Sempre più spesso, quando incrocio e osservo gli sguardi delle persone comuni, ho la vivida sensazione di scrutarvi più o meno in profondità l’ombra cupa della solitudine. Anche quando sono in gruppo, in compagnia, in un centro città pieno di gente, in un locale o dovunque la solitudine parrebbe l’unica cosa a non essere presente. Sola, vedo tanta gente sola – suo malgrado e forse inconsapevolmente, ma sola; sia chiaro, c’è anche il solitario consapevole, ma in quanto tale possiede una predisposizione ben più conscia della sua condizione verso la quale, dunque, è del tutto preparato: tuttavia credo siano rarissimi gli individui del genere.
È qualcosa di paradossale, certo: siamo nell’era dei social network ovvero della socialità (e della socializzazione) apparentemente ricercata e vantata in ogni contesto, ove tutto deve fare gruppo, massa, mucchio più o meno ordinato e conformato, dove la stessa globalizzazione, nel principio, ci rende parte di un’unica comunità. Di contro, viviamo a tutti gli effetti in una società esclusiva ben più che inclusiva, che emargina non solo il più debole o il “diverso” ma anche chi – volente o nolente – non ne accetti l’omologazione; persino i più avanzati strumenti di socializzazione del web, in fin dei conti, sovente generano alienazione dal contesto sociale e autoemarginazione – ormai lo si è capito bene. Non ultimi, dissonanza cognitiva e analfabetismo funzionale contribuiscono a non permettere legami sociali consapevoli e generanti scambi culturali, allontanando le une persone dalle altre anche quand’esse apparentemente si ritrovino in un gruppo. Persino la famiglia, in grave crisi di senso e di identità, non di rado genera in sé sconcertanti situazioni di solitudine.
Forse è una sorta di processo di causa-effetto determinato da una incapacità endemica, storica (ancorché non solo italiana, sia chiaro) di costruire un’autentica comunità sociale, che di rimando provoca nel singolo individuo una conseguente incapacità di relazione sociale vera e fruttuosa. Privi (privati) di tale peculiarità culturale – a sua volta frutto, oggi, del continuo imbarbarimento che ammorba la nostra società, ci rapportiamo l’un l’altro in relazioni sovente superficiali e pressoché prive di sostanza, le quali per ciò si svuotano e si sterilizzano rapidamente. Inevitabilmente, mi viene di pensare: se non si possiede cultura in senso generale – considerando che la cultura è il primo e più basilare elemento di comunicazione e di scambio intellettuale tra individui – non si può nemmeno possedere quella atta alla più autentica e reciprocamente proficua socializzazione.
Ma chissà… forse è solo una mia impressione, appunto.



