Intanto, nella realtà…

“Sacra” famiglia tradizionale che sei tra noi, dacci oggi il nostro femminicidio quotidiano.

(Cliccate sull’immagine qui sopra per leggere l’articolo originale. Sulla grave distorsione del concetto – più che della forma – di “famiglia tradizionale”, nella quale avvengono l’80% dei casi di femminicidio, ne ho disquisito di recente qui. Per saperne di più riguardo la tragedia della violenza sulle donne: www.stopfemminicidio. it)

Persi nel nulla

Siamo sempre più persi nel “nulla” che ci circonda, un nulla fatto anche di innumerevoli falsi riferimenti di posizione e direzione che nulla indicano, appunto, come miraggi in un deserto piatto e arido senza nemmeno un Sole o un cielo stellato che ci indichi un Nord. D’altro canto, se non sappiamo nemmeno dove vogliamo andare, come facciamo a percorrere “giuste” direzioni, a sapere che siano realmente tali? E verso cosa, verso quale meta? Con quale logica?

Così ci arroghiamo il diritto e la libertà di tracciare “vie” che crediamo corrette, ben dirette e orientate, sicure, e non ci chiediamo nemmeno verso dove conducano – o se una qualche meta la raggiungano, poi, oppure se si avviluppino inesorabilmente e c’ingannino in un costante moto circolare attorno a un punto fermo, incapaci di capirlo perché, appunto, privi e privati di ogni buon riferimento. E non c’entra che sovente ci mettano una bussola in mano che indichi il “Nord”, se poi non sappiamo cosa ciò significhi, cosa possa comportare, a cosa possa servire un’indicazione del genere – sempre che sia corretta, e che quella bussola messaci in mano non sia in qualche modo contraffatta.

Eppure, quel nulla di cui dicevo in verità non esiste: altro non è che l’effetto di una ormai cronica incapacità di navigare, di viaggiare, di muoverci in quello che sarebbe il nostro spazio vitale ma nel quale siamo realmente come naufraghi in un deserto infinito. Potremmo anche essere circondati di innumerevoli riferimenti di direzione e orientamento, di cartelli, indicatori, frecce, segnali, potremmo anche avere la mappa più dettagliata tra le mani: ma se abbiamo perso la facoltà di leggere le informazioni che essa rivela, nessun moto e nessuna direzione avranno alcuna meta, e il paesaggio non avrà orizzonte che non sia una indefinita linea piatta. Continueremo a convincerci di sapere perfettamente dove siamo e dove stiamo andando, continueremo a restare sperduti e confusi in una dimensione sempre più priva di riferimenti, sempre più ristretta e limitata, sempre più imprigionante.

Banderuolismo a gogò

State attenti a essere troppo coerenti con le vostre idee, perché potreste essere scambiati per dei poveri idioti. Siamo nell’epoca del banderuolismo più estremo, dell’ipocrisia divenuta modus vivendi, dell’illogicità come dogma e il tutto per inseguire tornaconti assai biechi. Un’epoca non solo post-ideologica, pure post-ideale, nella quale le idee con contano più e quindi i loro simulacri, in quanto tali, possono essere ribaltati e calpestati a piacimento, facendosene motivo di vanto. E di derisione nei confronti di chi invece sa restare coerente e intellettualmente onesto.

Ma se chi semina vento raccoglie tempesta, chi “vive” di vento produce tempesta. La coerenza genera armonia, l’ipocrisia costruisce conflitto. È bene tenerne conto, sempre.

Il catastrofista assoluto

Qualche tempo fa vi raccontavo, qui sul blog, di una categoria di persone che mi pare parecchio diffusa, nella società di oggi: quella dei lamentatori seriali.
Ce n’è un’altra di categoria che mi sembra altrettanto cospicua, e che per certi aspetti rappresenta una “evoluzione”, o una involuzione, della precedente: quella del catastrofista assoluto.

Il catastrofista assoluto è colui che prende qualsiasi cosa accada a sé, intorno a sé o di cui venga a sapere come una tragedia, una sciagura, una sventura terribile e pressoché letale. Una catastrofe, appunto, il cui “valore” è di solito inversamente proporzionale all’entità effettiva dell’evento o della situazione alla quale fa riferimento: più un fatto è di poco o nullo conto, più il catastrofista assoluto lo bolla e ne parla come nefasto, più invece il fatto sia realmente grave, più egli lo considererà trascurabile, magari criticando con vibrante acidità quelli che invece ne segnalino la concreta gravità. Cosa che invece egli non ammette di ritorno: se al catastrofista assoluto si contesta di essere tale, non esisterà a bollare il suo accusatore come ignorante, incompetente o arrogante, addossandogli rapidamente la colpa di qualsivoglia terribile danno che paventerà dalla catastrofe annunciata.

Figlio legittimamente illegittimo dell’informazione contemporanea e della spettacolarizzazione mediatica della realtà e delle notizie, assiduo fan dei telegiornali più sensazionalistici, dei talk show nazional-popolari più beceri e casinisti nonché, probabilmente, frequentatore delle pagine social più cospirazioniste, ha tra le sue regole di vita fondamentali il “si stava meglio quando si stava peggio, il cui principio usa per diffondere a chiunque, appena possibile, la sua certezza che tutto al mondo sta andando a rotoli, non esitando peraltro a indicare i sicuri (per lui) colpevoli di tal generale apocalisse.
Piove per una mezza giornata in modo un po’ più intenso del solito? Sono imminenti alluvioni, frane, danni tremendi. Dicono al TG di un fatto di cronaca nera? Siamo sull’orlo della guerra civile. Va con l’auto da qualche parte e impiega cinque minuti in più del solito?  Ha buttato via la giornata intera, è rimasto bloccato ore in auto, il traffico è ormai al collasso, non si può più vivere in un mondo così. E ovviamente quel “traffico al collasso” sarà probabilmente stato causato da chissà quale terribile incidente, forse mortale, magari con più morti – non tralascerà di aggiungere che di questo passo non diventeremo certo vecchi, con il mondo che ci ritroviamo intorno e tutti i “pazzi” che lo popolano, di cui non c’è mai da fidarsi!

Non è un semplice menagramo o iettatore, sia chiaro: non chiama sfortune e malesorti, il suo catastrofismo è universale, una specie di evoluzione 2.0 del pessimismo millenarista d’un tempo (e ben più vanesio di questo), e colpirà sicuramente tutti quanto prima possibile, anche se dallo pseudo-plurale maiestatis che solitamente usa nelle proprie dichiarazioni da fine del mondo («Finiremo tutti quanti male!», «Qui non ci salva più nessuno!», «Questa cosa che hanno detto in TV è una catastrofe per tutti!», e così via) non esita a tirarsi fuori in molti casi, come a dire “il mondo ci sta crollando addosso ma a voi di più!“.

Perché alla fine il catastrofista assoluto – proprio come il lamentatore seriale – si comporta in questo modo in forza di una grossa carenza di sicurezza in sé stesso, palese seppur nel soggetto inconscia, che gli fa percepire come terrorizzante l’eventuale mancanza di attenzione e di considerazione altrui. Per questo, e spesso in forza di una buona dose di analfabetismo funzionale, prende ogni cosa e la gonfia, la ingigantisce, la drammatizza e la rende inesorabilmente catastrofica, riflettendo in tale “gonfiaggio” il tentativo di gonfiare parimenti il petto, di reclamare una considerabile importanza, di darsi lustro facendosi portavoce di una invenzione totale che egli vorrebbe imporre come certa o, quanto meno, assai probabile in tutta la sua sostenuta tragicità. In verità tutto questo, per inevitabile paradosso, rende la sua figura grottescamente catastrofica agli sguardi più sensibili che se la ritrovano di fronte e la sentono vaticinare, i quali d’altro canto devono tener conto che denotare al catastrofista assoluto la sua condizione oggettiva – ugualmente che al lamentatore seriale – è assolutamente fatica sprecata. Si finisce per divenire parte delle sue catastrofi, cause ed effetti di esse, sciagurati portatori malefici di ulteriori sicure apocalissi. Non conviene far altro che dargli ragione, dire che sì, è vero, finiremo tutti malissimo. Semmai, denotategli che sarebbe proprio una catastrofe se tutto ciò non accadesse: potrebbe restare basito da tale affermazione e forse così ve ne sarete liberati. Almeno fino al prossimo evento apocalittico, con la speranza che nel frattempo sarete riusciti ad allontanarvi convenientemente.

Siamo diventati più stupidi? (Sì.)

Non ho né il modo né tanto meno la presunzione di mettere in dubbio i rilievi di Bernt Bratsberg e Ole Rogeberg, ricercatori norvegesi del prestigioso Centro Ragnar Frisch per la Ricerca Economica di Oslo, che hanno condotto un approfondito e rigoroso studio statistico sui dati di ben 730mila giovani uomini, raccolti tra il 1970 e il 2009 – tutti quanti future reclute per il servizio militare locale e per questo sottoposti ai test standard per valutare il loro quoziente intellettivo. Mettendo a confronto i risultati dei test, i due ricercatori hanno rilevato che i giovani di oggi sono sensibilmente più “stupidi” di quelli di 40-50 anni fa. Dal 1975 ad oggi si sarebbero persi almeno 7 punti di QI per ogni generazione. Qui trovate un articolo che ne parla e riassume la questione.

A dire il vero non formulo nemmeno la volontà di dubitare di questi rilievi, anzi.
Perché, anche al di là del rigore scientifico che lo studio norvegese manifesta, mi pare che i dati non facciano che confermare una situazione piuttosto evidente oltre che assai paradossale: nell’era in cui ogni giorno di più, grazie al web, alle reti sociali, ai media, a tutto quanto si ha a disposizione per (riassumo il concetto per chiarezza) diventare più intelligenti, diventiamo invece sempre più stupidi.
Inoltre, paradosso nel paradosso: secondo gli studiosi norvegesi la colpa di tale decadimento intellettivo “sarebbe principalmente dei media, che avrebbero allontanato i giovani dalla lettura ‘intrappolandoli’ davanti alla televisione, ai videogiochi e negli ultimi anni a trascorrere moltissime ore sui social network. Una motivazione tanto banale e ovvia (per chi riesce a concepirla in questo logico modo) da essere costantemente ignorata e sottovalutata, così che ciò che ci dovrebbe rendere più intelligenti ci istupidisce, insomma.
Be’, in fondo basta poi guardarsi intorno, scorrere lo sguardo tra le “persone normali”, osservare il modus vivendi e cogitandi di molte, leggere sui social network (strumento nocivo per tanti quanto illuminante per alcuni) cosa esse scrivono, valutare lo stato della comunità sociale di cui fanno parte. È evidente che i norvegesi abbiano ragione, già.

Mi viene solo da osservare alcune cose. Primo, la ricerca è stata fatta in Norvegia, uno stato tra i più avanzati anche culturalmente: se l’avessero fatta altrove (sì, penso proprio a un certo paese dell’Europa del Sud) che ne sarebbe uscito? Secondo: forse che dalle nostre parti il suddetto decadimento intellettuale risulti meno marcato? Può essere, visto che già si partiva da un livello molto basso, e da questo si è scesi ancor più. Terzo: ma guarda, l’Italia è uno dei paesi dove si leggono meno libri! Quarto: resto profondamente fiducioso riguardo i giovani, convinto che, nonostante tutto quanto, possano fare molto meglio di quanto hanno saputo fare i loro genitori e, per giunta, abbiano tutto il tempo e le possibilità per invertire la curva discendente del QI; una cosa sola, però: si tolgano dall’influenza di buona parte degli adulti, soprattutto di quelli che si arrogano la volontà di imporsi come modelli e che invece, nella maggior parte dei casi, sono proprio il danno peggiore per il loro intelletto. Ecco.

(L’immagine in testa al post viene da qui.)