Stars, stripes, ignorance (Isaac Asimov dixit)

16298376_1422993811052280_7174078086327934957_nUna sola aggiunta personale a quanto asserito da Isaac Asimov (nel 1980, mica ieri!): quantunque lì per vari motivi sia probabilmente più evidente, non solo negli Stati Uniti ciò sta accadendo, ahinoi.

Annibale Salsa, “Il tramonto delle identità tradizionali. Spaesamento e disagio esistenziale nelle Alpi”

978-88-8068-378-0Se osservate una cartina fisica dell’Italia – beh, innanzi tutto se ne trovate ancora qualcuna in giro, visto che la geografia è stata bandita, con decisione istituzionale scelleratissima, dal sapere culturale condiviso – noterete che il nostro territorio è per gran parte reso con varie sfumature del colore marrone: quello che indica i rilievi montuosi. Già, l’Italia è una penisola che in quanto tale spicca per la sua estensione costiera, ma al suo interno, salva la Pianura Padana e poche altre più limitate zone, è un paese di montagne, dunque di paesi, genti e cultura di montagna. Purtroppo tale peculiarità fisica nel corso del Novecento – non solo, ma soprattutto nello scorso secolo – ha perso gran parte della correlata valenza politica: la Montagna è stata depauperata della propria cultura da uno sviluppo socio-economico deviato e alienante, per il quale le aree più urbanizzate/antropizzate hanno preteso di sfruttare in modo esagerato tutte le altre, e da una politica che, seguendo tale onda per mero tornaconto elettorale (e non dico di più!), ha contribuito a portare a fondo tale processo, sostanzialmente dimenticandosi della Montagna, della gente che lassù abitava e, per essere chiari, pagava le tasse come quella di città.
Già per questo un testo come Il tramonto delle identità tradizionali. Spaesamento e disagio esistenziale nelle Alpi (Priuli & Verlucca, 2007, prefazione di Enrico Camanni), avente in copertina la prestigiosa firma di Annibale Salsa – uno dei più importanti antropologi italiani, grande esperto di cultura di montagna – nonostante i 10 anni di età compiuti giusto quest’anno (e che questo articolo vuole a suo modo “celebrare”), risulta fondamentale. Anzi, lo è ancor più, oggi, proprio per i due lustri trascorsi dalla pubblicazione originaria: un periodo nel quale la situazione della Montagna italiana è rimasta pressoché uguale (…)

salsa_image(Leggete la recensione completa di Il tramonto delle identità tradizionali. Spaesamento e disagio esistenziale nelle Alpi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

“Qualcuno” senza qualcosa

persone-vuoteÈ veramente sconcertante la smania di certa gente – sempre più numerosa – di voler essere “qualcuno” senza essere qualcosa. Non è una novità, che ciò accada, ma almeno un tempo si cercava di offrire qualcosa, appunto, che facesse credere agli altri di essere qualcuno; oggi invece no, oggi meno si ha e si offre di sé – di buono, ovviamente intendo dire – più si pretende di essere considerati. Viviamo in una società che è colma di tutto, nel bene e nel male, ma si sta drammaticamente svuotando di ciò che sarebbe più utile per considerarla realmente tale: di valore umano, di individui che siano persone vere e non una sorta di scatole magari belle fuori ma totalmente vuote dentro. I frequentatori perfetti dei numerosi non luoghi divenuti ormai l’unico spazio pubblico per così tanti individui contemporanei: non persone, insomma.

La cultura gioca bene ma il pallone è sgonfio…

senza-nome-true-color-02Leggo i dati raccolti dallo studio “Italia Creativa”, alla sua seconda edizione (riferita al 2015; potete scaricare direttamente qui la parte relativa ai libri, in pdf):

L’industria della cultura e della creatività nel 2015 ha prodotto 47,9 miliardi di euro, pari al 2,96% del Pil nazionale, con un tasso di crescita rispetto all’anno precedente del 2,4% dei ricavi (+951 milioni). Secondo l’analisi, tutti i settori risultano in crescita, a eccezione dell’editoria, in particolare quotidiani e periodici, che registrano un calo di poco superiore all’8%.

Mmm, ok. Approfondisco:

Nel 2015 il settore dei Libri in Italia risulta sostanzialmente stabile rispetto allo scorso anno: supera i 3 miliardi di euro e impiega complessivamente più di 140.000 occupati.

Ovvero, in soldoni: il libro – dacché di ciò si parla – ha sì guadagnato un (risicato, ma oggi va bene tutto) +0,4% rispetto al 2014, ma nel quadriennio 2012-2015 ha perso ben il 7,3%. Nello stesso periodo la musica, per dire, ha fatto segnare un +6,5%.

Sia chiaro – senza fare i pessimisti di default dacché in ogni caso non servirebbe a nulla: ottima cosa che l’industria della cultura e della creatività italiana cresca molto più dell’intero PIL nazionale. Tuttavia, se nel felicitarmi di quanto sopra penso ad una industria culturale la cui generale crescita (evviva! – lo ribadisco) è sostanzialmente priva dell’apporto del mercato dei libri, ergo del valore economico – per così dire – dell’esercizio della lettura (stampa d’informazione inclusa, anche se in molta parte per propria colpa), mi viene in mente qualcosa del tipo uno stadio pieno di persone più che in passato che gioiscono nell’assistere ad una partita di calcio giocata con un pallone sgonfio, ecco.

Intanto, nel mentre che concludo la dissertazione di cui sopra, leggo un altro articolo appena pubblicato sul tema, con dati più aggiornati ma con sottolineatura delle ombre della situazione affine alle mie parole:

Cresce il mercato del libro in Italia nel 2016, segnando complessivamente (libri di carta, e-book e audiolibri) un +2,3%, raggiungendo così quota 1,283 milioni di euro riferiti al settore varia nei canali trade (librerie, librerie on line e GDO). È questo il principale dato di sintesi dell’analisi dell’Ufficio studi dell’Associazione Italiana Editori (AIE) sul mercato del libro 2016 (…) Un’analisi caratterizzata da chiaro-scuri, articolata su tre direttrici: lettura, produzione e mercato. La lettura fa segnare complessivamente un -3,1% rispetto al 2015 (da 24,051 milioni i lettori scendono a 23,300 milioni nel 2016), dopo il +1,2% dell’anno precedente. Rimangono sostanzialmente stabili i forti lettori (da 3,298 nel 2015 diventano 3,285 milioni nel 2016) mentre la flessione maggiore riguarda i deboli e occasionali lettori.

Insomma: pare che il pallone sia ancora piuttosto sgonfio, e finché non lo si gonfierà a dovere la partita (culturale) che ne uscirà non potrà essere così entusiasmante, ahinoi.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.