserlo, ma a quanto pare non lo è affatto.
L’articolo di Dantini, pubblicato su un magazine come Artribune che si occupa di arte contemporanea (non solo, ma soprattutto), è di conseguenza riferito al campo delle arti visive. Michele_Dantini_photoTuttavia, da appassionato di letteratura, so bene – e lo rimarco spesso, qui nel blog – che il problema della critica esiste in maniera simile se non maggiore anche in tema di libri e scritture letterarie, ove veramente si assiste a tutto e al contrario di tutto. Leggete l’articolo di Dantini sostituendo “artisti” e “opere d’arte” con scrittori e libri (mantenendo valido il termine “arte” e considerando tale la letteratura – anche se, lo ammetto, tale considerazione è a volte (!) un po’ (!!!) forzata) e la disquisizione proposta regge perfettamente, anzi, è sotto certi aspetti ancora più valida e importante per la letteratura che per l’arte visiva.
Insomma, sono certo che le quattro tesi di Michele Dantini rappresentino un efficace strumento di riflessione e di determinazione dell’essenza della questione, e che la loro considerazione sia necessaria per chiunque voglia impegnarsi nella pratica critica – che tratti d’un romanzo Harmony, di un saggio filosofico ovvero di un’opera di Cattelan.
Che poi queste così importanti tesi vengano recepite, meditate e, in caso di accordo, messe in pratica, beh, è un altro discorso. Purtroppo.

P.S.: Ringrazio di cuore Dantini per avermi concesso la possibilità di pubblicare il suo articolo anche qui nel blog.

Quattro tesi sulla critica. Quelle di Michele Dantini
È possibile coniugare connoisseurship e critica sociale, filologia e politica? È la domanda che attraversa oggi l’intero ambito della teoria culturale. Come si fa critica d’arte? Come si costruiscono un assenso e un dissenso perspicaci, e si produce un’effettiva conoscenza?

Con “connoisseurship” intendo una competenza visiva esperta e specifica. In assenza di connoisseurship prevale la chiacchiera sociologica, la glossa dottrinaria, il commento alla poetica (o meglio la sua parafrasi). Questa è la prima tesi. Una rosa è una rosa è una rosa: cioè un’immagine che ci “parla” al modo delle immagini, attraverso dettagli visuali. Dovremmo saperlo, ma per lo più non lo sappiamo. Nell’avvicinarci a un’opera d’arte occorre quindi prepararsi a reagire con prontezza a tutto ciò che, nell’immagine, è inatteso, smisurato, iperindividuale. Tutto ciò che eccede o perfino smentisce le dichiarazioni d’intenti o i punti di vista ragionati. In breve: tenersi alla larga dalle “generalità” manualistiche e affidarsi alla “memoria involontaria”.
Con “critica sociale” intendo la capacità di sintesi e riduzione. Se facciamo critica sociale significa che abbiamo scelto di abbandonare il piano della pedissequità e della cronaca culturale. Questa è la seconda tesi. Non vogliamo occuparci (nell’occasione almeno) di singoli artisti o di singole opere ma adottare prospettive “sistemiche”. E discutere criticamente, con attitudini distaccate, il mondo della produzione artistica contemporanea, le politiche di marketing, il mecenatismo, i viscosi vincoli di fedeltà interni alle tribù.
Terza tesi. Il critico-interprete (o meglio il critico-scrittore: cioè il critico tout court) alterna o intreccia connoisseurship e critica sociale. Non è al servizio dell’artista, del gallerista, dell’amministrazione locale o del museo. Non ha cioè l’obbligo di essere “complice” – la citazione è da Celant – né si presta al calloso rituale della promozione. Zelo, devozione e professionismo corporate uccidono l’acutezza e impongono reticenza. Possiamo certo batterci per questa o quell’opera, questo o quell’artista, ma solo sul presupposto della nostra intima convinzione e attraverso la chiaroveggente perspicuità della nostra scrittura. Questa dev’essere libera. Ripeto: libera.
Quarta tesi, ultima e decisiva. Il destinatario della critica non è l’artista. È invece il pubblico inteso in senso normativo, la comunità di cittadini non specialisti che chiede e attende di essere documentata per poter valutare.
Così intesa la critica è un’arte esatta, una forma di letteratura non-fiction; e insieme il riconoscimento di un diritto che vale per l’umanità in generale.

Michele Dantini
docente universitario, critico e scrittore

Visitando “Klein Fontana. Milano Parigi. 1957-1962” a Milano

01-IMG_20150222_122456L’arte è uno degli strumenti migliori e più efficace per esplorare il mondo e rivelarcene realtà e verità, inutile rimarcarlo. Quand’essa diventi avanguardistica, può persino andare oltre quel limite mondano, ed esplorare anche quanto vi sia al di là, verso lo spazio senza confini, verso l’infinito. Può compiere tale inopinata esplorazione in senso concettuale e metafisico, senza dubbio, ma in certi casi anche ottenendo risultati assolutamente concreti e, per così dire, spaziali.
Yves Klein e Lucio Fontana, che in una mostra assai particolare il Museo del Novecento di Milano (ri)mette in dialogo, attivando nuovamente quel rapporto che lì unì – indipendenti eppure assai legati, sotto molti aspetti – quasi sessant’anni fa sull’asse Parigi-Milano, sono stati definiti due cosmonauti. Erano i tempi, quelli del lustro abbondante preso in esame dalla mostra, nei quali una nuova, inconcepibile frontiera si stava aprendo per il genere umano, quella dello spazio, grazie prima al lancio dello Sputnik e poi al volo orbitale di Gagarin e dei primi cosmonauti russi/americani. Una vera e propria rivoluzione, almeno idealmente: l’uomo che ormai già allora conosceva tutto o quasi del pianeta che abitava, si trovava a disposizione uno spazio di esplorazione e di avventura senza alcun limite effettivo. L’infinito, appunto, verso il quale finalmente si poteva affacciare e cominciare a muovere per conoscerne la realtà e svelarne i misteri.
37207_klein-fontana-mostra-milano-111Per un processo non casualmente coincidente, dal dopoguerra anche certa arte, quella più avanguardista e sperimentale, cominciò a riflettere su come andare oltre il sempre più prossimo limite dell’arte figurativa e di derivazione “classica”. Era stato fatto quasi tutto quanto, soprattutto in pittura: come poter rinnovare, come poter sfuggire al recinto teorico, tecnico e tematico che sempre più strettamente si stava chiudendo intorno all’artista? Lungo due strade inizialmente diverse ma che in breve si ritrovarono convergenti e parallele – parallele, rimarco, non sovrapposte! – Klein e Fontana cercarono buone risposte a quelle domande, in sé stessi prima e nella loro arte, poi. E le trovarono: risposte potenti, concettualmente avanzatissime, rivoluzionarie proprio come quei primi viaggi al di fuori dell’atmosfera terrestre verso lo spazio profondo. Si imbarcarono sui propri personali razzi spaziali, accesero i motori e volarono verso l’alto, dove molti colleghi nemmeno concepivano di poter andare, dove molti critici ed “espertoni” – i soliti che tutt’oggi infarciscono la critica artistica con la loro inarrivabile dote di non capire, sovente, l’arte più innovativa e rivoluzionaria, per ignoranza o per dolo – nemmeno più furono in grado di vederli, e di comprendere quel loro volo cosmico. Fontana con – serve citarli? – il suo Concetto Spaziale esplicato nelle diverse forme conosciute, e i tagli nelle tele senza i quali, probabilmente, buona parte dell’arte contemporanea (non solo quella più sperimentale) non esisterebbe; Klein con la sua ricerca artistica in transito dal Monochrome all’esplorazione del vuoto, il tutto sullo sfondo del suo fantastico International Klein Blue: non un semplice nuovo colore nel tono del blu ma – spiritualmente – il colore dello spazio, appunto.
I loro razzi in volo nel cosmo si affiancarono, dal quel 1957, e volarono l’uno accanto all’altro, su rotte a volte diverse ma entrambe puntate nella stessa direzione. Ci si rende conto di ciò proprio nella sala del Museo del Novecento dedicata a Fontana, nella quale, tra le grandi vetrate ad arco affacciate su Piazza Duomo (ovvero sul mondo terreno, mi viene da dire) sono state contrapposte la Scultura al neon di Fontana, del 1951, e una riproposizione della grande installazione Pigment pur di Klein presentata nel maggio del 1957 alla Galerie Colette Allendy di Parigi. Sullo sfondo blu dello spazio kleiniano si riflette una sorta di luminoso tracciato stellare, scie di corpi celesti che sembrano doversi tuffare da un momento all’altro, da quella loro sospensione, nel sottostante macro-microcosmo blu puro pronto ad accoglierli. Concetto, metafisica, poesia, filosofia, estetica, arte, il tutto portato al massimo livello di espressività.
D’altro canto, la sala Fontana appena descritta in tale suo allestimento è una delle poche nel quale, lungo il percorso espositivo, le opere di Klein e Fontana sono poste in dialogo e confronto diretto. La mostra, negli ambienti del Museo del Novecento, è allestita in maniera spezzettata e, forse, un poco confusa per il non troppo esperto d’arte contemporanea. Non è un difetto, sia chiaro, dacché credo sia stata soprattutto una inevitabile necessità dettata dalle possibilità logistiche offerte dalla struttura museale milanese. In effetti, forse la suggestione più forte nel visitare la mostra li si ha nell’ultima sala, totalmente dedicata alle opere dei due artisti che si fronteggiano, si confrontano, colloquiano, si armonizzano e si legano, permettendo finalmente al visitatore di essere avvolto dall’arte dei due artisti e di immergersi nei temi e nei concetti da essa espressi, comprendendo fin dal primo colpo d’occhio la differenza di forma delle opere e parimenti la contiguità sostanziale, dacché il viaggio spaziale dei due qui offre numerosi riverberi e ricadute artistiche nuovamente terrene – ad esempio le Anthropométrie di Klein, oppure La fine di Dio di Fontana. Di contro, potrei anche dire che il dover vagare per il Museo nel seguire il percorso espositivo della mostra permette di trovarsi di fronte a molte altre opere sublimi custodite dal museo stesso – ad esempio nella saletta dedicata a Piero Manzoni, altro rivoluzionario assoluto dell’arte del Novecento, che a sua volta ebbe non pochi contatti sia con Klein che con Fontana il quale peraltro fu sempre suo grande sostenitore.
In ogni caso: mostra bellissima per due artisti insostituibili ai quali l’arte di oggi deve moltissimo. E già questo potrebbe – anzi, dovrebbe essere un motivo indubitabile per visitarla.

Cliccate sulle immagini in testa al post per visitare il sito web del Museo del Novecento e conoscere ogni informazione utile alla visita della mostra, oppure QUI per leggerne la cartella stampa.

P.S.: le fotografie della galleria che correda tale articolo le ho fatte personalmente con uno smartphone durante la visita alla mostra, ergo non fate troppo caso alla loro non eccelsa qualità!

E’ giunta l’ora che anche le formiche-libraie nel loro piccolo s’incazzino, finalmente!

anantday_01Torno sulla questione “editoria indipendente (con annessi e connessi) sotto attacco”, dato che, come denotavo in chiusura del mio precedente articolo sul merito, la situazione è in progress e in costante evoluzione, e infatti la settimana si è rivelata parecchio agitata – fortunatamente, aggiungerei… o forse no. Insomma, vediamo alcuni degli eventi accaduti ragionandoci sopra un attimo.
Anzi, prima permettetemi di ribadire la mia ferma convinzione sulla questione: i grossi gruppi editorial-industriali, con la propria struttura di potere in fase di evidente e strategica concentrazione, hanno deciso di fare il più possibile piazza pulita della filiera editoriale indipendente, con lo scopo di assicurarsi e accaparrarsi – in tali periodi di magra commerciale sempre più accentuata – le quote di vendita dell’editoria indipendente. La stanno soffocando, per avere un poco di ossigeno in più per sé stessi, credendo così di salvaguardarsi dal periodo negativo in corso. Punto. Da tale convinzione nessuno al momento può smuovermi, e farò di tutto per convincere pure chi non vi crede che potrei veramente aver ragione. Drammaticamente aver ragione.
Posto ciò, in settimana si è acuita la protesta verso la probabile revisione della legge Levi in tema di scontistica applicata sul prezzo di vendita dei libri: su change.org gira una petizione al proposito, intitolata Non stravolgete la Legge Levi, uccidereste le librerie indipendenti. Non credo sia la prima, non l’unica e non sarà nemmeno l’ultima, purtroppo – e dico “purtroppo” perché temo non sia che l’ennesima iniziativa isolata di un battaglione che continua a muoversi per piccole guarnigioni, senza ufficiali di collegamento. E la scarsità di adesioni raccolte al momento in cui sto scrivendo il presente testo è piuttosto disarmante.
Di contro, nel silenzio assordante delle istituzioni (che parlano, sì, ma verso altre orecchie – modifiche alla Legge Levi docet!), c’è qualcuno in esse che quanto meno comincia a cogliere il dissenso della filiera editoriale indipendente: ad esempio l’onorevole Giovanni Paglia, che sugli organi del suo gruppo parlamentare afferma che “abolire il prezzo imposto e il tetto massimo di sconto equivale sostanzialmente a favorire i grandi gruppi editoriali e le grandi catene librarie nonché Amazon. Richiedere quindi che il tema sia stralciato dalla bozza in circolazione e trattato separatamente a seguito di un confronto con gli esercenti mi pare una semplice richiesta di buon senso e noi la sosterremo.” Ora: di affermazioni apparentemente virtuose i politici italiani ne fanno a vagonate ogni giorno; che ad esse seguano poi fatti concreti è cosa che, sapete bene, risulta troppo spesso evanescente. Tuttavia prendiamo come utile e potenzialmente buona l’iniziativa dell’esponente della Camera, quanto meno come strumento d’opinione a supporto delle iniziative messe in campo contro la revisione della Legge Levi.
Peraltro, nelle sue affermazioni, l’on. Paglia ricorda l’appello che i librai indipendenti della provincia di Ravenna hanno formulato e rivolto ai propri parlamentari eletti nel territorio – tra cui c’è appunto lo stesso Paglia – i quali librai rimarcano che “abrogare la Legge Levi e liberalizzare il settore dell’editoria senza prima ascoltare le esigenze della Categoria interessata, quella dei piccoli librai indipendenti, non è accettabile.” Ottima iniziativa, quella dei ravennati, controfirmata da 16 librerie. Sedici: per questo, un’altra azione del tutto isolata, certamente virtuosa e utile a livello locale ma in senso assoluto priva di forza e di efficacia, inevitabilmente, se non supportata a sua volta da altre iniziative simili, sparse altrove e possibilmente un po’ ovunque sul territorio nazionale.
Infine (ultimo ma non ultimo, tuttavia!), mi pare interessante segnalare l’ultimo intervento “pubblico” di Romano Montroni, attuale presidente del Centro per il Libro e la Lettura, lo scorso 11 febbraio alla trasmissione di Radio 3 Fahrenheit, condotta da Loredana Lipperini. In esso Montroni (che è di scuola feltrinelliana, non bisogna dimenticarlo, dunque di formazione potenzialmente avversa alla causa della filiera editoriale indipendente) ha spero parole di sostegno inopinatamente accorate a favore della salvaguardia dell’editoria indipendente – forse perché negli ultimi tempi si è reso conto dei danni fatti durante la sua precedente carriera professionale, come mi ha fatto sarcasticamente notare un amico librario.

Ok, vediamo ora di tirare un poco le somme circa quanto sopra esposto, per vedere di trarne qualche indicazione utile.
Battaglia sulla Legge Levi: sacrosanta a dir poco, ma permettetemi due osservazioni. Uno: si faccia di tutto per bloccare lo scempio previsto dall’imminente “DdL Concorrenza”, ovviamente; ma perché la filiera editoriale indipendente deve sempre agire a difesa di propri diritti? Perché deve sempre rincorrere e mai farsi (in)seguire, mai ad agire all’attacco? Drammatica mancanza di forza politica e commerciale, la risposta vien da sé. Due: la battaglia contro la modifica della Legge Levi è sacrosanta, lo ripeto, ma non dimentichiamoci che si sta difendendo una legge che è la meno peggio si sia riusciti a ottenere, e delle cui norme quasi sempre la grande editoria s’è fatta un baffo, aggirandole impudicamente e impunemente. Si vincerà la battaglia, è augurabile, ma per vincere la guerra ce ne corre ancora un sacco.
Questione distribuzione: nuovamente mi ripeto e rimarco come i nuovi assetti sulla distribuzione editoriale italiana credo servano anche (se non soprattutto) a soffocare la filiera indipendente. Come afferma Manolo Morlacchi di Booklet – un’esperienza di distribuzione editoriale “diversa” sulla quale probabilmente tornerò, a breve – in un articolo uscito su Tropico del Libro, “L’editoria, come ogni altro ambito, ha una sua filiera. Tra le sue tante contraddizioni (alcune specifiche del settore) vi è quello della concentrazione dei capitali in funzione delle esigenze dei monopoli del mercato. Ciò avviene, a velocità accelerata, in periodi di crisi come quello che stiamo attraversando. Al movimento di questo schiacciasassi non sfugge nessuno.” E’ in corso la creazione di un monopolio, insomma, o alla meglio di un oligopolio lobbistico e autoritario. Cosa fare dunque, per evitare di finire ancor prima di rendersene conto sotto il citato schiacciasassi? Beh, una cosa sola c’è da fare: unirsi per generare forza. E incazzarsi, finalmente e possentemente. E’ giunta l’ora che la filiera editoriale indipendente (ri)trovi la sua identità, la sua unicità, la consapevolezza che nell’essenza non sarà mai uguale alla grande editoria, ma che maneggiando la stessa sostanza deve – e ribadisco, deve – poter godere di uguali diritti rispetto ai suddetti grandi gruppi editoriali. “Libero mercato” significa compartecipazione a uguali diritti e simili possibilità di sviluppo. Poi è ovvio, i numeri saranno sempre diversi, ma ciò non significa che i diritti debbano essere proporzionalmente più o meno riconosciuti.
Ci vuole unità, ci vuole collaborazione tra i vari soggetti della filiera editoriale indipendente – tra tutti i soggetti, a partire dall’editore fino al lettore dei prodotti dell’editoria indipendente possibilmente acquistati presso librerie altrettanto indipendenti, e coinvolgendo pure altri soggetti affini quali piccole biblioteche, enti culturali che lavorano con i libri e la lettura. Una rete, fittamente intrecciata e diffusa, nella quale anche il singolo, sommato a tutti gli altri singoli, diventi un’entità importante e imponente, uno che, quando apre bocca, finalmente si possa distintamente sentire e possa rivaleggiare con le più supponenti voci della grande editoria, e non scomparire nel rumore di fondo come mille flebilissimi bisbigli. Pur innumerevoli formiche che assalgono un elefante ma ciascuna a suo modo, non faranno che provocargli un minimo solletico, al massimo; tante formiche coalizzate che portano attacchi possenti, precisi e mirati, faranno vacillare pure il più grosso bestione!
In fondo, la grande editoria è un gigante dai piedi d’argilla, non scordiamolo – e proprio le mutazioni d’assetto nel sistema editoriale nazionale provano ciò. Se essa oggi vale “100”, e ci sono tanti “1” indipendenti che la combattono con mere iniziative lodevoli tanto quanto singole e isolate, l’unica strategia efficace da seguire è quella di sommare tutti gli “1” per ricavarne un numero ben più elevato. E state certi che se l’editoria indipendente in tal modo riuscisse anche solo ad arrivare a “60” o “70”, i grandi editori comincerebbero a sentirsi molto meno baldanzosi, molto meno impudenti e ben più insicuri!
Al solito, non mancherò di seguire gli ulteriori sviluppi sui temi qui trattati, auspicando che nel frattempo le formiche-piccoli editori-librai indipendenti finalmente si decidano a incazzarsi, a unirsi, ad agire compatti  e a non lasciarsi soffocare senza alcuna buona ed efficace reazione.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.