Contro il vergognoso emendamento lombardo pro-moto sui sentieri

Il Consigliere regionale Alex Galizzi è stato il firmatario con Floriano Massardi dell’emendamento che delega ai sindaci la regolamentazione e i permessi di transito dei mezzi motorizzati sia sulle strade agro-silvo-pastorali che su tutti i sentieri montani e non. […] Il Gruppo Regionale CAI Lombardia in sintonia con le commissioni operative regionali esprime forte preoccupazione in merito all’emendamento appena votato riscontrando molte negatività. […] Ci chiediamo perché mai il concetto di montagna libera debba essere associato al concetto di montagna sfruttata. Ci chiediamo perché la politica sia sorda alle vere esigenze della montagna: manutenzione dei sentieri, pulizia degli alvei dei torrenti, rispetto per l’ambiente vegetale ed animale. Crediamo che il termine turismo non sia da associare a pratiche invasive di un ambiente naturale ma alla voglia di apprezzare luoghi come le montagne capaci di ridarci il gusto di vivere in sintonia con quanto di bello la natura ci offre. Crediamo che la politica debba con forza e non con emendamenti come quello recentemente approvato da Regione Lombardia sostenere il concetto di sostenibilità che comprende anche il trattare in modo nuovo le risorse ambientali, con proposte lungimiranti Riteniamo che il recente emendamento sia una assurda forzatura della legge rispetto alla fruizione dolce sui tracciati montani.
Il recente emendamento al progetto di legge N° 241 approvato in data 29 novembre in Consiglio della Regione Lombardia che delega ai sindaci la regolamentazione e i permessi di transito dei mezzi motorizzati sia sulle strade agro-silvo-pastorali che su tutti i sentieri montani e non, sostanzialmente lasciando carta bianca alla distruzione delle vie rurali da parte dei motociclisti, è semplicemente VERGOGNOSO. Non ci sono altri termini possibili per definirlo. Anzi, no, un altro c’è: criminale. Il CAI Lombardia ha rilasciato un comunicato al riguardo, dal quale ho stralciato e pubblicato lì sopra alcuni brani (lo potete leggere interamente qui), il quale pone ottime osservazioni e propone interrogativi ai quali tutti quanti dobbiamo rispondere in base alle realtà dei fatti nonché a ciò che può e deve essere il miglior futuro possibile per quel patrimonio ambientale, culturale, sociale, economico e ecologico di tutti noi che sono le montagne. Il consenso a una decisione politica così scellerata è manifestazione d’una pari barbarie morale, il silenzio, per menefreghismo o per apatia, è complicità. Purtroppo lascia sconcertati la constatazione che a governare il destino dei territori montani vi possano essere soggetti istituzionali così palesemente nemici di essi e tanto dannosi nelle loro iniziative. D’altro canto mai come in tali casi vale la regola che ognuno deve essere responsabile delle azioni compiute, nel bene e ancor nel male ovvero quando tali azioni generino danni gravi quando non irreversibili al suddetto patrimonio comune. Ed è questo il caso, a mio modo di vedere.

La distruzione criminale dei sentieri per legge, in Lombardia

Intanto, in Lombardia, ci sono amministratori pubblici che in base a motivazioni che mi viene da definire semplicemente deliranti vorrebbe liberalizzare il transito di tutti i mezzi motorizzati non solo sulle strade agro-silvo-pastorali ma anche su mulattiere e sentieri di montagna, demandando le decisioni al riguardo ai comuni ma, appunto, sostanzialmente dando loro carta bianca.

Giusto nel post di ieri, qui sul blog, ho definito “delitti” gli interventi di tale portata (sia essa materiale o immateriale) nei territori naturali, affermando di non voler usare la parola “crimini” per conservare una pur flebile speranza che i promotori di quegli interventi vogliano arretrare rispetto ai passi finora compiuti e non andare invece ancora oltre. In Lombardia sembra che quella speranza debba risultare vana: i sostenitori dell’emendamento in questione stanno commettendo un vero e proprio crimine contro la montagna, contro la sua cultura, contro le comunità che la abitano e chi le frequenta con rispetto e consapevolezza, contro il suo futuro. Il sostantivo relativo con il quale definire i suddetti sostenitori di un tale emendamento va da sé.

Scrive bene Pietro Lacasella al riguardo (qui trovate il post completo su “Alto-Rilievo / Voci di montagna”:

[…] Io non so, esattamente, cosa il consigliere Galizzi intenda con “sentieri della morte” e con “sentieri dello spaccio”. Per carità, magari ho avuto io la fortuna di non imbattermi mai in uno di questi pericolosissimi itinerari. Ma poniamo che esistano: la soluzione per arrestare il degrado sarebbero il motorino, l’enduro, il monopattino elettrico e così via? Se così fosse, le trafficatissime strade di periferia dovrebbero essere il regno della legalità. Per combattere seriamente il “degrado” bisognerebbe scavare in profondità, lavorando sulla cultura, realizzando percorsi educativi e incentivando puntuali e pervasive strategie sociali. Per combattere l’abbandono della montagna e il conseguente deterioramento paesaggistico è necessario garantire alle popolazioni locali i servizi per un vivere dignitoso, non la possibilità di scorrazzare per i sentieri in monopattino. Ora non rimane che sperare nel buon senso dei Comuni affinché questo ingegnoso antidoto ai “sentieri della morte” non si riveli piuttosto la morte dei sentieri.

Ecco. Una vergogna senza limite, che va fermata in ogni modo possibile. Oppure ad essa si è conniventi, con tutte le conseguenze del caso.

Due o tre cose, su quegli “alpini” di Rimini

Da fiero alpino quale sono (il mio cappello, lì sopra), assolutamente orgoglioso di aver fatto parte delle Truppe Alpine tanto quanto lontano da molta retorica fin troppo accentuata e pseudo-patriottica di alcune consuete manifestazioni dell’Associazione Nazionale Alpini, e a prescindere dalla categoria in questione della quale appunto mi onoro di far parte, non fatico per nulla a credere alle denunce delle ragazze  e delle donne presenti a Rimini nei giorni della recente adunata nazionale, e sono ben felice che stiano venendo alla luce, anzi, mi auguro che nessuna di esse venga taciuta nonché sottovalutata. Il prestigio degli Alpini deve necessariamente e rigidamente ripudiare tutto ciò che lo può adombrare, soprattutto in circostanze di matrice culturale come quelle in questione e a tale scopo, ribadisco, ben vengano le denunce suddette, se potranno essere utili a questo fine. Di contro, mi auguro vivamente che l’A.N.A. (che nella sostanza nulla c’entra con le Truppe Alpine, è bene che lo sappiano certi “giornalisti” – e non solo loro – i quali in questi giorni mi pare stiano facendo una gran confusione), che nelle ore appena successive alle prime denunce ha fornito una risposta francamente ingenua e imbarazzante, voglia e sappia prendere le più drastiche e “militaresche” decisioni del caso contro i colpevoli accertati dei casi segnalati (dando per scontato che poi gli stessi subiscano le conseguenze penali più adeguate), perché, come ho già detto, comportamenti talmente schifosi offendono in modo oserei dire blasfemo il buon nome degli alpini e ancor più diffamano il genere “maschile” del quale quei beceri trogloditi, che incidentalmente (mi vien da pensare) portano in testa il cappello con la penna nera e vanno alle adunate nazionali, pretendono di rappresentare la parte più forte e virile e invece no, sono la parte più debole e ignobile. Ecco.

P.S.: se posso anche aggiungere, chiedere di sospendere le adunate nazionali, come propone una petizione che sta girando in queste ore, mi sembra una clamorosa e demenziale cazzata.

Magnodeno, il monte misterioso

[Immagine tratta da https://lemontagne.net/. Per ingrandire questa e le altre immagini, cliccateci sopra.]
Il Magnodeno è una delle cime meno appariscenti tra quelle che formano l’anfiteatro montano di Lecco, d’altro canto reso celeberrimo da montagne ben più famose e spettacolari quali le Grigne, con tutte le varie sommità satelliti, o il Resegone. In effetti, morfologicamente, il Magnodeno più che un monte a se stante sembra un semplice prolungamento di una delle dorsali che dalla cresta sommitale del Resegone discendono verso il bacino dell’Adda, anche se in verità, geologicamente, il Magnodeno con il Resegone non c’entra assolutamente nulla.

[Ve la indico, la cima del Magnodeno, altrimenti risulterebbe di difficile identificazione.]
Di contro, il Magnodeno sa offrire numerose altre prerogative speciali, addirittura di carattere “arcano”: infatti, se come ogni altra montagna di una certa rilevanza anche il Resegone venne ritenuto nei secoli passati residenza di creature più o meno sovrannaturali, è proprio il monte Magnodeno la sommità in zona a più alto tasso di racconti, testimonianze e leggende misteriose: una peculiarità che, come vedremo, giunge fino ai giorni nostri, tenendo viva l’aura mitologica generatasi nel passato attorno all’altrimenti placida montagna.

Partiamo proprio dai secoli scorsi, quando nel lecchese era viva la convinzione che l’intero versante del Resegone compreso nei confini della Val Comera e, in particolare, i boschi del Magnodeno tra il Passo del Fò, la località di Campo de Boi (piccola capitale lecchese del mistero, come vi dirò a breve) e la zona sovrastante Maggianico fossero popolati da streghe fin da tempi remotissimi. Una credenza proveniente con tutta probabilità dagli adiacenti territori bergamaschi, nei quali si ritrovano molte leggende assai simili a quelle diffuse a Lecco e in Brianza – come hanno notato Felice Bassani e Luigi Erba nel libro I nostri vecchi raccontano… Storie leggende favole del territorio lecchese, edito nel 1982 da Bertoni Editore (dal quale sono tratte le testimonianze di seguito riportate). Il Resegone e i suoi valichi in effetti sono sempre stati territorio di transito tra il lecchese e la (attuale) provincia di Bergamo, con la quale vi sono sempre stati legami commerciali rilevanti a partire dagli spostamenti dei bergamini, i famosi pastori transumanti d’un tempo, che inseguendo i pascoli migliori per le proprie mandrie non si facevano mai troppi scrupoli confinari per i propri spostamenti, portandosi appresso pure le credenze delle terre d’origine.

[Foto di Andrea Canali, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]
A proposito di streghe, a Campo de Boi si raccontava un tempo questa storia: a un pastore che usava trascorrere quasi tutta la giornata sulle montagne lecchesi presso la località sulle pendici del Magnodeno che per questo conosceva come le proprie tasche, capitò un giorno che gli alberi che lo circondavano cominciarono a girare vorticosamente, e quasi per incanto si ritrovò in un bosco che distava almeno quattro ore di cammino da casa sua. Nei paesi sottostanti le notizie di questi fatti circolavano ed i vecchi le raccontavano ai propri nipoti, raccomandando loro di non recarsi, se non per necessità, da quelle parti. Il fatto impauriva tutti ma non due monelli che se ne infischiavano di tutto e che, al contrario di altri, erano mossi da curiosità per queste vicende. Fu così che un giorno decisero di andare ad esplorare la zona. Cammina e cammina, arrivarono sul posto ma non videro niente. Così si misero a tirare sassi nel fiume e, un sasso tira l’altro, risalirono quelle acque per parecchi metri. Giunsero ad un punto dove videro una catapecchia e fuori una vecchia che stava preparando una specie di brodaglia: se ne stettero lì a guardare tra gli alberi senza avvicinarsi. Ad un certo punto la vecchia abbandonò la pentola e andò nel bosco, situato nella parte opposta, molto probabilmente per raccogliere delle erbe. I due si avvicinarono e, ridendo e scherzando, vuotarono la pentola per terra. Ed ecco allora che cosa successe: una scopa, appoggiata all’ingresso della catapecchia, si mosse decisamente verso di loro e li prese a scopate fino quasi al paese. I due monelli fecero in un batter d’occhio quella strada e mai più osarono prendersi burla di ciò che dicevano loro i vecchi.

Anche in tema di spiriti il Magnodeno è risultato da sempre ben dotato. Ancora intorno a Campo de Boi, ad esempio, succedevano sovente cose stranissime: un giorno un contadino che trasportava del latte si vide circondato da alcune ombre che gli spruzzavano addosso proprio quel liquido; a casa trovò poi i suoi recipienti vuoti. Stessa scena per un altro contadino del luogo: le solite ombre gli giravano attorno e, quando giunse a casa, trovò i recipienti vuoti, nonostante durante il trasporto gli sembrava che pesassero.

Altri spiriti infestavano invece il monte nella zona soprastante Maggianico: qui si diceva che molte persone vedessero le piante animarsi sentendo pronunciare le parole «Giüs, tra gió chel füs!». Il significato della frase non è chiaro, ma è certo che il füs era il fuso da filare, che ha in sé un’accezione magico-spiritica anche in molte altre culture: si veda la favola della Bella Addormentata, ad esempio, diffusa con alcune varianti in tutta Europa, che cade nel suo lungo sonno proprio per la puntura di un fuso.

Tuttavia, come detto, il Monte Magnodeno ha voluto rimarcare la propria natura misteriosa anche ai giorni nostri con un mito assolutamente contemporaneo: gli UFO. Raccontano infatti le cronache che la sera del 15 Novembre del 1977, limpidissima e senza un minimo di foschia, alcuni cittadini lecchesi notarono dalle proprie finestre o transitando per le strade tre oggetti misteriosi volteggiare presso le guglie del Resegone, per poi dirigersi nella zona di Monte Magnodeno. Si parlò subito di oggetti volanti non identificati – UFO, appunto – uno dei quali, con la sua coda luminosa, avrebbe poi lasciato il cielo del Resegone per scendere verso la località di Campo de Boi – evidentemente amata non solo da streghe e spiriti ma pure dagli alieni. L’eccezionale apparizione venne vista da tanti lecchesi sino a quando, verso le 23, le “luci” scomparvero improvvisamente: la zona di Campo de Boi venne addirittura perlustrata da volontari ed escursionisti, ma non furono rinvenute tracce di atterraggio di qualsivoglia astronave spaziale (sull’argomento “UFO-Magnodeno” ci ho scherzato sopra di recente, qui).

Insomma: al di là di visioni, suggestioni, superstizioni, allucinazioni o che altro, il Magnodeno è sempre stato un luogo montano carico di fascino sovente così grande da sconfinare nel soprannaturale e nell’incredibile. Al Resegone e ai suoi meravigliosi versanti non occorrono certo leggende d’alcun genere per rimarcare tutta la bellezza messa a disposizione dell’escursionista; d’altro canto tali storie mitologiche, curiose e divertenti anche per la mente più razionale, possono certamente rendere gli itinerari percorsi ancora più affascinanti e “magici”, regalando quella divertente aura di presumibile “mistero” – anche quando venga considerata dal più razionale punto di vista culturale e antropologico – che fa dell’esplorazione degli itinerari del monte un’esperienza ancor più interessante e, a suo modo, alternativa allo spettacolare ma iper-frequentato Resegone.

P.S.: il testo che avete appena letto è tratto dal volume Sö e só dal Pass del Fó. In cammino da 75 anni sui sentieri del Resegone e della storia di Calolziocorte, che ho scritto e curato nel 2015 per la sezione CAI di Calolziocorte. Per saperne di più, cliccate qui.

Il mistero delle “piramidi” di Piazzo

Sul versante occidentale del Monte Magnodeno, che sovrasta i sobborghi meridionali della città di Lecco, si trova la bella località di Piazzo, un piccolo nucleo rurale con alcune baite ai margini di ampie radure prative cinte da vecchi castagneti.
Nelle immediate vicinanze delle case, un paio di particolari rilievi destano subitamente l’attenzione e la curiosità degli sguardi più sensibili: sono montagnette dal profilo assolutamente regolare, delle piramidi pressoché perfette al punto da risultare quasi innaturali e, dunque, per molti versi enigmatiche.
Un bel mistero, già.

Cosa sono realmente, queste alture piramidali? Semplicemente il frutto di un’insolita orogenesi? Sono forse grandi tumuli funerari edificati da uomini di millenni fa? Oppure quella forma celerebbe la presenza effettiva di antiche piramidi di chissà quale civiltà perduta?

Ma c’è chi sostiene che la soluzione del mistero sia ancora più sensazionale e sconcertante, e che le “piramidi” di Piazzo in verità nascondano qualcosa del genere:

D’altro canto non vi furono in passato delle testimonianze al riguardo concernenti proprio la zona del Magnodeno, come questa?

Tante domande, nessuna risposta certa. Il mistero delle piramidi di Piazzo al momento resta insoluto.

Anche se… clic!