La vita è una ruota (che gira nella spazzatura!)

A considerare questa emblematica illustrazione (presa da qui), e a leggere quanto rilevato e denunciato dalle principali organizzazioni ambientaliste circa la quantità di immondizia, soprattutto plastica, che noi umani – razza più intelligente e avanzata del pianeta, ricordo – gettiamo nei corsi d’acqua e nei mari della Terra (8 milioni di tonnellate all’anno, attualmente), mi torna in mente un motto dannunziano non così fuori contesto come potrebbe sembrare (al di là delle solite bieche strumentalizzazioni che subì), almeno nel senso assoluto: io ho quel che ho donato. Motto che il Vate fece proprio ma che in verità è la traduzione di un emistichio del poeta latino Rabirio, contemporaneo di Augusto, citato da Seneca nel VI libro del De beneficiis:”Hoc habeo quadcumque dedi”, il quale si può interpretare con qualcosa del tipo “tutto quanto si dà, prima o poi torna indietro”. A tal riguardo se è lapalissiano che si può dare solo ciò che si ha, e se questa cosa vale in senso pratico e, anche più, in senso concettuale, viene drammaticamente triste ritenere che noi umani – razza più intelligente e avanzata del pianeta, ribadisco – diamo al mondo che abbiamo intorno e abitiamo ciò che siamo, cioè la nostra effettiva sostanza. Ovvero, della gran nociva e letale spazzatura. La quale, poi, dopo aver avvelenato mari e oceani, inesorabilmente torna indietro ad avvelenare noi.

Ma, a quanto pare, a giudicare dai dati sulla quantità crescente di rifiuti nei mari e alla faccia dei tanti buoni propositi ecologisti che ci piace tanto sentire e poco o nulla praticare, questa cosa proprio non la capiamo. Evidentemente, quella stessa sostanza che buttiamo nei mari ci riempie pure la testa, ormai.

Bèrghem gloria mundi!

Da bravo bergamasco purosangue (un “patrimonio genetico orobico”, il mio, direttamente palesato dal cognome, d’altro canto!) non posso che felicitarmi del conseguimento del titolo di “Patrimonio dell’Umanità” alle spettacolari Mura Venete di Bergamo, riconosciuto dall’UNESCO nella seduta plenaria di Cracovia di sabato scorso.Il progetto bergamasco per l’iscrizione delle Mura veneziane nella lista del patrimonio mondiale dell’UNESCO – insieme alle coeve opere difensive che la Serenissima costruì a Peschiera del Garda e Palmanova (Italia), Zara e Sebenico (Croazia) e Cattaro (Montenegro) – ha preso il via nel 2007, proprio con Bergamo come città capofila e promotrice principale del progetto stesso; finalmente il lungo iter, della durata di ben 10 anni, è giunto a compimento, con la votazione finale durante la seduta plenaria dell’UNESCO dello scorso 9 luglio a Cracovia.

F.B. Werner, “Veduta prospettica di Bergamo”, Augsburg, 1740.

Le Mura Venete che racchiudono la Città Alta di Bergamo sono un autentico gioiello difensivo che la Serenissima Repubblica di Venezia costruì tra il 1561 e il 1588, epoca in cui la città orobica rappresentava l’estremità occidentale dei domini veneti sulla terraferma. La cinta muraria, che si sviluppa lungo 6 chilometri e 200 metri e raggiunge in alcuni punti un’altezza di ben 50 metri, risulta essere costituita da 14 baluardi, 2 piattaforme, 32 garitte (di cui solo una è giunta ai giorni nostri), 100 aperture per bocche da fuoco, due polveriere e 4 porte di transito da/per la città (Sant’Agostino, San Giacomo, Sant’Alessandro e San Lorenzo, ora intitolata a Giuseppe Garibaldi). A tutto questo vi è da aggiungere una miriade di sortite, vani sotterranei e passaggi militari di cui in parte si è persa la memoria, collegati tra loro tramite un numero imprecisato di cunicoli che formavano una sorta di autentica città ipogea sotto quella “esterna” – peraltro, Bergamo, già città composta di numerosi strati storici, partendo dal primigenio celtico, passando per quello romano e via via fino alla Bergamo medievale oggi visibile.

Una tale possente fortezza cittadina, progettata per risultare inespugnabile o quasi, in verità non ebbe mai a subire alcun evento bellico, dunque oggi risulta pressoché perfettamente conservata e rappresenta l’elemento caratteristico nonché una delle principali attrazioni turistiche di Bergamo: città che ora, ancor più che in passato, si presenta come una tra le più ricche di storia, di tesori artistici e architettonici, delle più spettacolari e affascinanti d’Italia.

Il che, detto così, vi sembrerà un’affermazione di natura fin troppo campanilistica… Beh, ok, ammetto che lo è – inevitabilmente! D’altronde sono certo che chiunque abbia visitato Bergamo – fatte salve le peculiari bellezze delle tante altre città italiane meritevoli di visibilio, sia chiaro – si troverà d’accordo col sottoscritto. Chi invece a Bergamo non ci sia ancora mai stato, non potrà far altro che approfittare dell’occasione per visitarla e giudicare se darmi ragione oppure no!

Insomma, citando Fabio Bonaiti, uno degli storici bergamaschi più rinomati e apprezzati: Bergomum* gloria mundi (pòta!)

P.S.: di seguito la presentazione del progetto sulle Mura Venete di Bergamo Patrimonio dell’Umanità da parte del prestigioso Studio Bozzetto:

*: il toponimo Bèrghem nel titolo in verità è quello dialettale. Ma, insomma, se campanilismo dev’essere, che campanilismo sia in tutto e per tutto!

Una risata ci salverà!

Credo che se noi essere umani riusciremo a conservare la capacità di ridere – di noi stessi, degli altri ovvero di far ridere, in senso umoristico arguto e non in modo sarcastico e amaro – qualche possibilità di salvezza, come genere, l’avremo ancora. Esattamente come chi manifesta senso dell’umorismo, e riesce a non prendersi mai troppo sul serio, se la caverà sempre: espandete questa singola virtù a più individui possibile e, appunto, si genererà un salvagente ben più prezioso ed efficace di tanti altri, per noi tutti. Che di contro, come si sa, sarà invece funzionale vanga per “scavare fosse” e “seppellire” (metaforicamente, ovvio) chi non vorrà essere tanto virtuoso.

Altrimenti no, penso proprio che non ci salveremo. Sia la fine tra un anno, un secolo, un millennio o domani mattina, saremo tristemente spacciati: allora sì che non ci sarà più nulla da ridere, anche perché sarà troppo tardi farlo.

P.S.: e se magari volete affinare la personale virtù di saper ridere, provate a leggere questo libro. Credo vi potrà essere utile.

Da che parte pende la bilancia del nostro mondo?

Ma se si ponessero su una bilancia le cose buone che il genere umano ha realizzato nel corso della sua storia, su un piatto, e sull’altro le cose cattive che ha compiuto – tutte quante, dalle più grandi alle più piccole, in entrambi i casi -, secondo voi da che parte penderebbe tale bilancia?
E, se dalla parte ove penda la bilancia dovesse dipendere (termini dalla stessa etimologia, non a caso) il nostro destino, secondo voi che fine faremmo?

Dovremmo chiedercelo, ogni tanto. Non è detto che la risposta sia scontata, tanto meno deve essere superficiale o di convenienza. Di sicuro non è affatto un mero esercizio retorico.

Umani?

Umàno: lat. Humànus, da hòmo, uomo. Attenente, inerente o proprio all’uomo; che compassiona le infelicità del suo simile, e quindi benigno.


N.B.: le immagini sono tratte da questa serie pubblicata su IlPost. Il perché la testata abbia deciso di pubblicarle, lo potete leggere qui. Per quanto mi riguarda, chiunque le ritenga troppo forti per poter essere rese pubbliche sappia che ha tutta la mia disapprovazione e pure un inevitabile sdegno: perché a furia di chiudere gli occhi o di girare lo sguardo dall’altra parte, andremo a cadere nello stesso abisso senza nemmeno rendercene conto. E nel frattempo il resto del mondo si volterà dalla parte opposta facendo spallucce.