Status symbol (autentici) da ostentare

Suits By Balmain
E quando andate in libreria ad acquistare uno o più libri (lo fate ancora questo esercizio di vita, vero?) non fateveli mettere nella busta che il librario vi offrirà. Teneteli in mano, mostrateli quando uscite dalla libreria e percorrete le vie cittadine, tra la gente. I libri vanno sempre mostrati, mai nascosti, nemmeno per comodità del momento. Con tutti quegli idioti che ci sono in giro e che ostentano i più futili status symbol – presunti tali, in verità – per mostrarsi e sentirsi “importanti”, perché non si dovrebbero mostrare i libri come autentici e fondamentali status symbol intellettuali e umani? Senza contare che il libro non è un bene di consumo qualunque – non è un bene di consumo tout court, anzi! – ergo non merita lo stesso trattamento riservato a, per dire, un flacone di detersivo o un paio di scarpe, non trovate?

Insomma, ostentiamoli pubblicamente, i libri. E’ una forma di pubblicità progresso a favore della lettura tanto semplice quanto efficace, in fondo. E a favore della società.

P.S.: ma se proprio non potete fare a meno di girare per la città col vostro smartphone nuovo fiammante e ultramodaiolo, beh, allenatevi a tenere i libri sottobraccio. E’ semplice, vedrete!

Alzheimer 2.0. Il paradosso della (non) memoria ai tempi dei social network

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Un interessante articolo di Silvia Bottani uscito qualche tempo addietro sul periodico d’arte Exibart, intitolato Come funzionano l’arte e la memoria all’epoca dei social media, mi ha consentito di focalizzare l’attenzione e riflettere su quello che, a mio parere, è uno dei più palesi paradossi che presenta il web contemporaneo – quello dei social network, di Facebook e Twitter e tutti gli altri tra le cui pagine ormai è inevitabile stare. Spiego: tali media contemporanei, che potenzialmente sarebbero un archivio infinito delle nostre scritture, dunque delle tracce scritte, messe nero su bianco (seppur virtualmente) sulle loro pagine da noi che ne siamo autori, finiscono invece per essere l’ambito di maggior smemoratezza indotta dei tempi correnti, facendo così che di essi noi che li usiamo perdiamo un’occasione incommensurabile e irripetibile di caratterizzare questa epoca con i nostri segni, le nostre parole, il nostro pensiero – anche se concentrato in soli 140 caratteri, come su Twitter. E’ un paradosso, questo, anche perché la nostra epoca ha (avrebbe) un disperato bisogno di ricordare, anzi, è “percorsa da una percepibile ansia legata alla perdita della memoria”, come scrive Silvia Bottani dell’articolo citato, ma ciò accade soprattutto per colpa nostra, consapevole o meno, non certo dei suddetti social media!
Cito ancora dall’articolo: “Memoria, o meglio, memorie: frammentate, differenti, finzionali, si moltiplicano esponenzialmente fino a saturare il contemporaneo. Il bisogno ossessivo di raccontare – tutto è o sembra avere la dignità di divenire “storytelling”, e la deriva verso il dato minimo, (…) appare un tentativo malinconico di negare l’impossibilità di fissare il ricordo.” E poi: “La forzata persistenza nel presente, perpetrata attraverso i social media, è strettamente relazionata all’evaporazione della memoria stessa”: come se fossimo affetti da una sorta di “progressivo Alzheimer collettivo”, per citare ancora Silvia Bottani, che più avanti aggiunge: “Mentre scriviamo compulsivamente sul web, fotografiamo, produciamo contenuti con il quasi esclusivo scopo di condividerli con un non meglio definito network di relazioni, l’atto stesso di produrre e affidare tali contenuti a un supporto volatile come i byte, a loro volta allocati su “cloud” gestite da entità commerciali, ci libera immediatamente dal peso del ricordo e ci prepara al momento successivo. Lo spazio di elaborazione dell’esperienza, quello spazio vitale, critico, germinale che si espande durante la fruizione di quei contenuti, si comprime violentemente nella dimensione del social network, fino a scomparire.
L’autrice dell’articolo analizza la situazione dal punto di vista della fruibilità e della considerazione delle opere d’arte una volta date in pasto al web; io invece mi sono ritrovato a riflettere su tali argomenti, e sul quel paradosso di cui ho detto, dal punto di vista della scrittura, ovvero delle favolose potenzialità che i social media ci offrono in tal senso. E’ innegabile, infatti, che Facebook, Twitter e gli altri social sono luoghi in cui si esercita la scrittura: commenti, post, tweet e quant’altro ci trasformano, seppur in modo aleatorio ed effimero, in scrittori, o autori se preferite. Con pochi o tanti caratteri, ci danno la possibilità di mettere per iscritto ciò che pensiamo, una nostra idea, un’esperienza, un’opinione, una congettura o una fantasia eccetera eccetera. Ci consentono di lasciare il segno, come detto, il nostro segno personale, individuale dunque potenzialmente unico, in un archivio che tutto conserva e mette a disposizione dell’intero pianeta (anche oltre certi limiti di privacy, certo, ma questo è un altro problema!). Una possibilità, insomma, della quale mai l’umanità prima di noi ha potuto godere: ma ve lo immaginate un Oscar Wilde, uno Stendhal oppure un Kant o un Nietzsche cosa avrebbero potuto fare con un mezzo come facebook?
Posto ciò, e al di là di tali raffronti suggestivi seppur irrazionali, trovo che la grande e illimitata possibilità di scrittura che il web 2.0 ci offre ovvero il non saperla sfruttare come si potrebbe e dovrebbe, e dunque l’uso in grandissima parte futile se non francamente idiota che molti utenti fanno dei social network, debba ascriversi tra le cause fondamentali per la genesi di quel paradosso della smemoratezza su cui sto disquisendo. Andiamo sul web, abbiamo la chiave virtuale di questo archivio infinito nel quale lasciare qualcosa di importante, di significativo su di noi e sul mondo che ci circonda e che viviamo quotidianamente, e invece troppe volte lasciamo in esso cose sostanzialmente inutili, prive d’alcuna importanza: cose che non serve ricordare, per essere chiari. E’ la deriva verso il dato minimo che giustamente cita Silvia Bottani nell’articolo: “tutto è o sembra avere la dignità di divenire storytelling” in primo luogo perché ci sentiamo obbligati a dover scrivere qualcosa – quasi che altrimenti, senza una qualche attività sul web, non si esista, forse nemmeno nella realtà reale! – e in secondo luogo perché il modus vivendi e cogitandi nel quale siamo immersi (e dal quale siamo sopraffatti, a ben vedere) ci ha ormai fatto perdere la capacità di concepire il valore effettivo di molte cose, così che a tante francamente insulse venga data una dignità senz’altro immeritata. Che peraltro si infila in un marasma di innumerevoli altre cose senza autentica dignità, diventando come fango in una immensa palude melmosa: il nulla nel nulla, insomma, che inevitabilmente annulla pure quel poco che c’è di potenzialmente buono. In fondo, è quanto sta accadendo – o accade sempre più – pure in letteratura: anche per questo vedo così evidente il legame della questione in dibattimento con il web 2.0 e l’esercizio della scrittura che offre e impone.
Ecco, qui – anche qui – io credo che nasca lo spreco di memoria del web, dunque la smemoratezza collettiva nella quale siamo coinvolti in veste di utenti dei suoi media. Ed è un grandissimo peccato che ciò accada, lo ribadisco: siamo così indotti a vivere nemmeno più alla giornata ma ormai quasi all’ora singola, per nostra stupidità o per condizionamento del distorto sistema socio-politico che governa buona parte del mondo, che non ci rendiamo conto della possibilità di memorizzazione offertaci dal web contemporaneo, e così la sprechiamo in modo insensato. Per carità: ognuno può fare ciò che vuole di quanto ha a disposizione, finché non danneggia nessuno, e qualche divertente futilità (trad.: cazzata) ci sta benissimo e ci vuole, ci mancherebbe, anzi! Ma uno spazio fondamentale in cui inserire e conservare qualcosa di importante ci deve assolutamente essere: perché – banale dirlo ma sempre pragmatico – il presente nel quale forzatamente persistiamo non esiste; esiste (esisterà) il futuro, semmai, che si costruisce con il passato. Punto. E se il passato è fatto per sua gran parte di vacuità, sarà ben difficile che il futuro cresca intellettualmente e mentalmente (di rimando, culturalmente) solido – nonostante la meravigliosa e potenzialmente rivoluzionaria tecnologia che abbiamo tra le mani. “Sapremo” tutto di tutti, ora, per non ricordarci niente di niente domani. Non mi pare una gran bella prospettiva, non trovate?

Scrivere per “razionalizzare” le proprie visioni (H.P.Lovecraft dixit)

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La ragione che mi induce a scrivere racconti è di fatto la voglia di provare la soddisfazione di visualizzare più chiaramente, dettagliatamente e stabilmente, bellezza e avventurosa attesa che mi vengono suscitate da visioni (sceniche, architettoniche, atmosferiche, ecc.), idee, avvenimenti e immagini incontrate nella letteratura e nell’arte.

(Howard Phillips Lovecraft, I racconti del soprannaturale: fasi e procedimenti di scrittura, in Tutti i romanzi e i racconti. Il sogno. Tutte le storie oniriche e fantastiche, Grandi Tascabili Economici Newton Compton, 1993; nuova ed.2009, traduzione di Gianni Pilo e Sebastiano Fusco.)

Il fondamentale Lovecraft, a tutt’oggi l’horror letterario par excellence, a mio parere. Ma anche, tra le mille visioni terrificanti scaturite dalla sua mente, uno dei più lucidi e illuminanti analisti della letteratura del suo tempo. Da scoprire assolutamente anche sotto questa veste.

Di “voluttà” (letterarie) forse troppo superficiali. Forse.

Idiot-ebook1Leggo su La Stampa, in un articolo a firma Mario Baudino pubblicato qualche settimana fa:
Un mese fa a Torino, al convegno dell’Igel – International Society for the Empirical Study of Literature and Media, due studiosi, la norvegese Anne Mangen e il francese Jean Luc Velay hanno esposto i risultati di una loro ricerca: un po’ inquietanti. 50 studenti omogenei per cultura e uso delle tecnologie erano stati invitati a leggere un breve racconto della giallista Elizabeth George (tradotto in francese). Metà di loro su un libro cartaceo, metà sul Kindle. Poi sono stati interrogati sugli aspetti della storia, emotivi e narrativi. Il risultato è che quelli del Kindle, a differenza degli altri, avevano difficoltà a ricostruirne la trama.

Beh, accidenti… La notizia (poco rimbalzata sui media, ma guarda!) è a dir poco imbarazzante, e denota una certa problematicità tutt’oggi importante e irrisolta nei confronti di una potenziale rivoluzione i cui effetti non comprendiamo ancora bene, anche perché non sappiamo nemmeno se vi saranno, tali effetti, ovvero se quella rivoluzione non finisca per rivolgersi ove non deve e avvolgersi rovinosamente su sé stessa.
In verità, e in tutta sincerità, non so perché ma ‘sta notizia mi fa venire in mente (mi scuso per la singolarità di quanto state per leggere) la differenza tra il fare sesso con una donna – o un uomo, ovvio: io guardo la cosa dal mio punto di vista – ammaliata, conquistata, sedotta e amata, e il farlo con una escort, sia pure di classe. Sì, voglio dire: lo scopo lo si raggiunge in entrambi i casi, e la scelta di usufruire dell’una o dell’altra situazione è inevitabilmente libera, al di là di qualsivoglia considerazione. E’ il dopo che è diverso. Quando seppur ci si ritiene soddisfatti di ciò che si ha vissuto, ci si rende conto di non sapere e/o ricordare nemmeno il nome di lei…

Ma è una riflessione così, ripeto, del tutto spontanea e personale. In ogni caso, lunga vita alle esc… pardon, ai libri tutti, di carta o elettronici, tra le cose terrene (con poche altre gioie più materiali, certo!) capaci di farci godere un piacere profondo, intenso, intellettualmente voluttuoso e a volte entusiasmante. E senza bisogno d’alcun ausilio contraccettivo – anzi!

Lorenzo Manenti: la dignità assoluta dell’Arte, prima di ogni altra cosa

Se mi dovessero chiedere, così su due piedi, senza pensarci troppo insomma, il nome di un artista che a mio parere ha notevoli possibilità di emergere, prossimamente, e diventare qualcuno di rinomato nel panorama artistico contemporaneo, beh, uno dei nomi (e cognomi) che farei – senza nulla togliere a chiunque altro, eh! – è quello di Lorenzo Manenti.
16255_10202136880734547_1955738138_n (1)Questo per una motivazione semplice e lineare quanto in verità articolata e profonda, se analizzata con completezza: perché Manenti sta portando avanti, ormai da parecchi anni, un discorso artistico coerente, ben determinato, originale e distintivo, di grande spessore e qualità, quasi fosse pianificato in un progetto accuratamente ponderato e di lungo periodo, nel quale siano confluiti elementi non solo artistici ma anche storici, etno- e antropo-logici, filosofici, politici. Eppure nelle sue opere non solo è assolutamente presente la tipica istintività dell’arte più innovativa e singolare, grazie alla quale si evita il pericolo di un eccessivo cerebralismo – tipico di certa arte contemporanea, che a volte deborda in ambiti di eloquenza eccessivamente complicati vanificando così l’eventuale bontà estetica e vestendosi di uno snobismo piuttosto irritante – ma trovo ancora più mirabile il notevole equilibrio che Manenti ha saputo conseguire tra mera espressività artistica, ovvero la forma della sua opera, e consistenza tematica, cioè la sostanza di essa. Equilibrate, appunto, così che l’una sostenga l’altra, e l’altra non adombri o addirittura soffochi l’una. In questo modo i lavori dell’artista bergamasco offrono un’esperienza artistica nel verso senso della parola, ovvero una interazione tra opera d’arte e fruitore di essa del tutto armoniosa e accessibile ma al contempo profonda e illuminante. Cosa rara, inutile rimarcarlo, in un panorama artistico spesso e volentieri troppo impegnato nell’apparenza più che nella sostanza, più che alla verità del proprio messaggio (se un messaggio c’è, naturalmente!).


Così Lorenzo Manenti dice della propria ricerca artistica:

Mi interessa l’idea di memoria e di tempo. Il tempo, concetto astratto, è in grado di concretizzarsi attraverso il deterioramento dei materiali, rendendo visibile, tangibile, la distanza tra l’origine di un oggetto e noi che oggi ne siamo, temporaneamente, i custodi. Di conseguenza il concetto di memoria è inevitabilmente legato a quello di responsabilità verso ciò che ci è stato consegnato e che dobbiamo a nostra volta consegnare nel migliore stato possibile a chi verrà dopo di noi, senza dimenticare che tutto prima o poi avrà una fine. Sento che ogni reperto archeologico stipato nei musei o rimasto in sito o ancora custodito gelosamente dalla terra porta con sé una carica di energia della civiltà da cui proviene e di cui spesso ne è tutto ciò che rimane.

In questo periodo potete ammirare le opere di Lorenzo Manenti in ben due mostre tematiche, insieme ai lavori di altri artisti: a Lonigo, Vicenza, fino al 29 Settembre prossimo in Parsing Properties. The politics of art experience; a Milano, fino al 4 Ottobre presso Dimora Artica, in Scriptorium. Cliccate sui titoli delle mostre (le cui locandine trovate qui sotto) per saperne di più, mentre per ammirare un ampio portfolio delle opere di Manenti – quella sopra è una selezione necessariamente stringatissima anche se già significativa – cliccate QUI.

Un’artista da conoscere a fondo e seguire con grande attenzione, insomma, al quale il tempo prossimo darà ampia e luminosa ragione, ne sono certo.